Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario

Rivista: Rivista Italiana di Medicina Legale (e del Diritto in campo sanitario)
Anno: 2018
Fascicolo: n. 3
Editore: Giuffrè Francis Lefebvre
ISSN: 1124-3376
Autori: Marta Lamanuzzi
Titolo: >La Corte EDU condanna la Lituana per illecito trattamento dei dati sanitari e per violazione della libertà religiosa in danno di una paziente affetta da psicosi.
Pagine: pp. 1061-1078

Abstract non disponibile per questo articolo

NOTE A SENTENZA
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>La Corte EDU condanna la Lituana per illecito trattamento dei dati sanitari e per violazione della libertà religiosa in danno di una paziente affetta da psicosi.

Marta Lamanuzzi

1) Cfr. sentenze Corte EDU: Malone c. Regno Unito, 2 agosto 1984; Leander c. Svezia, 26 marzo 1987; Gaskin c. Regno Unito, 7 luglio 1989; L.L. c. Francia, 10 ottobre 2006; I. c. Finlandia, 17 luglio 2008.
2) Afferma la Corte, ad es., in Z. c. Finland, 25 febbraio 1997, § 96, « It is crucial not only to respect the sense of privacy of a patient but also to preserve his or her confidence in the medical profession and in the health services in general ». V. anche Corte EDU: Armonienė c. Lituania, 25 novembre 2008; P. and S. c. Polonia, 30 ottobre 2012; Avilkina altri c. Russia, 6 giugno 2013; Radu c. Repubblica Moldava, 15 aprile 2014; L.H. c. Lettonia, 29 aprile 2014; Fürst-Pfeifer c. Austria, 17 maggio 2016 e Surikov c. Ucraina, 26 gennaio 2017.
3) In dottrina i dati sullo stato di salute e sulla vita sessuale vengono definiti “dati supersensibili”. F. Di Resta, La nuova “privacy europea”. I principali adempimenti del regolamento UE 2016/679 e profili risarcitori, Torino, 2018, p. 15.
4) Sempre in Z. c. Finland, cit., §§ 95-96: « ...the Court will take into account that the protection of personal data, not least medical data, is of fundamental importance to a person’s enjoyment of his or her right to respect for private and family life as guaranteed by Article 8 of the Convention (art. 8). Respecting the confidentiality of health data is a vital principle in the legal systems of all the Contracting Parties to the Convention. It is crucial not only to respect the sense of privacy of a patient but also to preserve his or her confidence in the medical profession and in the health services in general ».
5) Si veda, ad es., Varapnickaitė-Mažylienė c. Lithuania, 17 gennaio 2012, § 44, in cui la Corte, con riferimento ai dati sanitari, afferma: « The disclosure of such data may dramatically affect an individual’s private and family life, as well as his or her social and employment situation, by exposing that person to opprobrium and the risk of ostracism ».
6) Ancora, in Corte EDU, Z. c. Finlandia, cit., §§ 95-96: « Without such protection, those in need of medical assistance may be deterred from revealing such information of a personal and intimate nature as may be necessary in order to receive appropriate treatment and, even, from seeking endangering such assistance, thereby their own health and, in the case of transmissible diseases, that the community (see Recommendation issues no. R (89) 14 on “The ethical of HIV infection in the health care and social settings”, adopted by the Committee of Ministers of the Council of Europe on 24 October 1989, in particular the general observations on confidentiality of medical data in paragraph 165 of the explanatory memorandum) ». Sulla tutela delle informazioni genetiche si vedano, ex pluribus, A. Beghè Loreti, L. Marini, Brevi considerazioni sulla protezione giuridica delle informazioni genetiche nel diritto internazionale e comunitario, in Riv. int. diritti dell’uomo, 1998, pp. 12-19; L. Eusebi (a cura di), Biobanche: aspetti scientifici ed etico-giuridici, Milano, 2014; M. Galletti, Tensioni di identità. Autonomia, “privacy” e dilemmi morali in genetica, in Ragion pratica, 2015, pp. 511-527; N. Pinna, L’uso dei dati genetici è un pericolo per la privacy, Intervista ad Antonello Soro, Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, in “La Stampa”, 31 ottobre 2017.
7) F. Pizzetti, Privacy e diritto europeo alla protezione dei dati personali. Dalla direttiva 95/46 al nuovo Regolamento europeo, Torino, 2016, pp. 6 e ss. in cui viene altresì sottolineato che la dignità della persona umana, sebbene considerata da molti datata e superata come valore e come oggetto di diritti fondamentali, « aiuta a cogliere nella visione della libertà personale, economica, sociale e politica, il “cuore” dei diritti universali dell’uomo e soprattutto ha, nella nuova realtà globalizzata, una forza e una “capacità di senso” eccezionalmente importante ». Sul punto si vedano anche G.M. Flick, Elogio della dignità, Roma, 2015; G. Forti, La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità. L’apporto delle discipline penalistiche nella costruzione della dignità umana, in Jus, 2008, pp. 291-322; S. Rodotà, La rivoluzione della dignità, Napoli, 2013.
8) D.lgs 30 giugno 2003, n. 196, cd. “Codice della privacy”, art. 83.
9) Autorità Garante per la protezione dei dati personali, “Strutture sanitarie: rispetto della dignità - 9 novembre 2005”, su www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/1191411.
10) Corte EDU, MS c. Svezia, 27 agosto 1997. Parimenti, la rivelazione di dati sensibili di diversa natura, ugualmente coinvolti nella vicenda in esame, quali i dati relativi alle credenze religiose dell’individuo, può essere imposta dall’esigenza di accertare il diritto del fedele ad avvalersi di determinate facoltà come l’assistenza religiosa in strutture obbliganti, la fruibilità di feste religiose e l’esenzione militare o per l’accertamento dello status di rifugiato per la sussistenza del rischio di persecuzioni religiose nello Stato di appartenenza. Sul punto, D. Durisotto, Istituzioni europee e libertà religiosa. Cedu e Ue tra processi di integrazione europea e rispetto delle specificità nazionali, Napoli, 2016, pp. 110 e ss.
11) Per un approfondimento sui contenuti e sulla portata innovativa del regolamento si veda L. Bolognini, Il regolamento privacy europeo: commentario alla nuova disciplina europea sulla protezione dei dati personali, Giuffrè, 2016; L. Bolognini, E. Pelino E., C. Bistolfi (a cura di), Il Regolamento privacy europeo. Commentario alla nuova disciplina sulla protezione dei dati personali, Milano, 2016; G. D’Acquisto, Big data e privacy by design: anonimizzazione, pseudonimizzazione, Torino, 2017, F. Di Resta, La nuova “Privacy europea”, cit.; M. Distefano, La protezione dei dati personali ed informatici nell’era della sorveglianza globale: temi scelti, Editoriale Scientifica, 2017; M. Maglio, M. Polini, N. Tilli (a cura di), Manuale di diritto alla protezione dei dati personali: la privacy dopo il regolamento UE 2016/679, Santarcangelo di Romagna, 2017; F. Pizzetti, Privacy e il diritto europeo alla protezione dei dati personali, cit.; W.J. Schünemann, M.O Baumann, Privacy, Data Protection and Cybersecurity in Europe, Switzerland 2017; S. Sica, V. D’Antonio, G.M. Riccio (a cura di), La nuova disciplina europea della privacy, Padova, 2016.
12) Sulle innovazioni introdotte dal regolamento in materia di dati sanitari si vedano estesamente G. Carro. S. Masato, M.D. Parla, La privacy nella sanità, Milano, 2018 e P.P. Muià, La tutela della privacy in ambito sanitario, Santarcangelo di Romagna, 2018.
13) Si veda Corte di Giustizia delle Comunità europee, 6 novembre 2003, Lindqvist, C-101/01.
14) F. Di Resta, La nuova “privacy europea”, cit., pp. 15 e ss.
15) Si vedano gli artt. 30, 33, 34, 37, 38. Per una riflessione critica: D. Amram, G. Comandé, Sul non facile coordinamento degli obblighi imposti dal regolamento europeo sulla protezione dei dati personali UE/679/2016 e dalla legge n. 24/2017, in questa Rivista, fasc.1, 1 febbraio 2018.
