Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario

Rivista: Rivista Italiana di Medicina Legale (e del Diritto in campo sanitario)
Anno: 2019
Fascicolo: n. 3
Editore: Giuffrè Francis Lefebvre
ISSN: 1124-3376
Autori: Forti Gabrio
Titolo: UN SENSO COMUNE PER DUE ANNIVERSARI
Pagine: pp. 843-855
Keywords: interdisciplinarità, influenza spagnola, memoria, euristiche, guerra, criminalizzazione

L’accostamento di due anniversari molto diversi, i 40 anni trascorsi dalla fondazione della Rivista Italiana di Medicina Legale e i 100 anni dalla pandemia di influenza c.d. “Spagnola”, permette di riflettere sui percorsi della memoria e sulle distorsioni cognitive che li governano. In particolare si rileva l’influsso del pensare da “falchi”, (invece che da “colombe”) ossia la tendenza a un inquadramento della realtà in modo dicotomico e oppositivo, che applica alle situazioni una cornice “bellica”, con la costruzione di un “nemico” da criminalizzare. Un tale atteggiamento, verso il quale sospinge l’attuale cultura del risentimento e del lamento, può essere di grave ostacolo per la corretta comprensione e trattazione di importanti problemi sociali, giuridici e sanitari (proprio come accadde nel 1919) e in particolare per la coerente adozione di quel metodo interdisciplinare che, in anticipo sui tempi, ha costituito la cifra fondativa della rivista.

UN SENSO COMUNE PER DUE ANNIVERSARI

Dove si perde l’interesse, si perde anche la memoria 1)

Affinché lo sopravvalutiamo, per questo il passato è stato incorporato nella nostra memoria 2)

In ogni campo il corretto esercizio della memoria è espressione di un bisogno essenziale dell’umano. Ma prima ancora che rispondere a un dovere etico, esso è una risorsa estremamente utile, offrendo un prezioso stimolo alla generazione di idee, grazie alla meditazione e rielaborazione sul passato, osservato in controluce con il presente individuale e collettivo. È ideopoietico potremmo dire. E le idee, bisognerebbe ricordarlo nell’epoca riduzionistica delle misurazioni e delle quantità materiali, sono quanto di più decisivo (nel bene e nel male) possa esistere per la vita delle persone. Da questo punto di vista gli anniversari (ma certo non solo essi), se fatti oggetto di un investimento di pensiero capace di sottrarli a ritualismi obbligati e alla strumentalizzazione di interessi contingenti, vanno vissuti con atteggiamento costruttivo, per coglierne gli insegnamenti vitali per l’avanzamento culturale e civile. Quando poi in uno stesso anno ne ricorra più d’uno, la coincidenza presenta l’ulteriore opportunità di un incrocio riflessivo, simile a quello generato ponendo in endiadi due termini o concetti e traendo da quell’avvicinamento, da ciò che “sta in mezzo” tra essi, ulteriori elementi generativi di pensiero.

Due sono gli anniversari su cui si vuole qui richiamare l’attenzione. Riguardano accadimenti assai diversi per natura, estensione e collocazione temporale. Ma è proprio una riflessione che ne esplori taluni tratti connettivi, al di là delle apparenti estraneità, che si ritiene possa offrire elementi di particolare attinenza alle aree di interesse di questa rivista.

L’anno in corso segna il quarantesimo anniversario di fondazione della Rivista Italiana di Medicina Legale, con cui la presente si pone in linea di stretta continuità editoriale, scientifica e ideale.

Il fascicolo n. 1-2 del gennaio-giugno 1979 si apriva con una Presentazione del Direttore, Francesco Introna, allora professore ordinario di medicina Legale e Direttore della Scuola di specializzazione in Medicina legale presso l’Università di Padova, nel quale la rivista veniva soprattutto caratterizzata come luogo di dialogo e di dibattito interdisciplinare. A chi scrive, allora giovane assistente universitario e ricercatore presso il Centro Studi e Ricerche di Diritto penale e Criminologia dell’Università Cattolica, fondato da Federico Stella, era stato nel frattempo affidato l’incarico di curare, da quel fascicolo in poi (come avverrà per i successivi 12 anni), la rassegna di giurisprudenza, avendo individuato una serie di aree tematiche di comune interesse giuridico e medico-legale nelle quali il dialogo interdisciplinare, alla prova dell’esperienza giudiziale, potesse risultare più interessante e fruttuoso.

Alla Presentazione seguiva un editoriale il cui titolo compendiava ulteriormente le idee portanti che si aspirava accompagnassero il futuro cammino della rivista e anzi la “china” che si voleva essa potesse risalire: Le incomprensioni tra scienza giuridica e scienza medicolegale: un pericolo da scongiurare. L’autore era Federico Stella, il grande penalista dell’Università Cattolica al quale, insieme a Francesco Introna, può farsi risalire l’idea germinale di fondazione della rivista. In quello scritto si insisteva particolarmente sull’esigenza di porre al centro le questioni metodologiche, constatando come le difficoltà in questo campo fossero « tali e di tale portata » da spiegare perché il « solco » tra pensiero giuridico e medico-legale fosse andato approfondendosi. I due grandi nodi della causalità e dell’imputabilità venivano indicati come luoghi emblematici sia della complessità sia del ritardo metodologico intra- e inter-disciplinare, trattandosi di problemi che « possono essere affrontati fino in fondo solo se si rispettano due regole fondamentali: solo evitando cioè che medicina legale e diritto penale proseguano per la propria strada procedendo su binari separati; e solo dando vita a delle indagini nelle quali non si perdano mai di vista i risultati cui sono approdate le diverse discipline coinvolte nella disputa e i contributi del dibattito epistemologico ».

Una famosa battuta del filosofo Karl Popper, assai cara a Federico Stella, secondo cui « non ci sono discipline né rami del sapere o, piuttosto, di indagine: ci sono soltanto problemi e l’esigenza di risolverli » 3)trovava in quello scritto anche il suo giusto complemento nell’avvertenza a non smarrire, pur nella stretta integrazione dei saperi e delle pratiche, le identità disciplinari; in particolare a tenere debito conto dei rispettivi « punti di vista » e, per quanto concerne la materia penalistica, di « appurare se, e fino a che punto, nella soluzione dei problemi, vecchi e nuovi, della medicina legale venga rispettato il fondamentale criterio metodologico che vieta di ricercare, al di fuori del diritto, il significato dei concetti “giuridici”, e che impone invece di percorrere la strada sicura che va dall’analisi delle esigenze e delle finalità del giudizio civile e penale (dalla individuazione dell’“immagine del mondo” propria del giudice, ossia – appunto – del “punto di vista” giuridico) alla formulazione dei concetti ».

Quelle pagine di editoriale hanno costituito e costituiscono una fonte di ispirazione anche per la nuova serie della rivista, che ha ampliato il proprio raggio di azione assumendo la denominazione più comprensiva di Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario, avviata sotto la direzione di Fabio Buzzi e Francesco Centonze, e a sua volta inaugurata con un editoriale apparso sul fascicolo n. 4-5 del 2011 a firma di Francesco Centonze e di scrive dal titolo - Diritto e sapere scientifico in campo sanitario: un progetto di integrazione multidisciplinare. Non a caso quel testo si chiudeva proprio con il pensiero di Karl Popper già ricordato: « noi non siamo studiosi di certe materie, bensì di problemi. E i problemi possono passare attraverso i confini di qualsiasi materia o disciplina ». Si ribadiva così la netta linea di continuità con l’originaria e anticipatrice impostazione metodologica dei “fondatori”, ripresa già nella presentazione pubblica della nuova serie della rivista, in un convegno organizzato nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano il 24 maggio 2012 dal titolo: Leggi scientifiche e spiegazione causale a dieci anni dalla Sentenza Francese: un evento organizzato dall’allora Centro Studi “Federico Stella” sula Giustizia Penale e la Politica criminale (ora Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale), l’istituzione accademica che, insieme alla Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA) e al Laboratorio Interdisciplinare Diritti e Regole, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, contribuisce con le sue idee e l’impegno dei suoi docenti e ricercatori alla vita della rivista.

