Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario

Rivista: Rivista Italiana di Medicina Legale (e del Diritto in campo sanitario)
Anno: 2017
Fascicolo: n. 3
Editore: Giuffrè Francis Lefebvre
ISSN: 1124-3376
Autori: Posteraro Nicola
Titolo: IL DIRITTO ALLA SALUTE DELLE PERSONE TRANSESSUALI E LA RETTIFICAZIONE CHIRURGICA DEL SESSO BIOLOGICO: PROBLEMI PRATICI *)
Pagine: pp. -
Keywords: transessualismo, diritto alla salute, identità di genere, rettificazione chirurgica del sesso biologico

Questo lavoro ha ad oggetto i rapporti tra il transessualismo e il diritto alla salute. Nel saggio si evidenziano, in una prospettiva critica, i problemi che le persone transessuali riscontrano, sul piano pratico e processuale, qualora vogliano effettuare la rettificazione chirurgica del proprio sesso biologico. In conclusione, si offrono degli spunti di riflessione e si prova a fornire una possibile soluzione per la risoluzione dei problemi riscontrati.

IL DIRITTO ALLA SALUTE DELLE PERSONE TRANSESSUALI E LA RETTIFICAZIONE CHIRURGICA DEL SESSO BIOLOGICO: PROBLEMI PRATICI *)


*) Il presente lavoro costituisce una rielaborazione della relazione dal titolo “Transessualismo, identità di genere e diritto alla salute”, presentata al Convegno “Bioetica e Biodiritto: scienza, coscienza, etica, morale, religione, diritto e società a confronto”, Corte d’Appello civile Roma, 11 luglio 2016. La costruzione di questo intervento si è basata su di una ricerca arricchita dalle preziose testimonianze offerte dalle persone concretamente vicine a questa realtà (o perché direttamente interessate, in quanto soggetti attivi del percorso di transizione, e/o perché operanti, professionalmente, in tale ambito). Si ringrazia l’ONIG, nella persona del Suo Presidente, il Prof. Paolo Valerio, oltre che la dott.ssa Damiana Massara, gli avv.ti Rosario Procelli, Cathy La Torre e Alessandra Gracis, il prof. Antonio Prunas, l’associazione GAYLEX e la sig.ra Antonia Monopoli dello Sportello ALA Trans Di Milano. Per gli aspetti medico-scientifici, il ringraziamento va alla Dott.ssa Maria Caputo, chirurgo generale presso l’Ospedale San Giovanni Calibita di Roma.
1) Cfr. N. Posteraro, Transessualismo, identità di genere ed effettività del diritto alla salute in Italia, in Diritto e società, 2016, 4, 737-806.
2) Le persone transessuali sono quelle che, appartenenti al genus delle persone transgender, abbiano iniziato un percorso di transizione verso il sesso connesso al genere cui effettivamente appartengono, al fine di diventare, esteticamente, quello che davvero sono. Esse vengono indicate come transessuali MtF (male to female) se, nate biologicamente maschio, vogliono diventare (meglio, stanno diventando) femmina; FtM (female to male) se, nate femmina, vogliono diventare (meglio, stanno diventando) maschio. A parere di chi scrive, le persone che terminano il proprio percorso di transizione non dovrebbero essere più definite persone transessuali: esse saranno nuove donne o nuovi uomini, a tutti gli effetti. Il termine transessualismo è stato coniato in un periodo relativamente recente: agli inizi del 1900, Hirschfeld utilizzò questa espressione per distinguere la condizione transessuale dal travestitismo e dagli stati intersessuali. Il termine fu poi ripreso da David O. Cauldwell, nel 1949, per indicare il quadro clinico caratterizzato dall’angoscia che deriva dal rifiuto del proprio sesso anatomico propria di quanti non si identificano con il sesso assegnato alla nascita ed è diventato di uso comune dopo la pubblicazione del libro The transexual phenomenon del dott. Harry Benjamin, endocrinologo, edito nel 1966 (in questo testo, l’autore, che aveva già comunque trattato del transessualismo in un lavoro del 1953, rileva che si tratta di una patologia classificata come psichiatrica non curata psichiatricamente). R. Stoller definì il transessualismo come la condizione caratterizzabile per la discordanza tra i dati anatomici e gli aspetti psicologici: “Il transessualismo è la convinzione di una persona biologicamente normale di appartenere al sesso opposto: negli adulti tale credenza è oggi accompagnata dalla richiesta di un trattamento chirurgico ed endocrinologico in grado di modificare la loro apparenza anatomica nel senso del sesso opposto”. Prima di Stoller, sotto il profilo clinico, tale fenomeno non era stato affrontato dal punto di vista psicoanalitico. Ad ogni modo, già Felix Abraham, nel 1931, aveva pubblicato degli studi sull’argomento, sebbene con diffusione limitata; inoltre, è possibile rintracciare alcuni riferimenti al fenomeno in uno scritto di Esquirol (1838), oltre che in un lavoro di Frankel del 1853, in una ricerca condotta da Westphal nel 1869 e in un testo del 1886, che tratta questo argomento in modo sistematico. Cfr. S. Patti, Transessualismo (voce), in Digesto delle discipline privatistiche, XVI, Utet, Torino, 1999; F. Bilotta, Transessualismo (voce), in Digesto delle discipline privatistiche, Utet, Torino, 2013. Il genus entro cui si colloca il transessualismo è il transgenderismo (su questi rapporti, se si vuole, N. Posteraro (in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 2017, 4.
3) È nella prima metà del secolo scorso che l’evoluzione della chirurgia ha reso possibile l’intervento di conversione dei caratteri sessuali. Il primo caso documentato di modifica per via chirurgica dei caratteri sessuali risale al 1952 e ha dato il via a una serie di studi scientifici sull’argomento (è il caso di Christine Jorgensen, nata Jeorge William Jorgensen, ex soldato americano); cfr. J. Baldaro Verde, A. Graziottin, L’enigma dell’identità. Il transessualismo, EGA, Cuneo, 1991; M. Bottone, P. Valerio, R. Vitelli, L’enigma del transessualismo, in Riflessioni critiche e teoriche, Franco Angeli, Milano, 2004. Tuttavia, va segnalato il caso di Lili Elbe, nata Mogens Einar Wegener, illustratrice specializzata in dipinti di paesaggi, la quale, nel 1930, si sottopose ad una serie di interventi di adeguamento dei caratteri sessuali, allora ancora sperimentali, e riuscì ad ottenere il riconoscimento negli atti di stato civile del nuovo sesso e del nuovo nome.