16) Art. 9, regolamento UE/679/2016.
17) Art. 83, regolamento UE/679/2016.
18) La Corte, in più occasioni, ha precisato che anche le informazioni concernenti la vita sessuale e l’integrità morale ricadono nella previsione dell’art. 8 della CEDU e costituiscono dati particolarmente sensibili. V. Dudgeon c. the Regno Unito, 22 ottobre 1981; Biriuk c. Lituania, 25 novembre 2008; Ion Cârstea c. Romania, 28 ottobre 2014; Magyar Helsinki Bizottság c. Ungheria [GC], 8 novembre 2016; Couderc e Hachette Filipacchi Associésc. Francia [GC], 10 novembre 2015.
19) Nelle intenzioni degli autori della Convenzione, la previsione di cui all’art. 9 era destinata a porre fine alle « aberranti pratiche di indottrinamento statale e alle indagini poliziesche e giudiziarie volte al controllo delle facoltà intellettuali e della coscienza dell’indagato ». Rapporto della Commissione per le questioni giuridiche e amministrative dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, Doc. 77 del 5 settembre 1949, p. 200, c.d. « rapporto Teitgen », in Recueil des « Trovaux Préparatoires », vol. I, pp. 223 e ss. In realtà, simili pratiche oggi verrebbero ricondotte, piuttosto, all’art. 3 della CEDU, che vieta tortura e trattamenti disumani e degradanti. Tale affermazione è suffragata dalla recente giurisprudenza della Corte, che ha ricondotto all’art. 3 le molte condanne a pena detentiva pronunciate in Turchia a carico di soggetti che avevano fatto obiezione di coscienza al servizio militare. Si veda, ad esempio, Corte EDU, Ülke c. Turchia, 24 gennaio 2006. Al contrario, strategie di “indottrinamento statale” più “blande” potrebbero essere ricondotte all’art. 9. Si veda, per esempio, il caso Corte EDU, GC, Lautsi c. Italia, 3 novembre 2009, in cui i giudici di Strasburgo, invocando, tra le altre norme, l’art. 9, hanno ritenuto che non solo i programmi di studio, ma anche l’ambiente scolastico, nella scuola primaria e secondaria dell’obbligo, debba conformarsi alla più assoluta neutralità confessionale, non potendo essere imposti a taluni studenti simboli di una religione in cui essi non si identifichino. Tale pronuncia, tuttavia, che riguardava l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane, è stata ribaltata con la sentenza definitiva dell’8 marzo 2011, in cui la Corte ha finito per sposare la tesi dell’Italia circa l’insussistenza di elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso.
20) In dottrina si precisa che le libertà di coscienza, pensiero e religione non possono essere considerate equivalenti, riferendosi, rispettivamente, « alle scelte e agli atteggiamenti dell’uomo di fronte alla verità, al bene e a Dio ». La libertà di religione, in particolare, « richiede che ciascuno possa rispondere in libertà alle questioni circa la trascendenza, circa Dio e circa il nostro rapporto con lui »; la libertà di pensiero « tutela la persona nella ricerca della verità e della conoscenza »; la libertà di coscienza, infine, « esclude qualsiasi coazione nel discernere quello che si ritiene buono o cattivo, giusto o ingiusto, da compiere o da evitare ». J.T. Martìn De Agar, Libertà di coscienza, in P. Gianniti (a cura di), La CEDU e il ruolo delle corti. Globalizzazione e promozione delle libertà fondamentali, in G. De Nova (a cura di), Commentario dei codici collegati Scialoja-Branca-Galgano, Bologna-Roma, 2015, p. 1115.
21) Nella maggior parte delle pronunce, la Corte ha ritenuto legittime le restrizioni alle libertà di cui agli artt. 9, 10, 11 e 12 CEDU introdotte in via legislativa dagli Stati. V. Corte EDU: Kokkinakis c. Grecia, 25 maggio 1993; Leyla Sahin c. Turchia, 29 giugno 2004. Più di recente si è assistito anche a decisioni di segno contrario, ad esempio, Corte EDU: Hassan e Tchaouch c. Bulgaria, 26 ottobre 2000; Biserica Adevarat Ortodoxa din Moldova c. Moldavia, 27 febbraio 2007; Boychev e altri c. Bulgaria, 27 gennaio 2011.
22) Vale la pena di precisare che il contezioso sull’art. 9 della CEDU è stato a lungo assai ridotto, anche per effetto dei problemi di determinatezza di tale norma e delle conseguenti incertezze applicative. Solo recentemente si è assistito a un incremento della giurisprudenza europea in materia. J. Martinez Torron, La giurisprudenza degli organi di Strasburgo sulla libertà religiosa, in Riv. int. diritti dell’uomo, 1993, pp. 335 e ss.
23) In alcune pronunce, ad esempio, si è affermato che non comporta violazione dell’art. 9 la previsione, da parte di un’Università laica, che la foto d’identità da apporre sul diploma ritragga lo studente con il capo scoperto, in quanto il porto del velo islamico costituisce un mero comportamento motivato da opzioni religiose. Comm. EDU, Arrowsmith c. Regno Unito, 5 dicembre 1978, e Karaduman c. Turchia, 3 maggio 1993.
24) In tal senso, Corte EDU, Valsamis c. Grecia, 18 dicembre 1996. Sulla scia delle critiche che hanno riguardato il caso Arrowsmith c. Regno Unito e le pronunce dello stesso segno, il porto del velo islamico e la dieta seguita per motivi di fede sono stati considerati alla stregua di scelte del singolo motivate da una religione non caratterizzate da irragionevolezza e, pertanto, meritevoli di essere ricondotte all’alveo dell’art 9 della CEDU. Così, in un altro caso, la Corte ha accolto il ricorso presentato da un detenuto che lamentava che in carcere non gli fosse consentito di seguire una dieta vegetariana come prescritto dalla sua religione buddista. Sebbene la Polonia, resistente, opponesse che non sussistessero prescrizioni rigide di vegetarianesimo in tale confessione religiosa, la Corte ha considerato quella scelta meritevole di tutela in quanto ispirata a un credo religioso e non irragionevole. Corte EDU, Jakòbski c. Polonia, 7 dicembre 2010.
25) Comm. EDU, Arrowsmith c. Regno Unito, 5 dicembre 1978.
26) Comm. EDU, Knudsen c. Norvegia, 8 marzo 1985.
27) Comm. EDU, W. c. Regno Unito, 10 febbraio 1993.
28) Comm. EDU, X. c. Repubblica federale tedesca, 10 marzo 1981, cause riunite.
29) Comm. EDU, Salonen c. Finlandia, 2 luglio 1997.
30) Corte EDU, Campbell e Cosans c. Regno Unito, 25 febbraio 1982. La Corte ha più volte sottolineato come la libertà religiosa sia un « bene prezioso » da tenere distinto da altri beni, parimenti tutelati dalla Convenzione, quali la libertà di espressione (art. 10 CEDU). Se, infatti, quest’ultima si riferisce alla « libertà d’opinione e di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza subire interferenze », la prima riguarda la libertà di esprimere, in particolare, il proprio credo attraverso « il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti », incluso il diritto di fare proselitismo. Corte EDU, Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993. In particolare, come evidenzia la dottrina, « considerata singolarmente e nella sua accezione usuale, la parola “convinzioni” non è sinonimo dei termini “opinioni” e “idee”, come utilizzati nell’art. 10 della Convenzione che garantisce la libertà di espressione; la si rinviene nella formulazione francese dell’art. 9 (in inglese “beliefs”) che consacra la libertà di pensiero, coscienza e religione. Si applica a opinioni che raggiungono un certo grado di forza, di serietà, di coerenza e di importanza ». M. De Salvia, V. Zagrebelsky, Diritti dell’uomo e libertà fondamentali. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia delle comunità europee, Milano, 2006, pp. 430 e ss. Contrari all’indirizzo restrittivo della Corte, ad es., M.G. Belgiorno De Stefano, La libertà religiosa nelle sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in Quad. dir. pol. eccl., 1989, pp. 285 e ss.; T. Scovazzi, Diritti dell’uomo e protezione della morale nella giurisprudenza della Corte Europea, in R. Mazzola (a cura di), Diritto e religione in Europa: rapport sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di libertà religiosa, Bologna, 2011, pp. 83 e ss.