Il richiamo dei testi “fondativi” ne rivela la consapevolezza e capacità di anticipazione già in un’epoca nella quale concetti come interdisciplinarità, multidisciplinarità e transdisciplinarità erano tutt’altro che di uso corrente, per non dire “di gran moda”, come ai giorni nostri. Una impostazione che del resto si riteneva potesse trovare il suo luogo di elezione proprio nel terreno d’incontro tra esperienze giuridiche e in campo sanitario, visto che, come già si osservava molti anni fa in un testo divenuto un classico di scienza della legislazione 4), era (e tuttora largamente è) il diritto a poter apprendere utilmente dalla medicina i percorsi di convergenza e cooperazione tra competenze e saperi diversi, chiamati quotidianamente a raccolta dalla pratica clinica per la cura del malato.

C’è un secondo anniversario che, come detto, nonostante l’apparente diversità, può in realtà connetteresti, almeno per alcuni suoi significati, a quello appena evocato. Riguarda una delle vicende più sinistramente emblematiche dell’intera storia dell’umanità.

Quest’anno 2019 corre il centenario della pace di Versailles che, soprattutto per la “ingiustizia” 5)delle scelte ivi adottate, concluse in modo del tutto insoddisfacente il primo conflitto mondiale. Scelte peraltro su cui, secondo alcune ipotesi avanzate anche di recente 6), ebbe qualche influsso – coinvolgendo vari componenti delle delegazioni diplomatiche, a cominciare dallo stesso presidente americano Woodrow Wilson, che vi ebbe un ruolo fondamentale – l’avvenimento catastrofico su cui qui si vorrebbe appuntare l’attenzione.

Il 1919 fu infatti anche l’anno in cui si registrò la terza ondata della devastante pandemia di influenza detta “Spagnola” (propriamente il virus influenzale H1N1), che qualcuno ha definito « la madre di tutte le pandemie » 7), « il paradigma epidemico del ventesimo secolo e lo spettro dell’epidemia che verrà » 8), o anche « un olocausto sanitario rimosso per quasi un secolo » 9).

Pandemia “madre” anche rispetto alle altre due pandemie influenzali del XX secolo: l’influenza asiatica (1957, H2N2) e l’influenza di Hong Kong (1968, H3N2). Come insegnano i virologi, le pandemie influenzali prendono avvio dall’introduzione e successivo adattamento di un nuovo sottotipo di virus con una nuova emoagglutinina (HA, o nuova HA e neuraminidasi [NA]) che è immunologicamente distinta dai ceppi precedentemente circolanti. Un nuovo sottotipo di virus che si può formare a seguito della trasmissione diretta di ceppi di influenza animale a esseri umani (come fu il caso del 1918), oppure « attraverso il riassortimento tra virus dell’influenza umana e animale, come avvenuto nel 1957 con l’influenza asiatica (H2N2), e ancora nel 1968 con l’influenza di Hong Kong (H3N2) » 10).

Diffusasi all’inizio del 1918, la pandemia di “Spagnola” aveva subito una svolta particolarmente aggressiva dal punto di vista epidemiologico, già nell’estate del 1918.

Questa nuova tipologia, più virulenta, si diffuse tra la popolazione virale nel corso dell’estate, e in autunno si scatenò la malattia. A quel punto, l’influenza stagionale era scomparsa e non c’era più nulla che potesse diluire la varietà pandemica « pura ». Non è chiaro che cosa provocò la mutazione del virus quell’estate ma, come abbiamo visto, all’influenza non serve molto per cambiare: bastano condizioni favorevoli. Ampie porzioni del pianeta erano strette nella morsa della fame, e ci sono prove che deficit nutrizionali nell’ospite possono indurre cambiamenti genetici nel virus, facendolo diventare più virulento (indebolendo allo stesso tempo la risposta immunitaria dell’ospite). Se accettiamo che la seconda ondata si sia scatenata sul fronte occidentale o nelle sue vicinanze, dobbiamo ricordare che allora il fronte era inondato di sostanze chimiche, alcune delle quali, in particolare l’iprite, avevano effetti mutagenici (ovvero in grado di indurre cambiamenti genetici negli organismi viventi, virus compresi). Quegli stessi gas, poi, avevano compromesso i polmoni di moltissimi soldati, rendendoli vulnerabili all’invasione 11).

Quando si fu esaurita, nel 1920, la pandemia aveva lasciato dietro di sé, secondo le stime più riduttive, 31 milioni di morti (dopo averne contagiati circa 500 milioni), ma, secondo valutazioni epidemiologiche più recenti e attendibili (che tengono maggiormente conto della sua diffusione in aree extraeuropee), dai 50 ai 100 milioni 12), pari, secondo certe stime, al 3-5% della popolazione mondiale di allora e con un abbattimento di oltre 10 anni dell’aspettativa di vita media delle persone. Cifre che sorpassano largamente il numero delle vittime della Grande guerra e che ne fanno, se non proprio la più mortifera pandemia nella storia dell’umanità – probabilmente sopravanzate dalla Peste Nera del Trecento cui si dovettero in Europa e In Asia, secondo stime approssimative, dai 75 ai 200 milioni di decessi – certo un evento di immani proporzioni catastrofiche.

L’enormità delle conseguenze meriterebbe di per sé una seria rievocazione, specie nel contesto di una rivista dedita a temi medico-legali e sanitari, anche per le prospettive di comprensione e prevenzione di recenti e future pandemie che le vicende sanitarie del 1918-20 possono offrire a virologi ed epidemiologi. Del resto è stata rimarcata più in generale l’importanza culturale e professionale che riveste, per la medicina e chi la pratica, lo studio delle malattie epidemiche e del modo in cui sono state affrontate in passato, per avere consapevolezza che « le dimensioni epidemiologiche di un’infezione sono il prodotto delle interazioni coevolutive tra gli agenti patogeni e l’ospite (inteso questo non solo nel senso delle risposte biologiche all’infezione, ma anche dei presidi terapeutici e preventivi messi in atto per combattere la malattia) » 13).

Notevoli sono già le conoscenze di interesse medico che possono venire dalla storia della malattia e dai chiarimenti cui ha potuto pervenire nel 1997 il patologo militare Jeffery Taubenberger grazie all’analisi di una serie di reperti (preparati di tessuto polmonare di persone decedute per la pandemia che permisero di isolare frammenti del DNA virale). Chiarimenti che peraltro a tutt’oggi non sembrerebbero aver scoperto che cosa abbia reso il virus così pericoloso e, quindi, quali misure dovremmo adottare se si ripresentasse qualcosa di simile 14). Nonostante le informazioni e gli studi raccolti in questo secolo trascorso sulla biologia e sulla patogenesi dell’influenza, molto resta ancora da chiarire, « sulla sua origine, le sue insolite caratteristiche epidemiologiche e la base di sua patogenicità », così come manca una risposta alla domanda su « come, quando e perché il virus della Spagnola acquisì la capacità, di cui non esistono precedenti storici, di originare tre ondate pandemiche in rapida successione » 15).