4) Fin dagli anni 70, il fenomeno è stato inquadrato tra le patologie psichiche; e ancora oggi, nel Manuale Diagnostico sulle patologie mentali, revisionato nel 2013, esso figura, quale disforia di genere o incongruenza di genere, tra i disturbi di tipo ansiogeno. Sebbene la codifica del transessualismo come una condizione clinica e come patologia di natura psichiatrica risalga ai primi anni ’70, il transessualismo ha però fatto la sua comparsa nel Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM III) solo nel 1980. Nelle due edizioni successive di tale manuale (DSM IV e IV-TR, rispettivamente del 1994 e del 2000) si è parlato, invece, di disturbo dell’identità di genere (GID). Attualmente, il DSM-5, in uso dal 2013, ricorre alla definizione di disforia di genere (GD). Anche l’altro sistema internazionale di riferimento per le malattie mentali, elaborato in seno alla Organizzazione Mondiale per la Sanità, e in fase di aggiornamento, include la transessualità tra i disordini mentali e comportamentali. (Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei corrispondenti problemi di salute, in sigla ICD).
5) Solo nel 1960 si iniziò a pensare che la guarigione della persona transessuale potesse avvenire adeguando il corpo alla psiche: prima di allora, le persone transessuali venivano sottoposte a tentativi di guarigione sia attraverso la psicoterapia, sia attraverso la somministrazione di ormoni del proprio sesso genetico (tentativi fallimentari, questi, che determinarono un numero elevatissimo di suicidi tra le persone transessuali).
6) Cfr. Cass. pen., 3 aprile 1980, n. 2161, in Giust. civ., 1980, I, 1, 1515. Ciò nella più ampia concezione del generale divieto di abuso del diritto e nell’ottica del perseguimento dei principi della cd. dottrina etica dello Stato (cfr. R. Romboli, Sub art. 5, in F. Galgano (a cura di), Commentario del Codice Civile Scialoja e Branca, Zanichelli, Bologna-Roma, 1988).
7) Cfr. L. Ferri, Art. 454, in F. Galgano (a cura di), Commentario del Codice Civile Scialoja e Branca, Zanichelli, Bologna-Roma, 1973, secondo cui una diversa concezione avrebbe comportato l’accettazione di un visione del sesso “solo in funzione dell’appagamento erotico e non in funzione del più ampio disegno di Dio o della Natura per la propagazione della specie (...)”.
8) Cfr. S. Patti, M. Will, Mutamento di sesso e tutela della persona: saggio di diritto civile comparato, Cedam, Padova, 1986.
9) “Il transessuale, più che compiere una scelta propriamente libera, obbedisce ad una esigenza incoercibile, alla cui soddisfazione è spinto e costretto dal suo « naturale » modo di essere”. Così, Corte cost., 23 maggio 1985, n. 161, punto 4 del considerato in diritto. In proposito è significativo quanto sostiene P. Stanzione, Sesso e genere nell’identità della persona, disponibile su www.comparazionedirittocivile.it, 2011. Visionato il 29 maggio 2017, secondo cui “Se, dunque, il luogo d’elezione dell’unità ideale del soggetto, la psiche appunto, già contiene in sé « il principio della separazione, perché come coscienza di sé, la psiche comincia a pensarsi per sé, e quindi a separarsi dalla propria corporeità », è in essa che si annida, si realizza e deve conseguentemente ricercarsi l’identità, altresì, sessuale del soggetto”.
10) C. Delle Donne, Commento all’art. 31, d.lg. 150/2011, in E. Ceccarelli, C. Delle Donne, A. Fabbi, G. Fanelli, M. Farina, P. Licci, A. Panzarola, F. Valerini (a cura di), La semplificazione dei riti civili, Dike, Roma, 2011, 279-285.
11) Cfr. P. Perlingieri, Note introduttive ai problemi giuridici del mutamento di sesso, in Dir. giur., 1970, XXVI, 830-852; P. Zatti, Il diritto all’identità e l’applicazione diretta dell’articolo 2 Cost., in G. Alpa, M. Bessone, L. Boneschi (a cura di), Il diritto all’identità personale, Cedam, Padova, 1981.
12) Lo scopo primario della legge, all’epoca, è stato quello di far sì che chi avesse già effettuato l’intervento all’estero potesse ottenere la modifica del sesso anagrafico in Italia, al suo ritorno in patria. Essa, infatti, ai sensi dell’articolo 1 di tale normativa, specifica che la rettificazione anagrafica di sesso si fa in forza di sentenza del tribunale (passata in giudicato) che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali. S. Patti, M. Will, Comento alla legge 14 aprile 1982, n. 164, in Nuove leggi civ. comm., 1983, 35 e ss.; B. Pezzini, Transessualismo, salute e identità sessuale, in Rass. dir. civ., 1984, 465; Id., Le persone transessuali, in P. Cendon, S. Rossi, I nuovi danni alla persona. I soggetti deboli, Aracne, Roma, 2013, 715-755; M. Dogliotti, Il mutamento di sesso: problemi vecchi e nuovi. Un primo esame della normativa, in Giust. civ., 1982, II, 467-471; P. Stanzione, Transessualismo e sensibilità del giurista: una rilettura attuale della legge 164/1982, in Dir. fam., 2009, 2, 713-730.
13) Né con riferimento al titolo, né all’interno del testo normativo sono precisati i destinatari della disciplina; la dottrina, però, non dubita del fatto che essi debbano essere identificati nei transessuali – concordemente con quanto è stato stabilito dalla Consulta – poiché ogni altra tipologia di persone (ad es.: ermafroditi e pseudoermafroditi) è da escludere. Per le ragioni di tale esclusione e l’individuazione dei transessuali “come unici destinatari della l. n. 164 del 1982”, v. P. Stanzione, Transessualità (voce), in Enc. dir., XLIV, Treccani, Milano, 1992. La stessa Corte costituzionale, nel 1985, non ha avuto dubbi, in assenza di uno specifico riferimento da parte della legge, nell’identificare nei transessuali i destinatari della disciplina.
14) “Health is a state of complete physical, mental and social well-being and not merely the absence of disease or infirmity. The enjoyment of the highest attainable standard of health is one of the fundamental rights of every human being without distinction of race, religion, political belief, economic or social condition”. La definizione, condivisa dalla Comunità internazionale e sottoscritta da ciascuno degli Stati membri dell’OMS, individua, chiaramente, un bene articolato, la cui essenza si realizza non nella semplice inesistenza di stati patologici, ma in un complessivo stato di benessere fisico e mentale della persona umana nella sua interezza e globalità. Lo Statuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è disponibile sul sito internet www.who.int.