31) Fino agli anni Novanta si è assistito a poche condanne per violazione dell’art. 9 della CEDU. Dal 1993 al 2000, al contrario, la Corte si è pronunciata sette volte sulla violazione di tale norma pervenendo a cinque condanne, tutte contro la Grecia. L’ordinamento greco conteneva infatti una previsione unica nei paesi aderenti al Consiglio d’Europa: il divieto penalmente sanzionato di proselitismo religioso. Nella prima sentenza di condanna, la Corte ha delineato una distinzione tra il proselitismo lecito e il proselitismo abusivo, precisando che il primo consiste in quell’attività di testimonianza religiosa che costituisce una missione essenziale per i credenti, mentre il secondo è una “deformazione” o “corruzione” di tale testimonianza, in quanto si sostanzia in offerte ai credenti di vantaggi materiali o sociali e non solo spirituali, e/o in pressioni abusive, in quanto volte a far leva sullo stato di bisogno o sulla disperazione del destinatario o in quanto invasive della sua sfera personale (Corte EDU, Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993). È quindi legittimo, ha concluso la Corte, che gli Stati membri prevedano restrizioni e conseguenze sanzionatorie per chi svolga proselitismo abusivo, ossia attività che per le loro modalità attuative e/o per i soggetti cui si rivolgono, offendono la loro libertà morale (Sul punto si vedano anche A. Licastro, Il diritto statale delle religioni nei Paesi dell’Unione Europea. Lineamenti di comparazione, Milano, 2012, pp. 188 e ss.; M. De Salvia - M. Remus, Ricorrere a Strasburgo. Presupposti e procedura, Milano, 2011, pp. 175 e ss.).
32) Sono espressione di questo ampliamento di prospettiva, ad es., Corte EDU: Hasan e Chausch c. Bulgaria, 26 ottobre 2000; Metropolian Church of Bessarabia c. Moldavia, 13 dicembre 2001; The Moscow Branch of the Salvation Army c. Russia, 5 ottobre 2006; Members of Gldani Congregation of Jehova Witnesses c. Georgia, 3 maggio 2007; Svyato-Mykhaylivska Parafiya c. Ucraina, 14 settembre 2007. Sull’evoluzione della giurisprudenza della Corte EDU in tema di tutela della libertà religiosa si vedano, estesamente, S. Ferrari, La Corte di Strasburgo e l’articolo 9 della Convenzione europea. Un’analisi quantitativa della giurisprudenza, in R. Mazzola (a cura di), Diritto e religione in Europa, cit., pp. 27 e ss.; D. Durisotto, Istituzioni europee e libertà religiosa, cit., pp. 93 e ss.
33) Corte EDU: F. L. c Francia, 3 novembre 2005 e Leela Förderkreis E.V. c. Germania, 6 novembre 2008. Già in Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993, la Corte EDU, enfatizza: “freedom of thought, conscience and religion, as enshrined in Article 9, is one of the foundations of a “democratic society” within the meaning of the Convention. It is, in its religious dimension, one of the most vital elements that go to make up the identity of believers and their conception of life, but it is also a precious asset for atheists, agnostics, sceptics and the unconcerned. The pluralism indissociable from a democratic society, which has been dearly won over the centuries, depends on it ».
34) Corte EDU, Leyla Sahin c. Turchia, 29 giugno 2004, in cui si afferma: « State’s role as the neutral and impartial organiser of the exercise of various religions, faiths and beliefs, and stated that this role is conducive to public order, religious harmony and tolerance in a democratic society. It also considers that the State’s duty of neutrality and impartiality is incompatible with any power on the State’s part to assess the legitimacy of religious beliefs or the ways in which those beliefs are expressed ».
35) L’etimologia di “setta” non è pacifica. Secondo una prima interpretazione, il termine deriverebbe dal latino sector, variante del verbo sequor che significa “seguire”, in quanto a lungo impiegato per indicare i seguaci di una determinata scuola di pensiero. Una seconda interpretazione, prevalente, ne individua l’origine nel verbo secare, letteralmente “tagliare”, “troncare”, “staccare”, a indicare soggetti che si distaccano dai comportamenti e dai valori sociali dominanti. S. D’Auria, Le sette sataniche tra libertà religiosa e delitto di plagio, in Gnosis, 2011, fasc. 2, pp. 1-16. È bene evidenziare che vi è chi ritiene che il termine “setta”, al pari del termine “culto”, sia improprio e dotato di una connotazione negativa e propone, per indicare tutti i gruppi religiosi, magici, gnostici che presentino una certa stabilità, vale a dire una struttura o una forma di organizzazione e un rituale più o meno complesso e articolato, di utilizzare l’espressione “neutra” “Nuovi Movimenti Religiosi”, acronimo NMR, che, per altro, troverebbe corrispondenza nelle analoghe diciture New Religious Movements, Neue religiöse Bewegungen, Nouveaux Mouvement Religieux. A. Usai, Profili penali dei condizionamenti psichici. Riflessioni sui problemi penali posti dalla fenomenologia dei nuovi movimenti religiosi, Milano, 1996, pp. 21 e ss.
36) Corte EDU, Leela Förderkreis E.V. e altri c. Germania, cit.
37) Corte EDU, Otto Premiger Institut c. Austria, 20 settembre 1994. In altri casi la Corte ha ritenuto meritevole di censura l’applicazione d’imperio del termine “setta”, ritenuto dispregiativo, senza che fossero stati provati fatti integranti violazioni dell’ordine pubblico. Corte EDU Chiesa moscovita di Scientology c. Russia, 5 aprile 2007. Sul punto, D. Durisotto, Istituzioni europee e libertà religiosa, cit., pp. 119 e ss. In materia di tutela dei gruppi religiosi minoritari merita di essere menzionata anche la Raccomandazione sulle « Attività illegali delle sette » dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del 1999, con cui gli Stati membri sono stati invitati a costituire un centro di informazione sui gruppi religiosi, esoterici e spirituali e a non ricorrere alla legislazione speciale per disciplinarli o sanzionarli. Il diritto penale e civile “generale”, infatti, è da ritenersi strumento maggiormente idoneo a scongiurare rischi di discriminazione e compressione della libertà religiosa. Racc. A.P. 1412 (1999), che richiama la precedente Racc. A.P. 1178 (1992).
38) Corte EDU, Testimoni di Geova di Mosca c. Russia, 10 giugno 2010.
39) Corte EDU, Testimoni di Geova di Mosca c. Russia, cit., § 135, in cui i giudici di Strasburgo esordiscono chiarendo che « il rispetto della dignità e della libertà dell’uomo è l’essenza stessa della Convenzione e i concetti di autodeterminazione e autonomia della persona sono principi importanti alla base dell’interpretazione delle sue garanzie » e che « la capacità di condurre la propria vita secondo le proprie scelte include la possibilità di svolgere attività percepite come fisicamente dannose oppure pericolose per sé stessi ». In tal senso, la dottrina italiana, con specifico riferimento all’art. 32, co. 2, Cost., il quale prevede che: « nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge » e che « la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana », ha rilevato come « nel contesto complessivo della Costituzione, non è escluso che nel limite del rispetto della persona umana possa includersi, con interpretazione estensiva ma non arbitraria, anche il rispetto della libertà di coscienza e fede religiosa ». V. Crisafulli, In tema di emotrasfusioni obbligatorie, in Dir. e soc., 1982, pp. 557-568. Non si tratterebbe, quindi, di rispettare solo la dimensione corporea della persona, ma di rispettare la persona umana nella sua interezza, ivi compresa la sia dimensione spirituale. In tema di veda anche F. Papini, Rispetto della persona umana o divieto di rifiutare le emotrasfusioni per motivi religiosi?, in Questa riv., 2017, pp. 99 e ss.