Occorre del resto tener conto della « pressoché totale imprevedibilità » dei virus influenzali, considerato che da vari anni circola nel mondo un virus influenzale aviario, denominato A/H5N1, che sporadicamente passa dai volatili all’uomo, ma difficilmente tra esseri umani (a differenza della “Spagnola”) al pari di altri come l’H7N7 o il H7N9, un virus diffuso nel pollame in Cina.

Se una serie di mutazioni adattive piuttosto che, con maggior probabilità, lo scambio di segmenti genici tra virus influenzali diversi possa un giorno modificare la capacità di un virus aviario di trasmettersi per contagio interumano è difficile da predire. Basti solo pensare che nel 2009 quando tutti si aspettavano una possibile pandemia causata da un virus aviario a partenza da est, abbiamo invece assistito alla comparsa, “umanizzazione” (adattamento all’uomo) e rapida diffusione di un virus di origine suina emerso ad “ovest”, per la precisione in Messico. Un’altra domanda fondamentale, infine, riguarda la possibilità di mitigare gli effetti e l’impatto di una eventuale pandemia con adeguati interventi. È però importante premettere, a questo proposito, che le misure di controllo convenzionali non sono in grado di mitigare né tantomeno arrestare la diffusione di un’epidemia influenzale. Ciò trova spiegazione nel fatto che il picco massimo di escrezione virale nella sindrome influenzale si verifica praticamente in corrispondenza con la comparsa della febbre, per cui l’isolamento diretto del malato, al fine di ridurre la probabilità di contagio nei confronti di altre persone, non risulta essere efficace (al contrario di quanto avviene, ad esempio, con la SARS, nella quale il picco di contagiosità si manifesta circa una settimana dopo la comparsa dei sintomi) 16),

Al di là della tremenda “conta dei morti” e degli insegnamenti per virologi ed epidemiologi che essa ha apportato, c‘è un “filo” che sembra attraversare e congiungere vari risvolti di interesse storiografico, economico, sanitario e sociologico di quella imponente vicenda e che si ritiene di poter annodare alla prospettiva metodologica lumeggiata negli editoriali citati all’inizio.

In particolare quel “filo” rimanda alla raccomandazione conclusiva di Federico Stella, a tenere in debito conto, nell’ambito del dialogo interdisciplinare, delle « esigenze » e delle « finalità » del giudizio civile e penale, nonché dell’« immagine del mondo » propria del giudice. Soprattutto qualora quell’invito venga riletto e in certo modo attualizzato alla luce di due componenti determinanti e reciprocamente potenziantisi del panorama culturale corrente, entro il quale proprio il « punto di vista » del giurista, specialmente penale, è destinato a iscriversi e a subire vari forzati condizionamenti. Ci si riferisce tra l’altro, come si dirà, alla nociva dilatazione dei campi entro i quali sarebbe appropriato restringere lo specifico “modo” penale (fatalmente accusatorio-sanzionatorio) di trattazione e soluzione dei conflitti sociali; una tendenza resa evidente da innumerevoli segnali, il cui effetto non può che essere la svalutazione, per non dire la corruzione delle norme, non solo penali 17), nonché della stessa identità e dignità disciplinare del giurista.

Una prima componente di questo orizzonte è costituita dalla svalutazione popolare, mediatica e politica dei saperi esperti 18), fenomeno acuitosi ultimamente, ma che ha radici antiche, se è vero che già Giovanni Sartori, quarant’anni fa, scriveva che « lo stato di disattenzione, sotto informazione, distorsione percettiva e, infine, totale ignoranza dei pubblici di massa è scoraggiante, solo un dieci-venti per cento della popolazione adulta merita la qualifica di informata » 19).

La seconda componente, strettamente correlata alla prima, è la « infantilizzazione » della discussione pubblica, ormai ridotta a « banale contrapposizione amico-nemico », di cui danno ampio esempio i dirigenti politici, « prigionieri di una dimensione discorsiva insieme aggressiva e infantile, fatta di mezze idee (spesso sbagliate) ascoltate chissà dove e chissà da chi ». Ne deriva una corrispondente tendenza a impostare i problemi sociali in una forma polarizzata che registra frequentemente uno scivolamento verso la criminalizzazione o quanto meno il rivestimento e la chiusura dei problemi individuali e sociali entro un involucro di conflittualità giudiziaria e iperlegalistica. La “nomorrea penale” lamentata oltre un secolo fa dal grande giurista toscano Francesco Carrara 20)sembra ormai assurgere a categoria dello spirito, a cifra della attualità socio-antropologica.

Si tratta di tendenze non immuni dal rischio di qualche transito dal dibattito pubblico-mediatico a quello “esperto”, perché palesemente idonee a erodere l’humus etico di cui ogni apertura al dialogo e alla comunicazione delle idee deve nutrirsi. Entrambe queste spinte generano infatti atteggiamenti difensivi, sfibrano quella capacità di ascolto così fondamentale per l’impostazione stessa di un metodo interdisciplinare che, quand’anche riesca a preservarsi nei circoli accademici e scientifici, è condannato alla sterilità se lo “spazio pubblico” risulta refrattario a recepirne gli esiti. La vicenda “stamina” (oltre che il più recente fiorire dei movimenti cosiddetti “no vax”) ne è una eloquente illustrazione: il riconoscimento di un c.d. diritto alla speranza sembra configurarsi come l’ennesima traduzione in termini regolativi di una « passione triste » 21), ancorché umanamente comprensibile, come lo sgomento per l’incertezza o l’assenza di evidenze scientifiche e sperimentali favorevoli alla cura; traduzione resa possibile da un uso interpretativo, disinvolto e “sbilanciato”, dell’art. 32 della Costituzione, piegato a legittimare una sorta di “soggettivizzazione della salute”.

È proprio la riflessione retrospettiva sull’immane catastrofe della pandemia “Spagnola” a illustrare ampiamente l’importanza, per la comprensione di quegli avvenimenti (e per la prevenzione di sue possibili ricorrenze) 22), di « un enorme sforzo multidisciplinare », del « contributo congiunto di storici e scienziati, scienziati sociali compresi » 23). Sforzo già nel frattempo dispiegatosi visto che, se all’epoca a occuparsi della pandemia, « a parte gli attuari delle compagnie assicurative », erano stati « epidemiologi, virologi e storici della medicina », da qualche decennio « la storiografia sull’influenza spagnola è letteralmente esplosa », e vi ci si dedica una « rinnovata attenzione » multidisciplinare: oltre agli storici, hanno cominciato a interessarsi all’argomento anche economisti, sociologi e psicologi 24).

Lo studio della genesi e sviluppo di quella pandemia è massimamente illuminante circa l’importanza di un collante “umanistico” tra i diversi saperi per alimentare il dialogo appunto multi- e interdisciplinare. Anche perché permette di portare alla luce le distorsioni cognitive che accompagnarono e seguirono lo svolgersi degli avvenimenti, nelle quali può facilmente ritrovarsi l’influsso deteriore esercitato da quel pensare polarizzato e dicotomico, da quella mentalità belligerante, che aveva portato al primo conflitto mondiale e che, complice la punitività dispiegatasi nella c.d. pace di Versailles 25), avrebbe steso la sua ombra nei decenni successivi, fino alla seconda guerra mondiale, alla guerra fredda e ai giorni nostri.

Emblematica manifestazione di tale mentalità può considerarsi di per sé la denominazione della pandemia: “Spagnola”. Se ne danno varie spiegazioni attendibili, ma si è particolarmente insistito sulla versione secondo cui al primo scatenarsi del virus (probabilmente a partire dagli Stati Uniti, già intervenuti nel conflitto al fianco dell’Intesa) i paesi in guerra temettero ne potesse derivare un indebolimento dello sforzo bellico. Giunse così propizia l’idea di localizzare in una nazione neutrale come la Spagna il focolaio della malattia, anche se quando essa arrivò in quel paese si era già diffusa in America da due mesi, e in Francia da qualche settimana almeno 26). Oggi diremmo che si sia trattato di un’“arma di distrazione di massa” 27)o, quanto meno, di una delle molte fake news di cui è costellata la storia 28), non solo la cronaca odierna.