15) La salute non è mai la medesima tra due soggetti distinti. Più in generale, si è profilata una chiave di lettura attraverso la quale il concetto stesso di salute può essere ricostruito in maniera diversa a seconda del soggetto che ne sia concretamente portatore e tenere conto, in alcuni casi, anche delle sue aspettative. Da un punto di vista normativo, nel diritto interno questa stessa evoluzione relativa alla importanza attribuita al profilo psicologico dell’individuo è rintracciabile nelle previsioni della legge che istituisce il servizio sanitario nazionale (Legge 23 dicembre 1978, n. 833) e che sancisce la necessaria tutela della salute psichica oltre che fisica dell’individuo, nel rispetto della sua libertà e dignità; nella medesima direzione, si dirige la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza (Legge 22 maggio 1978, n. 194), la quale sancisce la possibilità di ricorrere a questa pratica medica qualora si profili un serio pericolo per la salute non solo fisica, ma anche psichica della donna, in relazione al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche, sociali e familiari.
16) La tutela del transessualismo risente molto della normativa e della giurisprudenza sviluppatesi a livello europeo. Varie sono le disposizioni dei Trattati e della Carta dei diritti atte a garantire la persona transessuale sotto il profilo della salute (artt. 4, 6, 9, 168 e 191 TFUE; art. 35 Carta dei diritti fondamentali UE), oltre che in relazione ai profili discriminatori (artt. 2 e 3 TUE; artt. 8, 10, 19 e 157 TFUE; artt. 20 e 21 Carta dei diritti) e a quelli inerenti la vita privata, la vita familiare e il diritto di sposarsi (rispettivamente artt. 7 e 9 Carta dei diritti). Vi sono, poi, specifiche risoluzioni del Parlamento europeo sul tema: si vedano, per esempio, la risoluzione n. 1117, 12 settembre 1989 (che ha invitato, tra l’altro, gli Stati membri ad adottare disposizioni, se non l’abbiano già fatto, che disciplinino il diritto dei transessuali al mutamento di sesso) e la risoluzione del 28 settembre 2011 (con cui il Parlamento di Bruxelles ha denunciato “le diffuse discriminazioni connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere perpetrate sia nell’Unione europea che nei paesi terzi”). Rilevante, poi, la direttiva 2006/54, in cui viene affermato il principio di pari opportunità e di parità di trattamento tra donne e uomini, anche con specifico riguardo ai transessuali, sul tema dell’occupazione e dell’impiego. Accanto alle norme, poi, ruolo importante svolge la giurisprudenza della CGUE. Anche la CEDU prevede al suo interno una serie di norme che disciplinano tutti i profili sensibili nell’ottica dell’identità di genere, come il divieto di discriminazioni (art. 14), il diritto al matrimonio (art. 12) e il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8). Tali disposizioni costituiscono ovviamente la base normativa di cui si avvale la Corte EDU per sanzionare le fattispecie lesive dei diritti dei transessuali. Sui rapporti tra tutela dell’identità di genere e Corte EDU, cfr. M. Winkler, Cambio di sesso del coniuge e scioglimento del matrimonio: costruzione e implicazioni del diritto fondamentale all’identità di genere, in Giur. mer., 2012, 3, 570-589; L. Trucco (2003), Il transessualismo nella giurisprudenza della Corte EDU alla luce del diritto comparato, in Diritto pubblico comparato ed europeo, 1, 368-384.
17) Il dettato civilistico, in questo caso, non trova quindi applicazione, posto che esso tende ad evitare la commercializzazione del corpo e non anche a limitare la libertà di autodeterminazione qualora questa sia necessaria ai fini della tutela della propria salute. In questo senso, successivamente, ex multis, Corte cost., 21 giugno 2006, n. 253; in dottrina, cfr. R. Romboli, Art. 5 cod. civ., in F. Galgano (a cura di), Commentario del Codice Civile Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1988: “Con riferimento all’articolo in esame si è così giunti generalmente a sostenere che, specie alla luce dei principi costituzionali, il concetto di integrità fisica doveva ritenersi ormai comprensivo anche della salute psichica, avvicinando quindi fino quasi a farli coincidere, nella valutazione necessariamente unitaria della persona, l’integrità fisica di cui all’articolo stesso e la salute di cui si occupa l’art. 32 della Costituzione” (235). In riferimento all’art. 5 cod. civ. nella fattispecie in esame, cfr. ancora G. Palmeri, Il cambiamento di sesso, in S. Canestrari, G. Ferrando, C.M. Mazzoni, S. Rodotà, P. Zatti, Il governo del corpo, in S. Rodotà, P. Zatti (diretto da), Trattato di biodiritto, Giuffrè, Milano, 2011, 729-781, che richiama sul punto un’interessante sentenza del Tribunale di Brescia del 27 dicembre 2004, in Famiglia e diritto, 5, 2005, 527 ss., con nota di P. Veronesi, Cambiamento di sesso tra (previa) autorizzazione e giudizio di rettifica; in senso contrario, Trib. Pistoia, 24 maggio 1996, in Foro italiano, 1997, I, 1645 ss.
18) Resta fuori dal presente lavoro lo studio dei rapporti esistenti tra rettificazione anagrafica del sesso e rettificazione chirurgica dei genitali; per gli aspetti problematici di tale rapporto, sia consentito rimandare a N. Posteraro (2017, in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 4. Cfr., comunque, di recente, G. Aprile, G.C. Malgieri, F. Palazzi, Transessualismo e identità di genere: sviluppi dinamici di una originaria staticità? Considerazioni giuridiche, mediche e filosofiche, in questa Rivista, 2016, 1, 57-91.