40) La situazione cambia, ovviamente, se i trattamenti sanitari, a maggior ragione se “salva-vita”, sono indirizzati a persona diversa da chi esprime il dissenso. A tal riguardo, di particolare rilievo, anche mediatico, era stato ad esempio il caso di una coppia di testimoni di Geova, imputati per l’omicidio colposo mediante omissione, ex artt. 40, co. 2, e 589 c.p., della figlia per non aver acconsentito, per motivi religiosi, alla terapia emotrasfusionale di cui aveva bisogno, non impedendone, così, il decesso. La Corte, in quel frangente, confermò la condanna dei giudici di merito statuendo che il libero esercizio di diritti costituzionalmente garantiti trova il suo limite nella concorrenza di altri diritti di pari o superiore rango e non può, in ogni caso, giustificare il sacrificio di altri e preminenti diritti, come il diritto supremo alla vita. Con le parole della Corte: « si è fuori dell’esercizio del diritto di libertà religiosa ogniqualvolta si propongono come sua espressione contegni che eludono l’osservanza di quei divieti e di quelle imposizioni contenute nelle leggi penali e d’ordine pubblico che nell’ambito di una civiltà tutti considerano necessari per una ordinata convivenza civile, anche se tali contegni trovano diretta fonte in un precetto della fede religiosa qualificato come inderogabile postoché non si può pretendere di condizionare o di menomare l’obbligatorietà delle leggi deducendo la rilevanza di un precetto ad esse estraneo ». Cass. pen., sez. I, 13 dicembre 1983, n. 667, in Foro it., 1984, fasc. 2, pp. 361 e ss., con nota di P. Floris, Libertà di coscienza, doveri dei genitori, diritti del minore. Tale pronuncia, è stato evidenziato, mette in luce come la libertà religiosa sia un diritto molto particolare, in quanto ciascuna religione è portatrice di una visione del mondo, di propri valori e prescrizioni, i quali vanno rispettati e tollerati pur sempre nei limiti imposti dal supremo principio costituzionale della laicità dello Stato. Ne discende, per il diritto penale, la necessità di individuare i confini entro i quali la libertà religiosa possa essere invocata a giustificazione di fatti tipici di reato. R.Blaiotta, Scientology: una religione al cospetto della legge, cit., pp. 2528 e ss.
41) Corte EDU, Testimoni di Geova di Mosca c. Russia, cit., § 136. Anche nell’ordinamento giuridico italiano il mancato rispetto del dissenso a un trattamento sanitario per motivi religiosi configurerebbe una violazione della libertà di autodeterminazione ma anche del diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e di esercitarne il culto di cui all’art. 19 Cost. Sul punto. V.L. Muselli, C.B. Ceffa, Libertà religiosa, obiezione di coscienza e giurisprudenza costituzionale, Torino, 2014.
42) Voce “psichiatria”, Enciclopedia Treccani online, Dizionario di medicina, www.treccani.it.
43) Voce “psicanalisi”, Enciclopedia Treccani online, cit.
44) Il codice deontologico degli psicologi italiani, all’art. 3, impone loro di « evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale ».
45) Codice deontologico degli psicologi italiani, art. 4.
46) La terza sezione del Rapporto del Dipartimento di Pubblica Sicurezza “Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia”, de 1998, pubblicato su xenu.com-it.net/rapporto, è dedicata ai profili di possibile rilevanza penale delle pratiche diffuse nell’ambito delle sette. In primo luogo, si fa riferimento ai “mezzi” impiegati e, in particolare, al ricorrente utilizzo di meccanismi subliminali di fascinazione e di altri simili metodi volti a limitare la libertà di autodeterminazione dei destinatari, al fine di reclutarli o di conservarne l’adesione al movimento. In secondo luogo, si pone l’accento sulle finalità di tali movimenti, evidenziando la prevalenza delle finalità materiali, spesso economiche, rispetto alla finalità dell’arricchimento spirituale degli adepti. Tale tendenza è testimoniata dal frequente impiego di strategie, spesso subdole, di vendita di oggetti di culto, libri, talismani e servizi, quali corsi di perfezionamento o sedute psicoterapeutiche “rivoluzionarie”. Ancora, viene messo in luce il carattere artefatto di tali movimenti che, nonostante l’apparenza rispettabile, spesso si caratterizzano per condotte immorali o illecite da parte delle “guide spirituali”, nonché per il perseguimento di obiettivi diversi da quelli dichiarati. Infine, con riferimento alle ripercussioni che l’adesione a tali realtà può avere, il Rapporto mette in guardia dal rischio che la promulgazione di dottrine con forti componenti irrazionali o fanatiche possa indurre i soggetti più vulnerabili a comportamenti devianti o pericolosi per la sicurezza pubblica. In seno a movimenti pseudo-religiosi e settari rischiano infatti di annidarsi fanatismi che possono a loro volta tradursi in fatti illeciti di notevole gravità. Si pensi non solo a casi di suicidio/omicidio di massa, ma altresì a episodi di attentati terroristici come quello avvenuto nel 1995 nella metropolitana di Tokio. Cfr. S. D’Auria, Le sette sataniche tra libertà religiosa e delitto di plagio, in Gnosis, 2011, fasc. 2, pp. 1-16; A. Nicastro, Tokio, l’incubo dell’ecatombe, in archiviostorico.corriere.it, 7 maggio 1995.
47) S. D’Auria, Le sette sataniche tra libertà religiosa e delitto di plagio, cit., pp. 1-16. Un esempio eclatante è costituito da Scientology, gruppo pseudo-religioso nato negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, precisamente in California, e presto approdato anche in Europa e Australia. L’ideologia che nutre il movimento è di tipo gnostico, basata sulla convinzione che il divino consti nell’energia del mondo e degli esseri umani e non in entità trascendenti. I fondatori propongono ai potenziali adepti una tecnica di auto-perfezionamento fisico e psichico, detta “dianetica”, da apprendere attraverso corsi a pagamento, detti auditing e purification, e finalizzata a eliminare le immagini negative presenti nella mente, dette “engrammi”, derivanti da sofferenze provate nella vita corrente o in quelle precedenti. T. Vitarelli, Manipolazione psicologica e diritto penale, cit., p. 37. Le lunghe vicende giudiziarie che coinvolsero la setta sorsero innanzitutto con riferimento alle strategie di vendita dei corsi, strategie particolarmente insistenti, talvolta fino all’ossessione; alle singolari metodologie “terapeutiche” impiegate (lunghe saune, prescrizione di farmaci e di apparecchiature costose prive di reali funzioni curative); al progressivo aumento del costo dei corsi fino al depauperamento degli adepti, che venivano a quel punto inseriti nell’organizzazione come dipendenti, e, ancora, alle minacce di mali gravi in caso di recesso dalla setta. Cfr. G. Pestelli, Diritto penale e manipolazione mentale tra vecchi problemi e prospettive de jure condendo, in Riv. dir. pen e proc., 2009, pp. 1274-1325, P. Colella, La disciplina di “Scientology” nell’ordinamento italiano, in Giur. it., 2000, III, pp. 2446 e ss.; P. Mazzei, La natura della « Chiesa di Scientology », in Dir. eccl., 1991, I, pp. 405 e ss.; F. Finocchiaro, Scientology nell’ordinamento italiano, in Riv. it. Dir. e proc. pen., 1995, I, pp. 601 e ss.; G. De Rosa, La Chiesa di Scientologia. Una pseudoscienza e una pseudoreligione, in Civ. Catt., 1985, III, pp. 139 e ss.
48) È orientamento costante della Corte, del resto, che tra gli aspetti della libertà religiosa che trovano tutela nell’art. 9 della CEDU vi sia l’identità religiosa, che non si risolve nella mera elezione delle proprie credenze religiose o morali, ma che ha il suo sviluppo naturale in azioni personali di diversa natura. Porre restrizioni che precludano tali azioni comporta un’inevitabile violazione della libertà religiosa, come tale in contrasto con la Convenzione, salvo che ricorrano i presupposti di cui al § 2 dell’art. 9. Corte EDU, Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993; Buscarini and Others c. San Marino, 18 febbraio 1999.
49) Sul punto v. anche Corte EDU, Biblical Centre of the Chuvash Republic c. Russia, 12 giugno 2014.