Potremmo dire che una tale primigenia distorsione cognitiva prodotta dal clima guerresco si sia prolungata nel tempo, coinvolgendo vari aspetti contemporanei e successivi nella gestione ed elaborazione di quella esperienza.

I grandi studiosi dei bias, delle scorciatoie cognitive che producono una percezione e conoscenza distorta della realtà 29), sono arrivati alla conclusione che ognuna di esse concorra a favorire la posizione dei c.d. “falchi”. Nel senso che i leader politici (ma in realtà i partecipanti a innumerevoli altri contesti sociali) « tendono a esagerare le cattive intenzioni degli avversari e a sbagliarsi nel giudicare le loro percezioni », così come a « essere eccessivamente ottimisti sull’esito di conflitti e riluttanti a negoziare e fare concessioni ». Le dinamiche inerziali che avevano condotto allo scoppio della Grande guerra 30)(e che condurranno a molti conflitti dei decenni successivi) potrebbero assumersi come illustrazione esemplare di questi meccanismi cognitivi, che « hanno l’effetto di rendere le guerre più probabili da iniziare e più difficili da terminare » 31).

L’atteggiamento da “falchi” (invece che da “colombe”) deriva da una generale propensione all’ottimismo, che sovrastima i benefici e sottostima i costi delle decisioni da adottare. « Secondo questa ipotesi, le persone spesso (ma non sempre) si lanciano in progetti rischiosi perché sono troppo ottimiste riguardo alle probabilità che si trovano di fronte », il che « forse contribuisce a spiegare perché gli individui si facciano causa, si facciano la guerra e anche avviino piccole attività commerciali » 32).

Questa spinta a vestire i panni del “falco” appare omologa o comunque molto affine alla attrattiva che presenta l’attribuzione di qualificazioni “criminali” ai più disparati problemi sociali e ai soggetti che ne siano coinvolti. Un’affinità tra logiche guerresche e criminalizzanti era stata già ben lumeggiata dallo psicologo sociale George Herbert Mead 33), il padre riconosciuto dell’interazionismo simbolico.

Così vediamo la società pressoché senza speranza paralizzata dall’atteggiamento ostile che essa ha assunto verso colui che infrange le sue leggi e non si adegua alle sue istituzioni. L’ostilità verso il reo inevitabilmente porta con sé i sentimenti retributivi, repressivi e di esclusione. Questi non forniscono alcun principio per lo sradicamento del crimine, per la riconduzione del delinquente alle normali relazioni sociali, né per definire i diritti e le istituzioni offese in termini delle loro funzioni sociali positive. [...] Ma è importante rendersi conto di quali implicazioni ha questo atteggiamento di ostilità nella nostra società. Si devono in particolare riconoscere le inevitabili limitazioni insite nell’atteggiamento. L’organizzazione sociale, che deriva dall’ostilità, ad un tempo enfatizza il ca rattere che è alla base dell’opposizione e tende a sopprimere tutti gli altri caratteri presenti nei membri del gruppo 34).

Un’interferenza del pensare “da falchi”, sulle decisioni pubbliche e sugli atteggiamenti popolari, sotto forma di una sopravvalutazione delle intenzioni ostili altrui (oggi si parlerebbe di complottismi e teorie della cospirazione), può rinvenirsi in quanto accadde ad esempio in Brasile all’epoca della “Spagnola”, anche a seguito delle campagne di vaccinazione obbligatoria lanciate a partire dal 1904 dal presidente Rodrigues Alves on l’ausilio del medico Oswaldo Cruz. Campagne cui i brasiliani delle classi povere reagirono con una « rivolta del vaccino », che divenne « l’espressione di una vera e propria lotta di classe » e di una contrapposizione nei confronti delle élites. Un’ostilità la cui onda lunga arrivò fino al 1918, quando calò sul paese la nuova pandemia e la reazione popolare verso quella nuova minaccia fu caratterizzata dal « timore che le autorità stessero esagerando le paure legate a una semplice limpa-velhos – ammazzavecchi – per giustificare l’imposizione di una “dittatura della scienza” e la violazione dei diritti civili » 35).

L’insieme di euristiche che producono la mentalità “da falchi” ci sembra finisca per influire significativamente sullo stesso esercizio della memoria, già di per sé esposto a molteplici « peccati » 36). La tendenza al pensare polarizzato e dicotomico non può infatti che orientare anche il diverso sedimentarsi degli avvenimenti storici nel ricordo collettivo o anche solo la selezione degli elementi che ne tramandino le caratteristiche assunte come essenziali e più degne di ricordo. Parafrasando un famoso « excursus sul tempo » di Thomas Mann 37), potremmo dire che non solo nel presente, ma anche nella visione retrospettiva sul passato, ci si illuda di « trattenere la vita », di sottrarsi alla terrorizzante « ininterrotta uniformità » e all’« infiacchimento » e « ottundimento che intervengono quando per troppo tempo la norma non ha conosciuto interruzioni » 38), con la fissazione sui “momenti di rottura” di tale norma, siano essi quelli bellici in senso proprio, o quelli in cui la guerra, reale o metaforica, è ingaggiata nei confronti del nemico-criminale (criminale in quanto nemico o nemico in quanto criminale).

Anche questa potrebbe essere una spiegazione – e una spiegazione occorre pur darsela – del protratto oblio nelle rievocazioni e nella stessa storiografia della Prima guerra mondiale fino a non molti anni fa, di tutte quelle persone e popolazioni che in modo oscuro, poco eclatante ed “eroico”, sono state vittimizzate dal conflitto, ricordate assai meno (nonostante il loro numero e l’entità delle sofferenze patite) dei caduti negli eserciti contrapposti. Potremmo definirli i molti e grandi “dimenticati” della Grande guerra: i civili, i profughi, le donne, le minoranze etniche, i combattenti sul fronte etnicamente “sbagliato”, ecc. 39).

Ma un esempio eloquente di queste selettive dinamiche mnestiche è proprio offerto dalla pandemia di “Spagnola” 40)e dai suoi « caduti dimenticati » 41). Si è calcolato che attualmente esistano ottantamila libri sulla Prima guerra mondiale (in più di quaranta lingue) e circa quattrocento sull’influenza spagnola (in cinque lingue) 42). « Quando si chiede qual è stato il principale disastro del XX secolo, quasi nessuno risponde: “L’influenza spagnola” » 43). Salvo poi, debitamente sollecitati, rievocare nonni e bisnonni o prozii o qualche altro membro della famiglia contagiato o ucciso da quel virus. A una tale opera di estromissione o comunque marginalizzazione dalla memoria di quella vicenda non fu esente nemmeno il mondo della cultura, visto che in un’opera storiografica recente si è ritenuto necessario confutare la comune sottovalutazione del suo ruolo nell’influenzare gli atteggiamenti spirituali degli anni successivi e in particolare quello che è stato detto un « rinnovato pessimismo » 44).

Virginia Woolf scrisse un saggio intitolato Sulla malattia nel quale si chiedeva perché la letteratura non avesse mai esplorato il ricco terreno delle infermità: « Considerato quanto sia comune la malattia, di quali proporzioni il mutamento spirituale che essa produce, quanto stupefacenti, allorché le luci della salute si spengono, i territori vergini che allora si dischiudono [...] appare davvero strano che la malattia non figuri insieme all’amore, alle battaglie e alla gelosia tra i temi principali della letteratura » 45).