19) Anche il Comitato Nazionale per la Bioetica, nel documento del 25 febbraio 2010, “I disturbi della differenziazione sessuale nei minori: aspetti bioetici”, in www.governo.it/bioetica/pareri, 10 s., evidenzia che “la sessualità ha componenti fisiche (somatiche, anatomo-fisiologiche, gonadiche e genetiche) e psichiche”. Pertanto, continua il documento, l’assegnazione del sesso deve tenere conto degli “indici somatici” e degli “indici psichici”. Cfr., inoltre, F. Bilotta, Identità di genere e diritti fondamentali della persona, in Nuova giur. civ. comm., 2013, I, 1117-1125. Proprio alla luce di ciò, nel 1985, la Corte costituzionale, nel respingere una questione di legittimità costituzionale relativa alla citata legge sulla rettificazione di sesso, richiamando gli artt. 2 e 32 Cost., ha osservato, in un passaggio argomentativo, come la persona transessuale, attraverso l’intervento chirurgico, da essa considerato, in quel contesto storico, unico mezzo rivolto a porre fine ad una situazione di “disperazione od angoscia”, veda riconosciuta la propria identità, conquistando “uno stato di benessere in cui consiste la salute”. Corte cost., sent. n. 161/1985 cit. Il richiamo all’art. 2 Cost. si giustifica in conseguenza del valore che riveste l’identità sessuale nei rapporti con gli altri: ciascuno ha il diritto di realizzare, nella vita di relazione, la propria identità sessuale, aspetto e fattore di svolgimento della personalità. Correlativamente gli altri membri della collettività sono tenuti a riconoscerlo, per dovere di solidarietà sociale. In dottrina, P. Barile , Diritti dell’uomo e libertà fondamentali, Il Mulino, Bologna, 1984, pp. 26 e ss., “attiene al diritto all’identità personale anche il diritto al riconoscimento dell’identità sessuale”, tanto da essere considerato quest’ultimo “come corollario del diritto all’identità personale riconosciuto dall‟art. 2”. È palese il richiamo della Consulta all’argomentazione utilizzata in precedenza dal Bundesverfassungsghericht, cioè la necessità di armonizzare la psiche con la physis. In tal modo, viene “conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero « naturalmente » evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale” (Corte cost., sent. n. 161/1985 cit., punto 4 del Considerato in diritto). Nello stesso punto, il giudice delle leggi continua: “Presupposto della normativa impugnata è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando – poiché la differenza tra i due sessi non è qualitativa, ma quantitativa – il o i fattori dominanti”.
20) In verità, per le transessuali MtoF tale asserzione vale per metà: resta a carico loro, infatti, il pagamento del cd. tutore vaginale, indispensabile per il decorso post-operatorio
21) Di recente, ha avuto particolare risonanza la denuncia presentata da un gruppo di donne che ha tentato di cambiare sesso. Chiamati a pagare i danni sono stati il Policlinico Umberto I (4 casi) e il San Camillo (2 casi) di Roma, e diversi nosocomi di Brescia, Chieti, Pietra Ligure, Bologna. Particolarmente grave il caso dell’Umberto I di Roma: quattro pazienti hanno denunciato penalmente l’equipe di chirurghi per “lesioni personali gravissime”, chiedendo anche l’interdizione dal ripetere lo stesso tipo di intervento in futuro. “I medici – spiega l’avvocato delle pazienti – hanno utilizzato una tecnica del tutto sperimentale, senza fornire informazioni adeguate: hanno ricostruito la vagina partendo da tessuto prelevato dalla bocca e poi coltivato in vitro. I risultati sono stati disastrosi, ma l’Umberto I ha continuato per almeno due anni dopo il primo intervento a utilizzare questa tecnica. Addirittura l’estate scorsa hanno pubblicato gli esiti in un articolo scientifico sul PRSJournal, la rivista dei chirurghi plastici americani, definendo l’operazione fattibile, sicura e vantaggiosa”.
22) Problema che riguarda, da un punto di vista sanitario, i ricoveri in genere, per qualsiasi ragione essi avvengano: le persone transessuali che possano dimostrare di essere in percorso di transizione dovrebbero essere sistemate nei reparti del sesso psicologico (di arrivo) e non quello genetico ed anagrafico (di partenza).
23) Interessante, ma in questa sede non percorribile, è la strada relativa alla responsabilità del medico che erri nell’effettuare un intervento chirurgico di modifica dei caratteri sessuali. La tematica rientra nel più ampio genus della responsabilità medica, per un’analisi della quale sia consentito rimandare a N. Posteraro, Liceità del trattamento medico arbitrario: osservazioni critiche sui profili di responsabilità civile e penale del sanitario alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale, in Federalismi.it, osservatorio di diritto sanitario, 2015, 1-41; Id. (2016), Danni da responsabilità medica, in G. Cassano (a cura di), Il danno alla persona, Giuffrè, Milano, 831-893, e ai riferimenti ivi richiamati.
24) Per una disamina della chirurgia plastica e le dovute differenze tra chirurgia plastico-estetica e chirurgia plastico-riparativa, se si vuole, N. Posteraro, Vanità, moda e diritto alla salute: problemi di legittimazione giuridica della chirurgia estetica, in Med. e mor., 2014, 2, 275-302.
25) Per quanto concerne la rimozione della barba, essa rappresenta – così come per i transessuali gino-androidi la presenza del seno – il più grave fattore di disagio di genere e come tale dovrebbe far parte integrante dell’iter verso la rettificazione di genere sessuale.
26) Inoltre, il fatto stesso che la norma non specifichi nulla rispetto a quali siano i caratteri sessuali da autorizzare, comporta qualche volta, sul piano pratico, una difficoltà non indifferente: alcuni giudici, infatti, reputano che tale mancata specificazione dei caratteri da autorizzare valga non a facoltizzare la richiesta del privato, bensì, ad obbligarlo a ottenere una previa autorizzazione anche nel caso esso voglia procedere con la modifica dei propri tratti secondari. Tant’è che, per alcuni magistrati, nel silenzio della legge, è addirittura opportuno che anche la somministrazione di ormoni sia previamente autorizzata: cfr. Tribunale di Pesaro, ordinanza 18 giugno 2011, in cui il giudice ha constatato la mancanza della autorizzazione giudiziale per il solo trattamento ormonale e, ritenendola necessaria, ha inviato gli atti alla Procura della Repubblica. È chiaro, quindi, che, da questo punto di vista, l’ambiguità della norma comporta delle evidenti e pericolose difficoltà pratiche.
27) Il tema della salute, poi, presenta una propria peculiare autonomia riguardo all’intervento chirurgico da eseguire su una persona minorenne. Non è questa la sede per approfondire aspetti così delicati e problematici. Si rimanda, quindi, per ora, a studi già effettuati sul tema oltre che ad approfondimenti che verranno proposti, in vista di future e più accuratee ricerche. Tuttavia, è necessario dar conto, comunque, del fatto che, in questi casi (in costante aumento) sorgono alcuni problemi giuridici non indifferenti. In verità, la legge non richiede il requisito della maggiore età, ai fini dell’intervento. Quindi, in astratto, il minore transessuale ben potrebbe assoggettarsi ad un percorso e concreto cambiamento del proprio sesso biologico; ma chi è che può integrare la volontà del minore ed esprimere il consenso a un trattamento irreversibile e invasivo, tenuto conto del fatto che l’ordinamento non riconosce al minore una piena capacità di intendere e di volere? Come si può tutelare il diritto alla salute del minore, in questi casi? La Commissione Minorenni dell’ONIG ha stilato delle linee guida per la presa in carico dei Minorenni Gender Variant. Il documento è stato redatto dal gruppo di professionisti che in Italia si occupa di questo argomento dopo approfondito studio della letteratura, formazione presso le cliniche che all’estero hanno più esperienza nel campo e un lungo e approfondito dibattito interno. Un ringraziamento va alla Dott.ssa Damiana Massara, che ci ha fornito tale documento e illustrato le problematiche sottese alla questione.