50) Corte EDU: Valsamis c. Grecia, 18 dicembre 1996; Jakòbski c. Polonia, 7 dicembre 2010. Nel caso in esame, inoltre, la Corte precisa che la discrezionalità dello Stato nello stabilire eccezioni alla libertà religiosa dei cittadini non può variare al variare della natura delle convinzioni religiose (“the Court has never held in its case-law that the scope of the States’ margin of appreciation could be broader or narrower depending on the nature of the religious beliefs”).
1) Cfr. sentenze Corte EDU: Malone c. Regno Unito, 2 agosto 1984; Leander c. Svezia, 26 marzo 1987; Gaskin c. Regno Unito, 7 luglio 1989; L.L. c. Francia, 10 ottobre 2006; I. c. Finlandia, 17 luglio 2008.
2) Afferma la Corte, ad es., in Z. c. Finland, 25 febbraio 1997, § 96, « It is crucial not only to respect the sense of privacy of a patient but also to preserve his or her confidence in the medical profession and in the health services in general ». V. anche Corte EDU: Armonienė c. Lituania, 25 novembre 2008; P. and S. c. Polonia, 30 ottobre 2012; Avilkina altri c. Russia, 6 giugno 2013; Radu c. Repubblica Moldava, 15 aprile 2014; L.H. c. Lettonia, 29 aprile 2014; Fürst-Pfeifer c. Austria, 17 maggio 2016 e Surikov c. Ucraina, 26 gennaio 2017.
3) In dottrina i dati sullo stato di salute e sulla vita sessuale vengono definiti “dati supersensibili”. F. Di Resta, La nuova “privacy europea”. I principali adempimenti del regolamento UE 2016/679 e profili risarcitori, Torino, 2018, p. 15.
4) Sempre in Z. c. Finland, cit., §§ 95-96: « ...the Court will take into account that the protection of personal data, not least medical data, is of fundamental importance to a person’s enjoyment of his or her right to respect for private and family life as guaranteed by Article 8 of the Convention (art. 8). Respecting the confidentiality of health data is a vital principle in the legal systems of all the Contracting Parties to the Convention. It is crucial not only to respect the sense of privacy of a patient but also to preserve his or her confidence in the medical profession and in the health services in general ».
5) Si veda, ad es., Varapnickaitė-Mažylienė c. Lithuania, 17 gennaio 2012, § 44, in cui la Corte, con riferimento ai dati sanitari, afferma: « The disclosure of such data may dramatically affect an individual’s private and family life, as well as his or her social and employment situation, by exposing that person to opprobrium and the risk of ostracism ».
6) Ancora, in Corte EDU, Z. c. Finlandia, cit., §§ 95-96: « Without such protection, those in need of medical assistance may be deterred from revealing such information of a personal and intimate nature as may be necessary in order to receive appropriate treatment and, even, from seeking endangering such assistance, thereby their own health and, in the case of transmissible diseases, that the community (see Recommendation issues no. R (89) 14 on “The ethical of HIV infection in the health care and social settings”, adopted by the Committee of Ministers of the Council of Europe on 24 October 1989, in particular the general observations on confidentiality of medical data in paragraph 165 of the explanatory memorandum) ». Sulla tutela delle informazioni genetiche si vedano, ex pluribus, A. Beghè Loreti, L. Marini, Brevi considerazioni sulla protezione giuridica delle informazioni genetiche nel diritto internazionale e comunitario, in Riv. int. diritti dell’uomo, 1998, pp. 12-19; L. Eusebi (a cura di), Biobanche: aspetti scientifici ed etico-giuridici, Milano, 2014; M. Galletti, Tensioni di identità. Autonomia, “privacy” e dilemmi morali in genetica, in Ragion pratica, 2015, pp. 511-527; N. Pinna, L’uso dei dati genetici è un pericolo per la privacy, Intervista ad Antonello Soro, Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, in “La Stampa”, 31 ottobre 2017.
7) F. Pizzetti, Privacy e diritto europeo alla protezione dei dati personali. Dalla direttiva 95/46 al nuovo Regolamento europeo, Torino, 2016, pp. 6 e ss. in cui viene altresì sottolineato che la dignità della persona umana, sebbene considerata da molti datata e superata come valore e come oggetto di diritti fondamentali, « aiuta a cogliere nella visione della libertà personale, economica, sociale e politica, il “cuore” dei diritti universali dell’uomo e soprattutto ha, nella nuova realtà globalizzata, una forza e una “capacità di senso” eccezionalmente importante ». Sul punto si vedano anche G.M. Flick, Elogio della dignità, Roma, 2015; G. Forti, La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità. L’apporto delle discipline penalistiche nella costruzione della dignità umana, in Jus, 2008, pp. 291-322; S. Rodotà, La rivoluzione della dignità, Napoli, 2013.
8) D.lgs 30 giugno 2003, n. 196, cd. “Codice della privacy”, art. 83.
9) Autorità Garante per la protezione dei dati personali, “Strutture sanitarie: rispetto della dignità - 9 novembre 2005”, su www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/1191411.
10) Corte EDU, MS c. Svezia, 27 agosto 1997. Parimenti, la rivelazione di dati sensibili di diversa natura, ugualmente coinvolti nella vicenda in esame, quali i dati relativi alle credenze religiose dell’individuo, può essere imposta dall’esigenza di accertare il diritto del fedele ad avvalersi di determinate facoltà come l’assistenza religiosa in strutture obbliganti, la fruibilità di feste religiose e l’esenzione militare o per l’accertamento dello status di rifugiato per la sussistenza del rischio di persecuzioni religiose nello Stato di appartenenza. Sul punto, D. Durisotto, Istituzioni europee e libertà religiosa. Cedu e Ue tra processi di integrazione europea e rispetto delle specificità nazionali, Napoli, 2016, pp. 110 e ss.
11) Per un approfondimento sui contenuti e sulla portata innovativa del regolamento si veda L. Bolognini, Il regolamento privacy europeo: commentario alla nuova disciplina europea sulla protezione dei dati personali, Giuffrè, 2016; L. Bolognini, E. Pelino E., C. Bistolfi (a cura di), Il Regolamento privacy europeo. Commentario alla nuova disciplina sulla protezione dei dati personali, Milano, 2016; G. D’Acquisto, Big data e privacy by design: anonimizzazione, pseudonimizzazione, Torino, 2017, F. Di Resta, La nuova “Privacy europea”, cit.; M. Distefano, La protezione dei dati personali ed informatici nell’era della sorveglianza globale: temi scelti, Editoriale Scientifica, 2017; M. Maglio, M. Polini, N. Tilli (a cura di), Manuale di diritto alla protezione dei dati personali: la privacy dopo il regolamento UE 2016/679, Santarcangelo di Romagna, 2017; F. Pizzetti, Privacy e il diritto europeo alla protezione dei dati personali, cit.; W.J. Schünemann, M.O Baumann, Privacy, Data Protection and Cybersecurity in Europe, Switzerland 2017; S. Sica, V. D’Antonio, G.M. Riccio (a cura di), La nuova disciplina europea della privacy, Padova, 2016.
12) Sulle innovazioni introdotte dal regolamento in materia di dati sanitari si vedano estesamente G. Carro. S. Masato, M.D. Parla, La privacy nella sanità, Milano, 2018 e P.P. Muià, La tutela della privacy in ambito sanitario, Santarcangelo di Romagna, 2018.
13) Si veda Corte di Giustizia delle Comunità europee, 6 novembre 2003, Lindqvist, C-101/01.
14) F. Di Resta, La nuova “privacy europea”, cit., pp. 15 e ss.
15) Si vedano gli artt. 30, 33, 34, 37, 38. Per una riflessione critica: D. Amram, G. Comandé, Sul non facile coordinamento degli obblighi imposti dal regolamento europeo sulla protezione dei dati personali UE/679/2016 e dalla legge n. 24/2017, in questa Rivista, fasc.1, 1 febbraio 2018.
16) Art. 9, regolamento UE/679/2016.
17) Art. 83, regolamento UE/679/2016.