Si è attribuita questa protratta dimenticanza, paradossale nei confronti di un accadimento dalle proporzioni apocalittiche, al fatto che l’influenza di “Spagnola”, a differenza dei due lunghi conflitti bellici, « travolse il mondo intero in un battito di ciglia. La maggior parte dei decessi si verificò nel corso di tredici settimane, tra la metà di settembre e la metà di dicembre 1918. A differenza della guerra, fu estesa nello spazio e circoscritta nel tempo » 46). E si è anche osservato che probabilmente « il ricordo delle pestilenze cata strofiche si crea più lentamente, e una volta raggiunto un certo equilibrio – determinato forse dal numero delle vittime – è in genere più resistente all’erosione » 47). Inoltre « la memoria è un processo attivo, bisogna ripassare mentalmente i dettagli di un evento per trattenerli. Ma chi vuole ripassare i dettagli di una pandemia? Le guerre hanno un vincitore (e al vincitore va tutto il bottino, ovvero la versione dei fatti che viene tramandata ai posteri), mentre in una pandemia ci sono soltanto sconfitti » 48).

L’ipotesi che qui ci si sente di avanzare è quella che riconduce l’oblio in cui è stata a lungo relegata quella gigantesca vicenda, rispetto ai fatti d’arme della Grande guerra, alla forza di attrazione del pensare dicotomico e guerresco, rispecchiamento cognitivo e mnestico di quell’insidiosa capacità di risucchio che compete a quanto nei contesti organizzativi è stato definito l’“approccio accusatorio”. Un approccio “alla persona”, ispirato da una cultura del biasimo (blame culture) 49)omologo al riduzionismo di segno opposto, che in situazioni problematiche e complesse porti a concentrarsi semplicisticamente sulle azioni salvifiche di singoli individui, andando alla ricerca, deprecata in una celebre battuta del Galileo di Bertolt Brecht 50), dell’eroe di turno.

A testimoniare ulteriormente il significato che assume nei diversi periodi storici la memoria, narrazione e rielaborazione delle malattie del passato e in particolare della pandemia “spagnola” è forse il riscontro di una crescita di attenzione per l’argomento anche nella cultura popolare 51), al punto da dire che « nel XXI secolo gli scrittori hanno ormai messo la malattia accanto all’amore, alla gelosia e alla guerra come argomento degno di essere trattato e l’influenza spagnola è finalmente penetrata anche nella cultura popolare, come sfondo di romanzi, film e serie tv ». Probabilmente ciò è il segno che si sta sviluppando (e che si sente finalmente il bisogno) di una “nuova narrazione”, di « un nuovo linguaggio » 52), non solo per la scienza medica, ma per ogni profilo disciplinare che voglia confrontarsi con il problema della malattia, consapevole della necessità di com prenderlo e fronteggiarlo senza scomodare criminali o eroi e disponendo di un linguaggio capace di comunicare e interagire con quello dei portatori di altre competenze e saperi.

Anche il « punto di vista » del diritto e in particolare del diritto penale, di cui Federico Stella invitava a tenere conto nel dialogo interdisciplinare, in campo sanitario (e non solo), dovrebbe essere illuminato dalle dolorose esperienze di un secolo fa e dalle nuove narrazioni che permettano di elaborarne il senso, specie su problemi assai più ordinari e quotidiani.

Basti citarne in questa sede uno solo, ben noto alla comunità dei medici e dei giuristi e già ampiamente discusso in questa rivista 53): il problema della medicina difensiva, fenomeno che segnala palesemente le degenerazioni del c.d. approccio accusatorio e del pensiero dicotomico nella trattazione dell’errore medico 54), con il risultato di spingere il sanitario – con metafora pertinente al centenario – a chiudersi in “trincea” per ripararsi dagli attacchi a cui si senta esposto.

Meno scontato e rilevare che anche i rimedi concepiti per fronteggiarla, almeno quando hanno ritenuto di mobilitare interventi nella materia penale (l’art. 3 della legge 189/2012 e l’art. 590-sexies del codice penale introdotto dalla riforma Gelli Bianco) a parere di chi scrive, appaiono espressione di quegli stessi atteggiamenti e situazioni che sono all’origine del problema. Ci si riferisce a quello che si potrebbe definire l’“arruolamento” forzato, da parte di entrambe le riforme, delle linee guida nella “schiera” delle regole cautelari, in quanto largamente assunte a parametro di valutazione della colpa medica. Con ciò tradendo – pare proprio – la natura delle clinical practice guidelines che, secondo una nota definizione, « are systematically developed statements to assist practitioner and patient decisions about appropriate health care for specific clinical circumstances » 55).

La « cura appropriata della salute » del paziente non dovrebbe essere riduttivamente assimilata all’adozione di decisioni e condotte « volte a neutralizzare o minimizzare il rischio » 56)e a evitare la causazione di eventi dannosi. Caratteristiche che competono appunto all’osservanza di quelle regole cautelari la cui violazione è alla base dell’imputazione colposa, ma le cui finalità difensive, modulate in rapporto all’incombere di possibili eventi dannosi, solo in parte corrispondono ai contenuti e, soprattutto, allo spirito di cura e promozione della salute e del benessere del paziente, che dovrebbe informare il senso e la applicazione delle linee guida e dei doveri del medico 57).

Forse anche in questo campo il nostro legislatore è stato ghermito dalla seducente presa del “falco”?