28) Non è affatto pacifico, infatti, che il rimborso per le operazioni effettuate all’estero debba essere accordato: molti giudici lo negano tenuto conto del fatto che lo spostamento resta ingiustificato in quanto sussiste, in Italia, la possibilità di addivenire alla modifica. Allo stato, inoltre, non si potrebbe neppure applicare la direttiva transfrontaliera 2011/24/UE (e, meglio, il suo decreto nazionale di attuazione n. 38/2014): è previsto, infatti, che i costi sostenuti siano rimborsati qualora la prestazione erogata sia compresa nei LEA (cfr. articolo 7, paragrafo 1 della direttiva, oltre che art. 8, comma 1, del decreto). Le operazioni de qua, però, non rientrano nei LEA quindi, ad esse non potrà applicarsi la normativa in commento. Se si vuole, N. Posteraro, Assistenza sanitaria transfrontaliera in Italia e rimborso delle spese sostenute, in Riv. trim. dir. pubbl., 2016, 2, 489-526, in particolare, 522, in cui si evidenziano, inoltre, i problemi che può comportare la formula dell’assistenza sanitaria indiretta sull’esercizio dei propri diritti. Interessante, comunque, a questo proposito, una recente sentenza del Tribunale di Treviso, n. 577/2015, la quale ha riconosciuto il diritto del transessuale a essere rimborsato per le spese sostenute all’estero.
29) Sia consentito rimandare a N. Posteraro (2017, in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 4, in cui si dà conto delle recenti pronunce della Corte di cassazione (n. 15138/2015) e della Corte costituzionale (n. 221/2015) che hanno pacificamente ammesso la sola rettifica anagrafica del sesso.
30) Spesso la persona non riesce ad aspettare che trascorrano i tempi previsti dalle linee guida; e, perciò, inizia autonomamente la terapia ormonale, in modo clandestino, senza essere seguita da un medico, rischiando di rovinarsi la salute e seguendo i consigli ed i dosaggi di amici ed amiche.
31) Maggiori dettagli sono rinvenibili in onig.it.
32) Ciò determina anche delle difficoltà legali nello stabilire responsabilità nel caso di effetti collaterali gravi e non previsti. Senza considerare che spesso si determinano dei trattamenti diversi tra estroprogestinici ed antiandrogeni (a carico del SSN, ma per altre patologie) e testosterone (non coperto in ogni caso).
33) Proprio per superare questa difficoltà, la Regione Toscana, ad esempio, con Deliberazione della Giunta Regionale 29 maggio 2006, n. 396, sul Trattamento ormonale dei soggetti affetti da disturbo dell’identità di genere, ha stabilito la gratuità anche del percorso ormonale. Questo, però, comporta delle differenze su base regionale nella fruizione di un diritto che è costituzionalmente garantito e che dovrebbe essere assicurato in modo omogeneo sul piano nazionale: sarebbe pertanto auspicabile un intervento nazionale della disforia tra le patologie curabili con terapia ormonale. Per stabilire quali estroprogestinici, antiandrogeni e testosterone siano utili ed utilizzabili nella terapia ormonale sostitutiva per persone transessuali, sarebbe utile che il Ministero della Sanità ascoltasse anche le indicazioni di esponenti ed associazioni mediche e di tutela dei diritti delle persone transessuali quali l’ONIG, il Mit, Crisalide AzioneTrans, Arcitrans, Ufficio Nuovi Diritti C.G.I.L. Rilevante, in questo senso, una recente sentenza del Tribunale Spoleto, Ufficio di Sorveglianza, ordinanza 13 luglio 2011, in articolo29.it, secondo cui le terapie ormonali non attengono a scelte personali, ma al diritto soggettivo alla salute: il detenuto transessuale ha diritto a proseguire il proprio percorso ormonale con spesa a carico del SSN, anche in assenza di una normativa regionale che ne disciplina l’erogazione e di una espressa previsione nel livello essenziale di assistenza.
34) Occorre poi evidenziare che le persone transessuali rinvengono uno dei maggiori ostacoli proprio nel momento in cui vogliano ottenere delle sistematiche e precise informazioni sui servizi di supporto già esistenti, oltre che sul processo di transizione, sulle sue implicazioni mediche e psicologiche, sui passaggi necessari per esercitare i propri diritti: esse, infatti, possono solo ricorrere a qualcuna di quelle poche associazioni presenti in Italia.
35) Numerosi ordinamenti non riconoscono la possibilità di intraprendere il percorso di conversione del sesso e di modifica anagrafica. Per questo, la condizione dei migranti transessuali presenta una peculiarità rispetto al tema della salute. La giurisprudenza, a questo proposito, ha avuto modo di confrontarsi sulla configurabilità del trattamento chirurgico di rettificazione del sesso come diritto da garantire a prescindere dalla cittadinanza. È stato riconosciuto, in verità, che anche i cittadini stranieri possono sottoporsi all’intervento di riassegnazione chirurgica, giacché si tratta di tutelare il diritto fondamentale al rispetto alla identità sessuale. Cfr., tra le altre, Tribunale di Milano 17 luglio 2000, in Fam. dir., 2000, 608. Sul punto, A. Lorenzetti, Diritti in transito. La condizione giuridica delle persone transessuali, Franco Angeli, Milano, 2013, 89-90.
36) Prima del 2011, era stato introdotto nell’ordinamento giuridico un procedimento camerale ad hoc per disciplinare i giudizi di rettificazione di attribuzione di sesso: tale rito si riteneva il più idoneo a soddisfare le ormai note esigenze di accelerazione processuale. Più nel dettaglio, il procedimento era retto dagli artt. 737-742 c.p.c. (introduzione con ricorso, fissazione della prima udienza con decreto, investitura dell’intero Collegio nella decisione, assenza di udienza pubblica), ma si concludeva con una sentenza idonea a passare in giudicato e impugnabile per cassazione. Nel 2011, invece, il legislatore delegato è intervenuto, con il decreto 150, incidendo sulla disciplina della legge del 1982 e optando per tale rito ordinario. Come evidenziato nella Relazione illustrativa del Governo, la scelta di questo rito dipende dalla mancanza di elementi che consentano di ritenere il procedimento de quo connotato da peculiari esigenze di concentrazione processuale, di ufficiosità dell’istruzione, di semplificazione della trattazione e di istruzione della causa.