18) La Corte, in più occasioni, ha precisato che anche le informazioni concernenti la vita sessuale e l’integrità morale ricadono nella previsione dell’art. 8 della CEDU e costituiscono dati particolarmente sensibili. V. Dudgeon c. the Regno Unito, 22 ottobre 1981; Biriuk c. Lituania, 25 novembre 2008; Ion Cârstea c. Romania, 28 ottobre 2014; Magyar Helsinki Bizottság c. Ungheria [GC], 8 novembre 2016; Couderc e Hachette Filipacchi Associésc. Francia [GC], 10 novembre 2015.
19) Nelle intenzioni degli autori della Convenzione, la previsione di cui all’art. 9 era destinata a porre fine alle « aberranti pratiche di indottrinamento statale e alle indagini poliziesche e giudiziarie volte al controllo delle facoltà intellettuali e della coscienza dell’indagato ». Rapporto della Commissione per le questioni giuridiche e amministrative dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, Doc. 77 del 5 settembre 1949, p. 200, c.d. « rapporto Teitgen », in Recueil des « Trovaux Préparatoires », vol. I, pp. 223 e ss. In realtà, simili pratiche oggi verrebbero ricondotte, piuttosto, all’art. 3 della CEDU, che vieta tortura e trattamenti disumani e degradanti. Tale affermazione è suffragata dalla recente giurisprudenza della Corte, che ha ricondotto all’art. 3 le molte condanne a pena detentiva pronunciate in Turchia a carico di soggetti che avevano fatto obiezione di coscienza al servizio militare. Si veda, ad esempio, Corte EDU, Ülke c. Turchia, 24 gennaio 2006. Al contrario, strategie di “indottrinamento statale” più “blande” potrebbero essere ricondotte all’art. 9. Si veda, per esempio, il caso Corte EDU, GC, Lautsi c. Italia, 3 novembre 2009, in cui i giudici di Strasburgo, invocando, tra le altre norme, l’art. 9, hanno ritenuto che non solo i programmi di studio, ma anche l’ambiente scolastico, nella scuola primaria e secondaria dell’obbligo, debba conformarsi alla più assoluta neutralità confessionale, non potendo essere imposti a taluni studenti simboli di una religione in cui essi non si identifichino. Tale pronuncia, tuttavia, che riguardava l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane, è stata ribaltata con la sentenza definitiva dell’8 marzo 2011, in cui la Corte ha finito per sposare la tesi dell’Italia circa l’insussistenza di elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso.
20) In dottrina si precisa che le libertà di coscienza, pensiero e religione non possono essere considerate equivalenti, riferendosi, rispettivamente, « alle scelte e agli atteggiamenti dell’uomo di fronte alla verità, al bene e a Dio ». La libertà di religione, in particolare, « richiede che ciascuno possa rispondere in libertà alle questioni circa la trascendenza, circa Dio e circa il nostro rapporto con lui »; la libertà di pensiero « tutela la persona nella ricerca della verità e della conoscenza »; la libertà di coscienza, infine, « esclude qualsiasi coazione nel discernere quello che si ritiene buono o cattivo, giusto o ingiusto, da compiere o da evitare ». J.T. Martìn De Agar, Libertà di coscienza, in P. Gianniti (a cura di), La CEDU e il ruolo delle corti. Globalizzazione e promozione delle libertà fondamentali, in G. De Nova (a cura di), Commentario dei codici collegati Scialoja-Branca-Galgano, Bologna-Roma, 2015, p. 1115.
21) Nella maggior parte delle pronunce, la Corte ha ritenuto legittime le restrizioni alle libertà di cui agli artt. 9, 10, 11 e 12 CEDU introdotte in via legislativa dagli Stati. V. Corte EDU: Kokkinakis c. Grecia, 25 maggio 1993; Leyla Sahin c. Turchia, 29 giugno 2004. Più di recente si è assistito anche a decisioni di segno contrario, ad esempio, Corte EDU: Hassan e Tchaouch c. Bulgaria, 26 ottobre 2000; Biserica Adevarat Ortodoxa din Moldova c. Moldavia, 27 febbraio 2007; Boychev e altri c. Bulgaria, 27 gennaio 2011.
22) Vale la pena di precisare che il contezioso sull’art. 9 della CEDU è stato a lungo assai ridotto, anche per effetto dei problemi di determinatezza di tale norma e delle conseguenti incertezze applicative. Solo recentemente si è assistito a un incremento della giurisprudenza europea in materia. J. Martinez Torron, La giurisprudenza degli organi di Strasburgo sulla libertà religiosa, in Riv. int. diritti dell’uomo, 1993, pp. 335 e ss.
23) In alcune pronunce, ad esempio, si è affermato che non comporta violazione dell’art. 9 la previsione, da parte di un’Università laica, che la foto d’identità da apporre sul diploma ritragga lo studente con il capo scoperto, in quanto il porto del velo islamico costituisce un mero comportamento motivato da opzioni religiose. Comm. EDU, Arrowsmith c. Regno Unito, 5 dicembre 1978, e Karaduman c. Turchia, 3 maggio 1993.
24) In tal senso, Corte EDU, Valsamis c. Grecia, 18 dicembre 1996. Sulla scia delle critiche che hanno riguardato il caso Arrowsmith c. Regno Unito e le pronunce dello stesso segno, il porto del velo islamico e la dieta seguita per motivi di fede sono stati considerati alla stregua di scelte del singolo motivate da una religione non caratterizzate da irragionevolezza e, pertanto, meritevoli di essere ricondotte all’alveo dell’art 9 della CEDU. Così, in un altro caso, la Corte ha accolto il ricorso presentato da un detenuto che lamentava che in carcere non gli fosse consentito di seguire una dieta vegetariana come prescritto dalla sua religione buddista. Sebbene la Polonia, resistente, opponesse che non sussistessero prescrizioni rigide di vegetarianesimo in tale confessione religiosa, la Corte ha considerato quella scelta meritevole di tutela in quanto ispirata a un credo religioso e non irragionevole. Corte EDU, Jakòbski c. Polonia, 7 dicembre 2010.
25) Comm. EDU, Arrowsmith c. Regno Unito, 5 dicembre 1978.
26) Comm. EDU, Knudsen c. Norvegia, 8 marzo 1985.
27) Comm. EDU, W. c. Regno Unito, 10 febbraio 1993.
28) Comm. EDU, X. c. Repubblica federale tedesca, 10 marzo 1981, cause riunite.
29) Comm. EDU, Salonen c. Finlandia, 2 luglio 1997.
30) Corte EDU, Campbell e Cosans c. Regno Unito, 25 febbraio 1982. La Corte ha più volte sottolineato come la libertà religiosa sia un « bene prezioso » da tenere distinto da altri beni, parimenti tutelati dalla Convenzione, quali la libertà di espressione (art. 10 CEDU). Se, infatti, quest’ultima si riferisce alla « libertà d’opinione e di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza subire interferenze », la prima riguarda la libertà di esprimere, in particolare, il proprio credo attraverso « il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti », incluso il diritto di fare proselitismo. Corte EDU, Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993. In particolare, come evidenzia la dottrina, « considerata singolarmente e nella sua accezione usuale, la parola “convinzioni” non è sinonimo dei termini “opinioni” e “idee”, come utilizzati nell’art. 10 della Convenzione che garantisce la libertà di espressione; la si rinviene nella formulazione francese dell’art. 9 (in inglese “beliefs”) che consacra la libertà di pensiero, coscienza e religione. Si applica a opinioni che raggiungono un certo grado di forza, di serietà, di coerenza e di importanza ». M. De Salvia, V. Zagrebelsky, Diritti dell’uomo e libertà fondamentali. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia delle comunità europee, Milano, 2006, pp. 430 e ss. Contrari all’indirizzo restrittivo della Corte, ad es., M.G. Belgiorno De Stefano, La libertà religiosa nelle sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in Quad. dir. pol. eccl., 1989, pp. 285 e ss.; T. Scovazzi, Diritti dell’uomo e protezione della morale nella giurisprudenza della Corte Europea, in R. Mazzola (a cura di), Diritto e religione in Europa: rapport sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di libertà religiosa, Bologna, 2011, pp. 83 e ss.