Forti Gabrio

1) J.W.Goethe, Massime e riflessioni, Milano, 2013, n. 192.
2) H.von Hofmannsthal, Il libro degli amici, Milano 2003 2, p. 52.
3) Cfr. K.R. Popper, Postscript to the Logic of Scientific Discovery, trad..it., Poscritto alla logice della scoperta scientifica, vol. I, Milano, 1984, p. 35.
4) P. Noll, Gesetzgebungslehre, Reinbeck b. Hamburg, 1973. pp. 66 ss.
5) Si veda, nel quadro di una riflessione “di giustizia”, G.Forti-A. Provera-B. Spricigo, Umanità in trincea. Voci di giustizia da una guerra senza pace, Milano, 2019, spec. il cap. I.
6) L. Spinney, Pale Rider. The Spanish Flu of 1918 and How it Changed the World, London, 2018 trad. it. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo, Venezia, 2018, pos. 3193 ss. dell’ebook, dove si ricordano i malanni influenzali di Lloyd George e di Clemenceau e dove si ipotizza che un’esposizione al virus del presidente americano Wilson possa aver propiziato l’ictus di cui fui vittima nell’ottobre del 1919.
7) J.K. Taubenberger - D.M. Morens, 1918 Influenza. The mother of all pandemics, in Emerg. Infect. Dis., 12(1), 2006, pp. 15-21; si veda anche Id., Origin and Virulence of the 1918 “Spanish” Influenza Virus in Proceedings of the American Philosophical Society, Vol. 150, No. 1 (Mar., 2006), pp. 86-112; Id., Reconstruction of the 1918 Influenza Virus: Unexpected Rewards from the Past, in MBio, 2012, vol. 3, n. 5.
8) E. Rezza, Prefazione, a E. Tognotti, La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo, Milano, 2015 2.
9) Introduzione alla seonda edizione, in E. Tognotti, La “spagnola” in Italia, cit.
10) M. Khanna - L. Saxena; A. Gupta; B.Kumar; R.Rajput, Influenza Pandemics of 1918 and 2009A Comparative Account, in Future Virology. 2013; 8(4), pp. 335-342. 
11) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 2826 ss dell’ebook.
12) J.M. Barry, The Great Influenza: the Story of the Deadliest Pandemic in History, New York, 2018. Fra i recenti tentativi di quantificazione dei decessi a seguito della pandemia, si veda S. Ansart; C. Pelat; P.-Y. Boelle; F. Carrat; A. Flahault; A.-J. Valleron, Mortality burden of the 1918–1919 influenza pandemic in Europe, in Influenza Resp Viruses. 2009;3(3), pp. 99-106. 
13) G. Corbellini, Presentazione, in E. Tognotti, La “spagnola” in Italia, cit.
14) A.W. Crosby, America’s Forgotten Pandemic: The Influenza of 191), New York, 2003.
15) Introduzione alla seconda edizione, in E. Tognotti, La “spagnola” in Italia, cit.
16) E. Rezza, Prefazione, cit.
17) Per un più ampio sviluppo di queste considerazioni, rinviamo a G. Forti, La cura delle norme. Oltre la corruzione delle regole e dei saperi, Milano 2018.
18) Si veda, per tutti, T. Nichols, The Death of Expertise, New York, 2017, trad. it.: La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Roma, 2018.
19) Lo ricordava G. Belardelli, La qualità perduta del dibattito pubblico, in Corriere della Sera, 19 luglio 2019, p. 32.
20) F. Carrara, Un nuovo delitto, in Opuscoli di diritto criminale », Prato, 1889 3, vol. IV, p. 522. Si veda anche C.E. Paliero, « Minima non curat praetor ». Ipertrofia del diritto penale e decriminalizzazione dei reati bagatellari, Padova,1985, p. 7.
21) B. Spinoza, Etica, IV, Proposizione 47, Dimostrazione, in Opere, a cura di F. Mignini, Milano, 2007, p. 1016: « affetti di speranza e di paura non si danno senza tristezza. Infatti la paura è tristezza; e la speranza non si dà senza paura ».
22) Si ricorda ad es. che in caso di scatenamento di una nuova pandemia, essenziale per il contenimento del contagio sia non solo la giusta informazione degli operatori sanitari, ma anche il fatto che questi abbiano a che fare con « un’utenza informata e collaborativa » (L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4076 ss. dell’ebook).
23) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 168 ss. dell’ebook.
24) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 112 ss. dell’ebook.
25) E. Conze, 1919. La grande illusione. Dalla pace di Versailles a Hitler. L’anno che cambiò la storia del Novecento, Milano 2019.
26) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 859 ss.
27) Paul Krugman (La coscienza di un liberal, Roma-Bari, 2008, pp. 170 s.) ha chiamato « armi di distrazione di massa », quelle spianate da un orientamento politico che, puntando a tagliare le tasse e smantellare lo Stato sociale, aveva « inevitabilmente qualche problema a conquistarsi un consenso di massa », visto che i « tagli delle tasse, specialmente del tipo che vogliono gli ultraconservatori, vanno in larga parte a beneficio di una ristretta minoranza della popolazione, mentre un assottigliamento della rete di sicurezza sociale colpisce fasce ben più ampie ». E che dunque, per acquistare e mantenere consenso, per vincere le elezioni, doveva trovare il modo per « spostare l’attenzione su altri argomenti »: come descritto in un celebre libro del 2004 da Thomas Frank, What’s the Matter with Kansas?(Che cosa c’è che nonva con il Kansas?) la strada era (ed è) allora quella di raggirare l’elettorato attirando ripetutamente la sua attenzione « con eventi di secondaria importanza » o comunque di rilievo molto minore per le vite delle persone.
28) Si veda in argomento, ivi comprese le fake news sull’epidemia di “spagnola”, P. Mieli, Le verità nascoste, Milano, 2019.
29) Si veda, per tutti, D. Kahneman, Thinking, Fast and Slow, trad. it. Pensieri lenti e veloci, Milano, 2012.
30) Se ne veda l’avvincente ricostruzione in B. W. Tuchman, I cannoni d’agosto, Milano, 1998.
31) D. Kahneman- J.Renshon, Why Hawks Win, in Foreign Policy, January/February 2007: « Why are hawks so influential? The answer may lie deep in the human mind. People have dozens of decision-making biases, and almost all favor conflict rather than concession. A look at why the tough guys win more than they should [...] In fact, when we constructed a list of the biases uncovered in 40 years of psychological research, we were startled by what we found: All the biases in our list favor hawks. These psychological impulses – only a few of which we discuss here – incline national leaders to exaggerate the evil intentions of adversaries, to misjudge how adversaries perceive them, to be overly sanguine when hostilities start, and overly reluctant to make necessary concessions in negotiations. In short, these biases have the effect of making wars more likely to begin and more difficult to end ».
32) D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, p. 280.
33) G. H. Mead, The Psychology of Punitive Justice, in American Journal of Sociology 23, (1917-18), pp. 577-602, ora in A. J. Reck (a cura di), George Herbert Mead Selected Writings, Indianapolis, 1964, pp. 211-239, trad. it. (dalla p. 217) La psicologia della giustizia punitiva, in E. Santoro (a cura di), Carcere e società liberale, Torino, 1998, II ed., Torino, 2004, pp. 194 ss.
34) G. H. Mead, La psicologia della giustizia punitiva, cit., p. 200-201.
35) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 757 ss. dell’ebook
36) D. Schacter. The Seven Sins of Memory, Boston-New York, 2001.
37) T. Mann, Der Zauberberg, trad.it. di R. Colorni, La montagna magica, Milano 2010, pp. 148 ss.
38) T. Mann, La montagna magica, cit., pp. 150-1.
39) Un intenso richiamo alla memoria degli ultimi e dei dimenticati attraversa due volumi recenti prodotti nell’ambito della riflessione in corso presso l’Università Cattolica e a cura dell’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale, sul rapporto tra Giustizia e letteratura. Oltre al già citato volume di G. Forti - A. Provera e B. Spricigo, Umanità in trincea, si veda La Grande guerra. Storie e parole di giustizia, a cura di G. Forti e A. Provera, Milano, 2018; Q. Antonelli, I dimenticati della grande guerra. La memoria dei combattenti trentini (1914-1920), Trento, 2014 2; A. Di Gilio, I dimenticati di Caporetto. La prigionia. Un diario inedito. Una pagina rimossa della Grande Guerra, Valdagno, 2019.
40) Crosby, America’s Forgotten Pandemic, cit.
41) Spanish Flu: The forgotten fallen è il titolo appropriato di una serie televisiva trasmessa dalla BBC nel 2009 e centrata sulla vicenda di un ufficiale sanitario della città di Manchester, il dottor James Niven, impegnato a fronteggiare la seconda ondata della pandemia del 1918.
42) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 96 dell’ebook, che rileva peraltro come quei quattrocento volumi testimonino « un aumento esponenziale rispetto a vent’anni fa ».
43) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos.81 dell’ebook.
44) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 3827 ss. dell’ebook.
45) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 3856 ss. dell’ebook, che cita da V. Woolf, Sulla malattia, Torino, 2006, p. 7.
46) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 96 dell’ebook.
47) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4179 ss. dell’ebook.
48) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4204 ss. dell’ebook, dove si ricorda anche che « nel 2015 gli psicologi Henry Roediger e Magdalena Abel della Washington University in St. Louis, Missouri, hanno riassunto le ricerche ancora limitate sulla memoria collettiva scrivendo che la sua struttura narrativa “è abbastanza semplice e comprende un numero limitato di eventi salienti, riferibili a un momento di inizio, a un punto di svolta e a una fine”. È utile anche se gli eventi possiedono una componente eroica o mitica. Le guerre, con le loro dichiarazioni, le loro tregue, i loro atti di incredibile coraggio, si inseriscono facilmente in questa struttura; una pandemia influenzale, invece, non ha un inizio o una fine precisa, e nessun eroe definito ».
49) M. Catino, Miopia organizzativa. Problemi di razionalità e previsione nelle organizzazioni, Bologna, 2009, pp. 159 ss. « L’approccio accusatorio comporta una serie di “effetti perversi” o effetti di composizione. Si tratta di quegli effetti non voluti, ottenuti inintenzionalmente come esito di azioni intenzionali. In primo luogo, perseguire soltanto la ricerca del colpevole non porta da nessuna parte, in quanto non cambia lo stato delle cose e non migliora l’organizzazione. È un approccio che guarda al passato, crea un senso di paura per le sanzioni e le controversie legali, non favorisce il reporting degli errori da parte degli operatori di front line e inibisce l’apprendimento organizzativo e i ritorni di esperienza. L’approccio accusatorio non consente di eliminare le condizioni di rischio e non esclude la possibilità che uno stesso evento possa ripetersi con altri attori ».
50) B. Brecht, Vita di Galileo, in I capolavori, II, Torino, 1998, p. 105: « Sventurata la terra he ha bisogno di eroi »..
51) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos.4187 ss. dell’ebook.
52) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4220 ss. dell’ebook.
53) Si vedano in particolare: il focus dal titolo Responsabilità medica, medicina difensiva, medicina narrativa, in questa Rivista, 2014, n. 3, pp. 847-951; V. Paliero - F. Randazzo - P. Danesino - F. Buzzi, “Cause e mezzi” della medicina difensiva: riflessioni medicolegali, in questa Rivista, 2013, pp. 18-31.
54) Si veda Il problema della “medicina difensiva”. Una proposta di riforma in materia di responsabilità penale nell’ambito dell’attività sanitaria e di gestione del contenzioso legato al rischio clinico, a cura di G. Forti - M. Catino - F. D’Alessandro - C. Mazzucato - G. Varraso, Pisa, 2010, p. 17. « La “medicina difensiva” è identificabile in una serie di decisioni attive o omissive, consapevoli o inconsapevoli, e non specificatamente meditate, che non obbediscono al criterio essenziale del bene del paziente, bensì all’intento di evitare accuse per non avere effettuato tutte le indagini e tutte le cure conosciute o, al contrario, per avere effettuato trattamenti gravati da alto rischio di insuccesso o di complicanze ».
55) Institute of Medicine, 1990. Corsivo aggiunto.
56) Per tutti, C. Piergallini, voce Colpa (diritto penale), in Enc. Diritto, Annali X, Milano, 2017, p. 227.
57) Come si legge all’art. 3 (“Doveri del medico”) del Codice di deontologia medica: « Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza discriminazioni di età, di sesso, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace come in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. La salute è intesa nell’accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona ».
1) J.W.Goethe, Massime e riflessioni, Milano, 2013, n. 192.
2) H.von Hofmannsthal, Il libro degli amici, Milano 2003 2, p. 52.
3) Cfr. K.R. Popper, Postscript to the Logic of Scientific Discovery, trad..it., Poscritto alla logice della scoperta scientifica, vol. I, Milano, 1984, p. 35.
4) P. Noll, Gesetzgebungslehre, Reinbeck b. Hamburg, 1973. pp. 66 ss.
5) Si veda, nel quadro di una riflessione “di giustizia”, G.Forti-A. Provera-B. Spricigo, Umanità in trincea. Voci di giustizia da una guerra senza pace, Milano, 2019, spec. il cap. I.
6) L. Spinney, Pale Rider. The Spanish Flu of 1918 and How it Changed the World, London, 2018 trad. it. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo, Venezia, 2018, pos. 3193 ss. dell’ebook, dove si ricordano i malanni influenzali di Lloyd George e di Clemenceau e dove si ipotizza che un’esposizione al virus del presidente americano Wilson possa aver propiziato l’ictus di cui fui vittima nell’ottobre del 1919.
7) J.K. Taubenberger - D.M. Morens, 1918 Influenza. The mother of all pandemics, in Emerg. Infect. Dis., 12(1), 2006, pp. 15-21; si veda anche Id., Origin and Virulence of the 1918 “Spanish” Influenza Virus in Proceedings of the American Philosophical Society, Vol. 150, No. 1 (Mar., 2006), pp. 86-112; Id., Reconstruction of the 1918 Influenza Virus: Unexpected Rewards from the Past, in MBio, 2012, vol. 3, n. 5.
8) E. Rezza, Prefazione, a E. Tognotti, La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo, Milano, 2015 2.
9) Introduzione alla seonda edizione, in E. Tognotti, La “spagnola” in Italia, cit.
10) M. Khanna - L. Saxena; A. Gupta; B.Kumar; R.Rajput, Influenza Pandemics of 1918 and 2009A Comparative Account, in Future Virology. 2013; 8(4), pp. 335-342. 
11) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 2826 ss dell’ebook.
12) J.M. Barry, The Great Influenza: the Story of the Deadliest Pandemic in History, New York, 2018. Fra i recenti tentativi di quantificazione dei decessi a seguito della pandemia, si veda S. Ansart; C. Pelat; P.-Y. Boelle; F. Carrat; A. Flahault; A.-J. Valleron, Mortality burden of the 1918–1919 influenza pandemic in Europe, in Influenza Resp Viruses. 2009;3(3), pp. 99-106. 
13) G. Corbellini, Presentazione, in E. Tognotti, La “spagnola” in Italia, cit.
14) A.W. Crosby, America’s Forgotten Pandemic: The Influenza of 191), New York, 2003.
15) Introduzione alla seconda edizione, in E. Tognotti, La “spagnola” in Italia, cit.
16) E. Rezza, Prefazione, cit.
17) Per un più ampio sviluppo di queste considerazioni, rinviamo a G. Forti, La cura delle norme. Oltre la corruzione delle regole e dei saperi, Milano 2018.
18) Si veda, per tutti, T. Nichols, The Death of Expertise, New York, 2017, trad. it.: La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Roma, 2018.
19) Lo ricordava G. Belardelli, La qualità perduta del dibattito pubblico, in Corriere della Sera, 19 luglio 2019, p. 32.
20) F. Carrara, Un nuovo delitto, in Opuscoli di diritto criminale », Prato, 1889 3, vol. IV, p. 522. Si veda anche C.E. Paliero, « Minima non curat praetor ». Ipertrofia del diritto penale e decriminalizzazione dei reati bagatellari, Padova,1985, p. 7.
21) B. Spinoza, Etica, IV, Proposizione 47, Dimostrazione, in Opere, a cura di F. Mignini, Milano, 2007, p. 1016: « affetti di speranza e di paura non si danno senza tristezza. Infatti la paura è tristezza; e la speranza non si dà senza paura ».
22) Si ricorda ad es. che in caso di scatenamento di una nuova pandemia, essenziale per il contenimento del contagio sia non solo la giusta informazione degli operatori sanitari, ma anche il fatto che questi abbiano a che fare con « un’utenza informata e collaborativa » (L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4076 ss. dell’ebook).
23) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 168 ss. dell’ebook.
24) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 112 ss. dell’ebook.
25) E. Conze, 1919. La grande illusione. Dalla pace di Versailles a Hitler. L’anno che cambiò la storia del Novecento, Milano 2019.
26) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 859 ss.