37) La necessità di identificare un convenuto, quando vigeva il giudizio camerale abrogato, azionabile con ricorso, non si poneva; oggi, invece, l’esigenza in commento deriva dalla stessa natura del processo contenzioso, il quale presuppone la contestazione (da parte di qualcuno) della pretesa oggetto della domanda. Requisito di validità dell’atto di citazione è, dopotutto, l’indicazione in esso del soggetto che si intende convenire in giudizio ex art. 163 c.p.
38) Cfr. ex pluribus: Trib. Venezia 30 gennaio 2015 n. 355, inedita.
39) Sul legittimato passivo, cfr. G. Cardaci, Per un giusto processo di mutamento di sesso, in Diritto di famiglie e delle persone, 2015, 4, 1459-1495 e la bibliografia ivi richiamata alla nota 27.
40) La scelta non convince, inoltre, perché il Pubblico Ministero è munito di legittimazione attiva e passiva in materia di status soltanto nei casi tassativamente previsti dalla legge, ex art. 69 c.p.c.: in questo caso, quindi, non essendo sancita da alcuna disposizione la sua legittimazione a promuovere il procedimento di rettificazione di attribuzione di sesso, la notificazione nei suoi confronti degli atti di citazione non può che essere una vera e propria forzatura, un atto necessario solo per far sì che il giudizio possa essere instaurato anche nei casi in cui convenuti, in verità, non ve ne siano, visto che, altrimenti, il soggetto transessuale non potrebbe concretamente adire il tribunale. Cfr. Trib. Parma 27 marzo 1970, secondo cui “appare inopportuno consentire al P.M. di determinare modifiche dello stato civile tali da incidere sulla capacità giuridica dei cittadini. Volere estendere l’ambito della legittimazione del P.M. determinerebbe la creazione di una figura di P.M. ‘onnipotente’”.
41) Cfr. Cass. civ., 20 giugno 1983 n. 515, in Giust. civ., 1983, 3245, secondo cui la persona transessuale, in virtù del proprio aspetto esteriore e dell’impossibilità per i terzi di conoscere, nemmeno su autorizzazione giudiziale, lo status anagrafico originario, potrebbe contrarre matrimonio con un soggetto ledendo il suo legittimo affidamento, ponendolo nelle “condizioni di cadere nell’errore previsto dall’art. 122, n. 1, c.c., quello che, cioè, relativo all’esistenza di una malattia fisica o psichica o di un’anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale”. Cfr. Trib. Napoli, 13 marzo 1978, secondo cui il mutamento del sesso lederebbe la certezza dei rapporti giuridici, “con possibilità, inoltre, di traumatizzanti errori e aberrazioni a danno dei terzi, che hanno diritto alla certezza e all’obiettività delle registrazioni anagrafiche, a prescindere dalla diversità, dalla gradualità, dal compiacimento, dalla mutevolezza degli atteggiamenti psichici e comportamentali di ciascun individuo”.
42) Cfr. Cass. civ., 20 giugno 1983 n. 515, secondo cui il mutamento di sesso sconvolge l’ordine naturale della società familiare, “dando luogo, al limite, a situazioni in cui” uno dei coniugi “dovrebbe contestualmente svolgere le sue funzioni di ‘padre’ nella famiglia il cui matrimonio viene sciolto a causa del mutamento di sesso, e di ‘madre’ nella famiglia, nei confronti di figli adottivi e fecondati in modo innaturale ed eterologo”, sì da “sconvolgere l’ordine naturale e costituzionale della società familiare”.
43) Si v. Cass. civ., n. 15138/2015 e Corte cost., n. 221/2015, per un commento delle quali, sia consentito rimandare a N. Posteraro (2017, in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 4, e alla bibliografia ivi richiamata.
44) Cfr. P. D’Addino Serravalle, Mutamento volontario di sesso ed azione di rettificazione, in Rass. dir. civ., 1980, I, 231-246, secondo cui “la Costituzione ha ribaltato l’ordine dei valori e ha posto l’uomo al centro dell’ordinamento e questo al servizio della persona umana. Ciò significa, anche e soprattutto, indisponibilità da parte della collettività dei diritti dell’uomo. Nel nostro ordinamento all’apice dei valori vi è la tutela della persona umana e, pertanto, il diritto al riconoscimento della propria identità sessuale, fondamentale diritto della personalità, deve essere tutelato contro ogni altro interesse, che altrimenti si affermerebbe in violazione della persona”; P. Perlingieri (1980), Norme costituzionali e rapporti di diritto civile, in Rass. dir. civ., I, 116-144; cfr. anche S. Bartole, Transessualismo e diritti inviolabili dell’uomo, in Giur. cost., 1979, II, 1179-1197.Il ruolo del Pubblico Ministero nel giudizio in parola, allora, sarà prettamente quello di supervisionare il regolare dipanarsi del procedimento, mentre il coniuge e i figli, laddove esistenti e ritualmente evocati in giudizio, parteciperanno al processo non già perché interessati ex art. 100 c.p.c. a opporsi alla realizzazione del diritto al mutamento di sesso di parte attrice, ma perché risulta inevitabilmente necessario renderli edotti dell’eventualità che tale mutamento venga disposto per via giudiziale, in quanto destinato a produrre effetti giuridici ridondanti nei loro rapporti giuridici con la parte attrice (id est, secondo la pronuncia della Corte costituzionale n. 170 del 2014, a provocare d’ufficio lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio e la sua trasformazione in “unione civile registrata”).
45) Cfr. G. Gemma, Integrità fisica (voce), in Dig. disc. pubbl., VIII, Utet, Torino, 1993 (in particolare, p. 464, nota 77), il quale rimarca come l’autorizzazione all’intervento chirurgico costituisca una vera e propria “eccezione al regime ordinario dei diritti (costituzionalmente sanciti), per i quali non è di regola pensabile un sindacato nell’interesse del titolare del diritto (quando mai si ammetterebbe un intervento tutorio per l’esercizio di un diritto di libertà)?”.
46) In astratto, essa può rivelarsi necessaria, qualora ricondotta alla sua naturale funzione, nei casi in cui si versi in totale assenza di elementi istruttori che consentano di addivenire ad una decisione in merito all’autorizzazione del trattamento chirurgico.