31) Fino agli anni Novanta si è assistito a poche condanne per violazione dell’art. 9 della CEDU. Dal 1993 al 2000, al contrario, la Corte si è pronunciata sette volte sulla violazione di tale norma pervenendo a cinque condanne, tutte contro la Grecia. L’ordinamento greco conteneva infatti una previsione unica nei paesi aderenti al Consiglio d’Europa: il divieto penalmente sanzionato di proselitismo religioso. Nella prima sentenza di condanna, la Corte ha delineato una distinzione tra il proselitismo lecito e il proselitismo abusivo, precisando che il primo consiste in quell’attività di testimonianza religiosa che costituisce una missione essenziale per i credenti, mentre il secondo è una “deformazione” o “corruzione” di tale testimonianza, in quanto si sostanzia in offerte ai credenti di vantaggi materiali o sociali e non solo spirituali, e/o in pressioni abusive, in quanto volte a far leva sullo stato di bisogno o sulla disperazione del destinatario o in quanto invasive della sua sfera personale (Corte EDU, Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993). È quindi legittimo, ha concluso la Corte, che gli Stati membri prevedano restrizioni e conseguenze sanzionatorie per chi svolga proselitismo abusivo, ossia attività che per le loro modalità attuative e/o per i soggetti cui si rivolgono, offendono la loro libertà morale (Sul punto si vedano anche A. Licastro, Il diritto statale delle religioni nei Paesi dell’Unione Europea. Lineamenti di comparazione, Milano, 2012, pp. 188 e ss.; M. De Salvia - M. Remus, Ricorrere a Strasburgo. Presupposti e procedura, Milano, 2011, pp. 175 e ss.).
32) Sono espressione di questo ampliamento di prospettiva, ad es., Corte EDU: Hasan e Chausch c. Bulgaria, 26 ottobre 2000; Metropolian Church of Bessarabia c. Moldavia, 13 dicembre 2001; The Moscow Branch of the Salvation Army c. Russia, 5 ottobre 2006; Members of Gldani Congregation of Jehova Witnesses c. Georgia, 3 maggio 2007; Svyato-Mykhaylivska Parafiya c. Ucraina, 14 settembre 2007. Sull’evoluzione della giurisprudenza della Corte EDU in tema di tutela della libertà religiosa si vedano, estesamente, S. Ferrari, La Corte di Strasburgo e l’articolo 9 della Convenzione europea. Un’analisi quantitativa della giurisprudenza, in R. Mazzola (a cura di), Diritto e religione in Europa, cit., pp. 27 e ss.; D. Durisotto, Istituzioni europee e libertà religiosa, cit., pp. 93 e ss.
33) Corte EDU: F. L. c Francia, 3 novembre 2005 e Leela Förderkreis E.V. c. Germania, 6 novembre 2008. Già in Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993, la Corte EDU, enfatizza: “freedom of thought, conscience and religion, as enshrined in Article 9, is one of the foundations of a “democratic society” within the meaning of the Convention. It is, in its religious dimension, one of the most vital elements that go to make up the identity of believers and their conception of life, but it is also a precious asset for atheists, agnostics, sceptics and the unconcerned. The pluralism indissociable from a democratic society, which has been dearly won over the centuries, depends on it ».
34) Corte EDU, Leyla Sahin c. Turchia, 29 giugno 2004, in cui si afferma: « State’s role as the neutral and impartial organiser of the exercise of various religions, faiths and beliefs, and stated that this role is conducive to public order, religious harmony and tolerance in a democratic society. It also considers that the State’s duty of neutrality and impartiality is incompatible with any power on the State’s part to assess the legitimacy of religious beliefs or the ways in which those beliefs are expressed ».
35) L’etimologia di “setta” non è pacifica. Secondo una prima interpretazione, il termine deriverebbe dal latino sector, variante del verbo sequor che significa “seguire”, in quanto a lungo impiegato per indicare i seguaci di una determinata scuola di pensiero. Una seconda interpretazione, prevalente, ne individua l’origine nel verbo secare, letteralmente “tagliare”, “troncare”, “staccare”, a indicare soggetti che si distaccano dai comportamenti e dai valori sociali dominanti. S. D’Auria, Le sette sataniche tra libertà religiosa e delitto di plagio, in Gnosis, 2011, fasc. 2, pp. 1-16. È bene evidenziare che vi è chi ritiene che il termine “setta”, al pari del termine “culto”, sia improprio e dotato di una connotazione negativa e propone, per indicare tutti i gruppi religiosi, magici, gnostici che presentino una certa stabilità, vale a dire una struttura o una forma di organizzazione e un rituale più o meno complesso e articolato, di utilizzare l’espressione “neutra” “Nuovi Movimenti Religiosi”, acronimo NMR, che, per altro, troverebbe corrispondenza nelle analoghe diciture New Religious Movements, Neue religiöse Bewegungen, Nouveaux Mouvement Religieux. A. Usai, Profili penali dei condizionamenti psichici. Riflessioni sui problemi penali posti dalla fenomenologia dei nuovi movimenti religiosi, Milano, 1996, pp. 21 e ss.
36) Corte EDU, Leela Förderkreis E.V. e altri c. Germania, cit.
37) Corte EDU, Otto Premiger Institut c. Austria, 20 settembre 1994. In altri casi la Corte ha ritenuto meritevole di censura l’applicazione d’imperio del termine “setta”, ritenuto dispregiativo, senza che fossero stati provati fatti integranti violazioni dell’ordine pubblico. Corte EDU Chiesa moscovita di Scientology c. Russia, 5 aprile 2007. Sul punto, D. Durisotto, Istituzioni europee e libertà religiosa, cit., pp. 119 e ss. In materia di tutela dei gruppi religiosi minoritari merita di essere menzionata anche la Raccomandazione sulle « Attività illegali delle sette » dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del 1999, con cui gli Stati membri sono stati invitati a costituire un centro di informazione sui gruppi religiosi, esoterici e spirituali e a non ricorrere alla legislazione speciale per disciplinarli o sanzionarli. Il diritto penale e civile “generale”, infatti, è da ritenersi strumento maggiormente idoneo a scongiurare rischi di discriminazione e compressione della libertà religiosa. Racc. A.P. 1412 (1999), che richiama la precedente Racc. A.P. 1178 (1992).
38) Corte EDU, Testimoni di Geova di Mosca c. Russia, 10 giugno 2010.
39) Corte EDU, Testimoni di Geova di Mosca c. Russia, cit., § 135, in cui i giudici di Strasburgo esordiscono chiarendo che « il rispetto della dignità e della libertà dell’uomo è l’essenza stessa della Convenzione e i concetti di autodeterminazione e autonomia della persona sono principi importanti alla base dell’interpretazione delle sue garanzie » e che « la capacità di condurre la propria vita secondo le proprie scelte include la possibilità di svolgere attività percepite come fisicamente dannose oppure pericolose per sé stessi ». In tal senso, la dottrina italiana, con specifico riferimento all’art. 32, co. 2, Cost., il quale prevede che: « nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge » e che « la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana », ha rilevato come « nel contesto complessivo della Costituzione, non è escluso che nel limite del rispetto della persona umana possa includersi, con interpretazione estensiva ma non arbitraria, anche il rispetto della libertà di coscienza e fede religiosa ». V. Crisafulli, In tema di emotrasfusioni obbligatorie, in Dir. e soc., 1982, pp. 557-568. Non si tratterebbe, quindi, di rispettare solo la dimensione corporea della persona, ma di rispettare la persona umana nella sua interezza, ivi compresa la sia dimensione spirituale. In tema di veda anche F. Papini, Rispetto della persona umana o divieto di rifiutare le emotrasfusioni per motivi religiosi?, in Questa riv., 2017, pp. 99 e ss.