27) Paul Krugman (La coscienza di un liberal, Roma-Bari, 2008, pp. 170 s.) ha chiamato « armi di distrazione di massa », quelle spianate da un orientamento politico che, puntando a tagliare le tasse e smantellare lo Stato sociale, aveva « inevitabilmente qualche problema a conquistarsi un consenso di massa », visto che i « tagli delle tasse, specialmente del tipo che vogliono gli ultraconservatori, vanno in larga parte a beneficio di una ristretta minoranza della popolazione, mentre un assottigliamento della rete di sicurezza sociale colpisce fasce ben più ampie ». E che dunque, per acquistare e mantenere consenso, per vincere le elezioni, doveva trovare il modo per « spostare l’attenzione su altri argomenti »: come descritto in un celebre libro del 2004 da Thomas Frank, What’s the Matter with Kansas?(Che cosa c’è che nonva con il Kansas?) la strada era (ed è) allora quella di raggirare l’elettorato attirando ripetutamente la sua attenzione « con eventi di secondaria importanza » o comunque di rilievo molto minore per le vite delle persone.
28) Si veda in argomento, ivi comprese le fake news sull’epidemia di “spagnola”, P. Mieli, Le verità nascoste, Milano, 2019.
29) Si veda, per tutti, D. Kahneman, Thinking, Fast and Slow, trad. it. Pensieri lenti e veloci, Milano, 2012.
30) Se ne veda l’avvincente ricostruzione in B. W. Tuchman, I cannoni d’agosto, Milano, 1998.
31) D. Kahneman- J.Renshon, Why Hawks Win, in Foreign Policy, January/February 2007: « Why are hawks so influential? The answer may lie deep in the human mind. People have dozens of decision-making biases, and almost all favor conflict rather than concession. A look at why the tough guys win more than they should [...] In fact, when we constructed a list of the biases uncovered in 40 years of psychological research, we were startled by what we found: All the biases in our list favor hawks. These psychological impulses – only a few of which we discuss here – incline national leaders to exaggerate the evil intentions of adversaries, to misjudge how adversaries perceive them, to be overly sanguine when hostilities start, and overly reluctant to make necessary concessions in negotiations. In short, these biases have the effect of making wars more likely to begin and more difficult to end ».
32) D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, p. 280.
33) G. H. Mead, The Psychology of Punitive Justice, in American Journal of Sociology 23, (1917-18), pp. 577-602, ora in A. J. Reck (a cura di), George Herbert Mead Selected Writings, Indianapolis, 1964, pp. 211-239, trad. it. (dalla p. 217) La psicologia della giustizia punitiva, in E. Santoro (a cura di), Carcere e società liberale, Torino, 1998, II ed., Torino, 2004, pp. 194 ss.
34) G. H. Mead, La psicologia della giustizia punitiva, cit., p. 200-201.
35) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 757 ss. dell’ebook
36) D. Schacter. The Seven Sins of Memory, Boston-New York, 2001.
37) T. Mann, Der Zauberberg, trad.it. di R. Colorni, La montagna magica, Milano 2010, pp. 148 ss.
38) T. Mann, La montagna magica, cit., pp. 150-1.
39) Un intenso richiamo alla memoria degli ultimi e dei dimenticati attraversa due volumi recenti prodotti nell’ambito della riflessione in corso presso l’Università Cattolica e a cura dell’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale, sul rapporto tra Giustizia e letteratura. Oltre al già citato volume di G. Forti - A. Provera e B. Spricigo, Umanità in trincea, si veda La Grande guerra. Storie e parole di giustizia, a cura di G. Forti e A. Provera, Milano, 2018; Q. Antonelli, I dimenticati della grande guerra. La memoria dei combattenti trentini (1914-1920), Trento, 2014 2; A. Di Gilio, I dimenticati di Caporetto. La prigionia. Un diario inedito. Una pagina rimossa della Grande Guerra, Valdagno, 2019.
40) Crosby, America’s Forgotten Pandemic, cit.
41) Spanish Flu: The forgotten fallen è il titolo appropriato di una serie televisiva trasmessa dalla BBC nel 2009 e centrata sulla vicenda di un ufficiale sanitario della città di Manchester, il dottor James Niven, impegnato a fronteggiare la seconda ondata della pandemia del 1918.
42) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 96 dell’ebook, che rileva peraltro come quei quattrocento volumi testimonino « un aumento esponenziale rispetto a vent’anni fa ».
43) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos.81 dell’ebook.
44) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 3827 ss. dell’ebook.
45) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 3856 ss. dell’ebook, che cita da V. Woolf, Sulla malattia, Torino, 2006, p. 7.
46) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 96 dell’ebook.
47) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4179 ss. dell’ebook.
48) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4204 ss. dell’ebook, dove si ricorda anche che « nel 2015 gli psicologi Henry Roediger e Magdalena Abel della Washington University in St. Louis, Missouri, hanno riassunto le ricerche ancora limitate sulla memoria collettiva scrivendo che la sua struttura narrativa “è abbastanza semplice e comprende un numero limitato di eventi salienti, riferibili a un momento di inizio, a un punto di svolta e a una fine”. È utile anche se gli eventi possiedono una componente eroica o mitica. Le guerre, con le loro dichiarazioni, le loro tregue, i loro atti di incredibile coraggio, si inseriscono facilmente in questa struttura; una pandemia influenzale, invece, non ha un inizio o una fine precisa, e nessun eroe definito ».
49) M. Catino, Miopia organizzativa. Problemi di razionalità e previsione nelle organizzazioni, Bologna, 2009, pp. 159 ss. « L’approccio accusatorio comporta una serie di “effetti perversi” o effetti di composizione. Si tratta di quegli effetti non voluti, ottenuti inintenzionalmente come esito di azioni intenzionali. In primo luogo, perseguire soltanto la ricerca del colpevole non porta da nessuna parte, in quanto non cambia lo stato delle cose e non migliora l’organizzazione. È un approccio che guarda al passato, crea un senso di paura per le sanzioni e le controversie legali, non favorisce il reporting degli errori da parte degli operatori di front line e inibisce l’apprendimento organizzativo e i ritorni di esperienza. L’approccio accusatorio non consente di eliminare le condizioni di rischio e non esclude la possibilità che uno stesso evento possa ripetersi con altri attori ».
50) B. Brecht, Vita di Galileo, in I capolavori, II, Torino, 1998, p. 105: « Sventurata la terra he ha bisogno di eroi »..
51) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos.4187 ss. dell’ebook.
52) L. Spinney, L’influenza spagnola, cit., pos. 4220 ss. dell’ebook.
53) Si vedano in particolare: il focus dal titolo Responsabilità medica, medicina difensiva, medicina narrativa, in questa Rivista, 2014, n. 3, pp. 847-951; V. Paliero - F. Randazzo - P. Danesino - F. Buzzi, “Cause e mezzi” della medicina difensiva: riflessioni medicolegali, in questa Rivista, 2013, pp. 18-31.
54) Si veda Il problema della “medicina difensiva”. Una proposta di riforma in materia di responsabilità penale nell’ambito dell’attività sanitaria e di gestione del contenzioso legato al rischio clinico, a cura di G. Forti - M. Catino - F. D’Alessandro - C. Mazzucato - G. Varraso, Pisa, 2010, p. 17. « La “medicina difensiva” è identificabile in una serie di decisioni attive o omissive, consapevoli o inconsapevoli, e non specificatamente meditate, che non obbediscono al criterio essenziale del bene del paziente, bensì all’intento di evitare accuse per non avere effettuato tutte le indagini e tutte le cure conosciute o, al contrario, per avere effettuato trattamenti gravati da alto rischio di insuccesso o di complicanze ».
55) Institute of Medicine, 1990. Corsivo aggiunto.
56) Per tutti, C. Piergallini, voce Colpa (diritto penale), in Enc. Diritto, Annali X, Milano, 2017, p. 227.
57) Come si legge all’art. 3 (“Doveri del medico”) del Codice di deontologia medica: « Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza discriminazioni di età, di sesso, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace come in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. La salute è intesa nell’accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona ».
please wait

Caricamento in corso...