47) La norma abrogata è l’art. 2, comma IV, della l. 14 aprile 1982 n. 164, secondo cui: “quando è necessario, il giudice istruttore dispone con ordinanza l’acquisizione di consulenza intesa ad accertare le condizioni psico-sessuali dell’interessato”; in verità, la lettera della norma era chiara: la consulenza non era affatto obbligatoria; ma la parassi tendeva a interpretarla in questo modo.
48) Il cumulo, infatti, consentirà un significativo risparmio di attività processuale nella fase di introduzione della causa, quali la redazione di un unico atto introduttivo, l’iscrizione della causa al ruolo, la formazione del fascicolo d’ufficio, la designazione del giudice istruttore, attività che, “stante la unicità del procedimento instaurato, debbono essere compiute una sola volta”. Cfr. G. Cardaci, Per un giusto processo di mutamento di sesso, in Diritto di famiglie e delle persone, 2015, 4, 1459-1495.
49) Con l’abrogazione dell’art. 3, legge 164/1982, non è più previsto – almeno esplicitamente – che il Tribunale debba accertare “l’effettuazione del trattamento autorizzato”, per cui una volta completato il trattamento la persona transessuale potrà avanzare l’istanza definitiva alla magistratura per la rettifica del sesso. In ogni caso, però, una qualche verifica dovrà comunque essere effettuata dal Tribunale, se l’attribuzione di un sesso diverso potrà essere riconosciuta con sentenza solo “a seguito di intervenute modificazioni dei caratteri sessuali” (art. 1).
50) E infatti, come osservato dalla Corte EDU (cfr. sentenza Y.Y. contro Turchia del 10 marzo 2015, in partic. par. 37, in www.articolo29.it), nella maggior parte dei Paesi aderenti alla Convenzione, la decisione di autorizzazione al trattamento di conversione dei caratteri sessuali compete ad una équipe di medici di ospedali specializzati o commissioni ad hoc, mentre solo in Italia, Bulgaria, Polonia e Romania l’intervento chirurgico deve essere previamente autorizzato da un giudice.
51) A. Pioggia, Diritti umani e organizzazione sanitaria, in Rivista del Diritto della Sicurezza sociale, 2011, I, 21-42.
52) Con riferimento al fenomeno del transessualismo, si può dire che il diritto alla salute si conforma proprio sia in quanto diritto di libertà, sia in quanto diritto sociale, nella prospettiva costituzionale che questo evoca. Il diritto alla salute è un fascio di diritti (L. Principato (1999), Il diritto costituzionale alla salute: molteplici facoltà più o meno disponibili da parte del legislatore o differenti situazioni giuridiche soggettive?, in Giur. cost., II, 2508-2519; in particolare, p. 2513): se è vero che esibisce aspetti tipici dei diritti di libertà, quando si presenta come diritto a determinarsi in ordine alle proprie scelte terapeutiche, è anche vero che esso esibisce, contestualmente, aspetti ritenuti tipici dei diritti sociali, quando si presenta come diritto a ottenere delle cure (pretesa che ha ad oggetto una prestazione). M. Luciani, Salute (diritto alla), in Enc. giur. Treccani, vol. XXVII, Treccani, Roma, 1991; A. Rovagnati, La pretesa di ricevere prestazioni sanitarie nell’ordinamento costituzionale repubblicano e E. Cavasino, Il diritto alla salute come diritto “a prestazioni”. Considerazioni sull’effettività della tutela, entrambi in E. Cavasino, G. Scala, G. Verde (a cura di), I diritti sociali dal riconoscimento alla garanzia. Il ruolo della giurisprudenza, Editoriale Scientifica, Napoli, 2013.
53) Sul rapporto fra organizzazione amministrativa e tutela dei diritti, cfr. M. Nigro (1966), Studi sulla funzione organizzatrice della pubblica amministrazion, Giuffrè, Milano; N. Saitta, Premesse per uno studio delle norme di organizzazione, Giuffrè, Milano, 1965; E, Carloni, Lo Stato differenziato. Contributo allo studio dei principi di uniformità e differenziazione, Giappichelli, Torino, 2004.
54) Sul punto, sia consentito rimandare, in una prospettiva più generale, a N. Posteraro, Assistenza sanitaria transfrontaliera in Italia e rimborso delle spese sostenute, in Riv. trim. dir. pubbl., 2016, 2, 489-526.
55) Per quanto concerne la mastoplastica additiva – al fine di evitare abusi – potrebbero istituirsi delle tabelle che rapportino i parametri fisici dell’individuo (peso, altezza, giro-torace) a misure di seno compatibili con un aspetto femminile armonico, al quale il chirurgo plastico che segue la paziente transessuale dovrebbe attenersi. Nel caso in cui tali parametri fossero raggiunti mediante la sola terapia estrogenica, l’intervento dovrebbe essere considerato esclusivamente “estetico” e quindi a carico della paziente.
56) Sterilizzazione e modifica dei caratteri sessuali primari sono interventi differenti che non si accompagnano necessariamente: una persona può modificare i propri genitali e perciò restare fertile; un’altra può procedere alla propria sterilizzazione, pur senza intervenire chirurgicamente sull’estetica dei suoi genitali. Certamente, nella maggior parte dei casi, l’operazione di modifica chirurgica dei genitali comporta, contestualmente, la sterilizzazione del soggetto operato, nel senso che questo perde la propria capacità procreativa. La nostra legge non richiede tale requisito, così come specificato di recente dalla Cassazione nella citata sentenza del 2015; tuttavia, alcuni giudici l’hanno interpretata diversamente. Sarà opportuno, perciò, precisarlo in modo esplicito, anche alla luce di quanto di recente statuito dalla Corte EDU (Cfr. CEDU sez. V nel caso A.P., Garçon e Nicot c. Francia (ric. 79885/12, 52471/13 e 52596/13) del 6 aprile 2017: per la CEDU, condizionare il riconoscimento dell’identità sessuale di una persona trans e, quindi, la rettifica del sesso sui documenti ad un’operazione di cambio del sesso o alla sterilizzazione, cui l’interessato non desidera sottoporsi, equivale a subordinare il pieno esercizio del diritto al rispetto della privacy alla rinuncia di quello all’integrità fisica. È invece lecito sottoporre l’interessato a visita medica per accertare la disforia di genere e la sua reale identità di genere. La Corte si era già pronunciata, in questo senso con la pronuncia del 10 marzo 2015 (caso XY contro Turchia, ricorso n. 14793/08). Sul punto, A. Cordiano (2015), La Corte di Strasburgo (ancora) alle prese con la transizione sessuale. Osservazioni in merito all’affaire Y.Y. c. Turchia, in La nuova giurisprudenza civile commentata, IX, pp. 502-519. S. Patti (2015), Mutamento di sesso e « costringimento al bisturi »: il Tribunale di Roma e il contesto europeo, in Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, II, p. 39.