40) La situazione cambia, ovviamente, se i trattamenti sanitari, a maggior ragione se “salva-vita”, sono indirizzati a persona diversa da chi esprime il dissenso. A tal riguardo, di particolare rilievo, anche mediatico, era stato ad esempio il caso di una coppia di testimoni di Geova, imputati per l’omicidio colposo mediante omissione, ex artt. 40, co. 2, e 589 c.p., della figlia per non aver acconsentito, per motivi religiosi, alla terapia emotrasfusionale di cui aveva bisogno, non impedendone, così, il decesso. La Corte, in quel frangente, confermò la condanna dei giudici di merito statuendo che il libero esercizio di diritti costituzionalmente garantiti trova il suo limite nella concorrenza di altri diritti di pari o superiore rango e non può, in ogni caso, giustificare il sacrificio di altri e preminenti diritti, come il diritto supremo alla vita. Con le parole della Corte: « si è fuori dell’esercizio del diritto di libertà religiosa ogniqualvolta si propongono come sua espressione contegni che eludono l’osservanza di quei divieti e di quelle imposizioni contenute nelle leggi penali e d’ordine pubblico che nell’ambito di una civiltà tutti considerano necessari per una ordinata convivenza civile, anche se tali contegni trovano diretta fonte in un precetto della fede religiosa qualificato come inderogabile postoché non si può pretendere di condizionare o di menomare l’obbligatorietà delle leggi deducendo la rilevanza di un precetto ad esse estraneo ». Cass. pen., sez. I, 13 dicembre 1983, n. 667, in Foro it., 1984, fasc. 2, pp. 361 e ss., con nota di P. Floris, Libertà di coscienza, doveri dei genitori, diritti del minore. Tale pronuncia, è stato evidenziato, mette in luce come la libertà religiosa sia un diritto molto particolare, in quanto ciascuna religione è portatrice di una visione del mondo, di propri valori e prescrizioni, i quali vanno rispettati e tollerati pur sempre nei limiti imposti dal supremo principio costituzionale della laicità dello Stato. Ne discende, per il diritto penale, la necessità di individuare i confini entro i quali la libertà religiosa possa essere invocata a giustificazione di fatti tipici di reato. R.Blaiotta, Scientology: una religione al cospetto della legge, cit., pp. 2528 e ss.
41) Corte EDU, Testimoni di Geova di Mosca c. Russia, cit., § 136. Anche nell’ordinamento giuridico italiano il mancato rispetto del dissenso a un trattamento sanitario per motivi religiosi configurerebbe una violazione della libertà di autodeterminazione ma anche del diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e di esercitarne il culto di cui all’art. 19 Cost. Sul punto. V.L. Muselli, C.B. Ceffa, Libertà religiosa, obiezione di coscienza e giurisprudenza costituzionale, Torino, 2014.
42) Voce “psichiatria”, Enciclopedia Treccani online, Dizionario di medicina, www.treccani.it.
43) Voce “psicanalisi”, Enciclopedia Treccani online, cit.
44) Il codice deontologico degli psicologi italiani, all’art. 3, impone loro di « evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale ».
45) Codice deontologico degli psicologi italiani, art. 4.
46) La terza sezione del Rapporto del Dipartimento di Pubblica Sicurezza “Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia”, de 1998, pubblicato su xenu.com-it.net/rapporto, è dedicata ai profili di possibile rilevanza penale delle pratiche diffuse nell’ambito delle sette. In primo luogo, si fa riferimento ai “mezzi” impiegati e, in particolare, al ricorrente utilizzo di meccanismi subliminali di fascinazione e di altri simili metodi volti a limitare la libertà di autodeterminazione dei destinatari, al fine di reclutarli o di conservarne l’adesione al movimento. In secondo luogo, si pone l’accento sulle finalità di tali movimenti, evidenziando la prevalenza delle finalità materiali, spesso economiche, rispetto alla finalità dell’arricchimento spirituale degli adepti. Tale tendenza è testimoniata dal frequente impiego di strategie, spesso subdole, di vendita di oggetti di culto, libri, talismani e servizi, quali corsi di perfezionamento o sedute psicoterapeutiche “rivoluzionarie”. Ancora, viene messo in luce il carattere artefatto di tali movimenti che, nonostante l’apparenza rispettabile, spesso si caratterizzano per condotte immorali o illecite da parte delle “guide spirituali”, nonché per il perseguimento di obiettivi diversi da quelli dichiarati. Infine, con riferimento alle ripercussioni che l’adesione a tali realtà può avere, il Rapporto mette in guardia dal rischio che la promulgazione di dottrine con forti componenti irrazionali o fanatiche possa indurre i soggetti più vulnerabili a comportamenti devianti o pericolosi per la sicurezza pubblica. In seno a movimenti pseudo-religiosi e settari rischiano infatti di annidarsi fanatismi che possono a loro volta tradursi in fatti illeciti di notevole gravità. Si pensi non solo a casi di suicidio/omicidio di massa, ma altresì a episodi di attentati terroristici come quello avvenuto nel 1995 nella metropolitana di Tokio. Cfr. S. D’Auria, Le sette sataniche tra libertà religiosa e delitto di plagio, in Gnosis, 2011, fasc. 2, pp. 1-16; A. Nicastro, Tokio, l’incubo dell’ecatombe, in archiviostorico.corriere.it, 7 maggio 1995.
47) S. D’Auria, Le sette sataniche tra libertà religiosa e delitto di plagio, cit., pp. 1-16. Un esempio eclatante è costituito da Scientology, gruppo pseudo-religioso nato negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, precisamente in California, e presto approdato anche in Europa e Australia. L’ideologia che nutre il movimento è di tipo gnostico, basata sulla convinzione che il divino consti nell’energia del mondo e degli esseri umani e non in entità trascendenti. I fondatori propongono ai potenziali adepti una tecnica di auto-perfezionamento fisico e psichico, detta “dianetica”, da apprendere attraverso corsi a pagamento, detti auditing e purification, e finalizzata a eliminare le immagini negative presenti nella mente, dette “engrammi”, derivanti da sofferenze provate nella vita corrente o in quelle precedenti. T. Vitarelli, Manipolazione psicologica e diritto penale, cit., p. 37. Le lunghe vicende giudiziarie che coinvolsero la setta sorsero innanzitutto con riferimento alle strategie di vendita dei corsi, strategie particolarmente insistenti, talvolta fino all’ossessione; alle singolari metodologie “terapeutiche” impiegate (lunghe saune, prescrizione di farmaci e di apparecchiature costose prive di reali funzioni curative); al progressivo aumento del costo dei corsi fino al depauperamento degli adepti, che venivano a quel punto inseriti nell’organizzazione come dipendenti, e, ancora, alle minacce di mali gravi in caso di recesso dalla setta. Cfr. G. Pestelli, Diritto penale e manipolazione mentale tra vecchi problemi e prospettive de jure condendo, in Riv. dir. pen e proc., 2009, pp. 1274-1325, P. Colella, La disciplina di “Scientology” nell’ordinamento italiano, in Giur. it., 2000, III, pp. 2446 e ss.; P. Mazzei, La natura della « Chiesa di Scientology », in Dir. eccl., 1991, I, pp. 405 e ss.; F. Finocchiaro, Scientology nell’ordinamento italiano, in Riv. it. Dir. e proc. pen., 1995, I, pp. 601 e ss.; G. De Rosa, La Chiesa di Scientologia. Una pseudoscienza e una pseudoreligione, in Civ. Catt., 1985, III, pp. 139 e ss.
48) È orientamento costante della Corte, del resto, che tra gli aspetti della libertà religiosa che trovano tutela nell’art. 9 della CEDU vi sia l’identità religiosa, che non si risolve nella mera elezione delle proprie credenze religiose o morali, ma che ha il suo sviluppo naturale in azioni personali di diversa natura. Porre restrizioni che precludano tali azioni comporta un’inevitabile violazione della libertà religiosa, come tale in contrasto con la Convenzione, salvo che ricorrano i presupposti di cui al § 2 dell’art. 9. Corte EDU, Kokkinas c. Grecia, 25 maggio 1993; Buscarini and Others c. San Marino, 18 febbraio 1999.
49) Sul punto v. anche Corte EDU, Biblical Centre of the Chuvash Republic c. Russia, 12 giugno 2014.
50) Corte EDU: Valsamis c. Grecia, 18 dicembre 1996; Jakòbski c. Polonia, 7 dicembre 2010. Nel caso in esame, inoltre, la Corte precisa che la discrezionalità dello Stato nello stabilire eccezioni alla libertà religiosa dei cittadini non può variare al variare della natura delle convinzioni religiose (“the Court has never held in its case-law that the scope of the States’ margin of appreciation could be broader or narrower depending on the nature of the religious beliefs”).
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