57) Sulla discriminazione e sui suoi riflessi sulla psicologia, quindi sulla salute del discriminato, cfr. A. Amodeo, P. Valerio, Gender-based violence, Homophobia and transphobia, Franco Angeli, Milano, 2014, in particolare, 136 e ss.; A. Amodeo, C. Scandura, Stigma atni-gender: una potente barriera all’accesso di risorse, in S. Oliviero, L. Sicca, P. Valerio (a cura di), Trasformare le pratiche delle organizzazioni di lavoro e di pensiero, Editoriale Scientifica, Napoli, 2015; P. Valerio, M. Striano, S. Oliverio, Nessuno escluso. Formazione, inclusione sociale e cittadinanza attiva, Liguori, Napoli, 2013. L’Engendered Penalties, uno dei pochi studi condotti sulla discriminazione nei confronti delle persone trans stima che soltanto il 21% delle persone transessuali intervistate abbia un lavoro a tempo pieno. Questi dati sono indirettamente confermati anche dalla prima indagine sul lavoro delle persone LGBT in Italia (2011 Arcigay) che sottolinea la gravità delle ingiustizie subite dalle persone transessuali.
58) Discriminazioni che si rinvengono soprattutto nel campo del lavoro. Per questi aspetti, A. Lorenzetti, Diritti in transito. La condizione giuridica delle persone transessuali, Franco Angeli, Milano, 2013, pp. 139 e ss.; molto forte e pericoloso per la persona, poi, il disagio che la persona transessuale si trova a dover vivere negli ambienti di studio, come a scuola o in università: in questo senso, un importante passo avanti è stato fatto dagli Atenei di Napoli, Torino, Bologna e Padova che hanno deliberato la possibilità del doppio libretto per gli studenti transgender.
59) Rispetto al tema delle discriminazioni si è dimostrato particolarmente sensibile il Parlamento australiano che recentemente (2013) ha modificato il Sex Discrimination Act del 1984 per garantire nuove tutele contro le discriminazioni di genere.
60) In questi termini, la Risoluzione approvata in data 4 febbraio 2014 sulla tabella di marcia dell’U.E. contro l’omofobia e la discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere. In sostanza, il/la transgender che non si ritenga affett* da una patologia è costrett*, dall’ordinamento, in una posizione alquanto dfficile. Il legislatore italiano potrebbe guardare con interesse a quei Paesi nei quali, recentemente, sono state approvate norme che permettono di accedere ai trattamenti sanitari di riattribuzione senza la necessità di stabilire la presenza della disforia. A tal proposito, è utile ricordare che la Francia nel febbraio 2010, primo Paese al mondo, ha eliminato il transessualismo dall’elenco delle malattie psichiatriche.
61) Sulla questione della depatologicizzazione, R. Vitelli, P. Fazzari, P. Valerio, Le varianti di genere e la loro iscrizione nell’orizzonte del sapere medico-scientifico: la varianza di genere è un disturbo mentale? Ma cos’è, poi, un disturbo mentale?, in F. Corbisiero (a cura di), Comunità omosessuali, Franco Angeli, Milano, 2014; P. Valerio, P. Fazzari, Alcune note sul “fenomeno transessuale” oggi: un disturbo da depatologizzare, in L. Chieffi (a cura di), Bioetica pratica e cause di esclusione sociale. Mimesis, Milano, 2012. Il contributo trae spunto dalla discussione sollevata dalla American Psychiatric Association (APA) sulla patologizzazione e la de-patologizzazione del “fenomeno transessuale” in vista dell’uscita della quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5). L’articolo ricostruisce, ed analizza criticamente, le principali posizioni teoriche emerse all’interno di tale dibattito al quale hanno preso parte anche molti rappresentati di associazioni di persone transessuali e transgender tra cui il WPATH, la World Professional Association for Transgender Health. Nell’articolo vengono ricostruite, inoltre, alcune fondamentali tappe del pensiero scientifico sul tema della “psico-sessualità”: in particolare vengono approfonditi i riferimenti teorici sottostanti ai concetti di “sesso”/“genere”, “identità di genere”, “ruolo di genere” e “orientamento sessuale”, di grande utilità non solo per comprendere il “fenomeno transessuale” ma per gettare una nuova luce sulle identità soggettive e le “neo-sessualità” presenti nel nostro tempo.
*) Il presente lavoro costituisce una rielaborazione della relazione dal titolo “Transessualismo, identità di genere e diritto alla salute”, presentata al Convegno “Bioetica e Biodiritto: scienza, coscienza, etica, morale, religione, diritto e società a confronto”, Corte d’Appello civile Roma, 11 luglio 2016. La costruzione di questo intervento si è basata su di una ricerca arricchita dalle preziose testimonianze offerte dalle persone concretamente vicine a questa realtà (o perché direttamente interessate, in quanto soggetti attivi del percorso di transizione, e/o perché operanti, professionalmente, in tale ambito). Si ringrazia l’ONIG, nella persona del Suo Presidente, il Prof. Paolo Valerio, oltre che la dott.ssa Damiana Massara, gli avv.ti Rosario Procelli, Cathy La Torre e Alessandra Gracis, il prof. Antonio Prunas, l’associazione GAYLEX e la sig.ra Antonia Monopoli dello Sportello ALA Trans Di Milano. Per gli aspetti medico-scientifici, il ringraziamento va alla Dott.ssa Maria Caputo, chirurgo generale presso l’Ospedale San Giovanni Calibita di Roma.
1) Cfr. N. Posteraro, Transessualismo, identità di genere ed effettività del diritto alla salute in Italia, in Diritto e società, 2016, 4, 737-806.
2) Le persone transessuali sono quelle che, appartenenti al genus delle persone transgender, abbiano iniziato un percorso di transizione verso il sesso connesso al genere cui effettivamente appartengono, al fine di diventare, esteticamente, quello che davvero sono. Esse vengono indicate come transessuali MtF (male to female) se, nate biologicamente maschio, vogliono diventare (meglio, stanno diventando) femmina; FtM (female to male) se, nate femmina, vogliono diventare (meglio, stanno diventando) maschio. A parere di chi scrive, le persone che terminano il proprio percorso di transizione non dovrebbero essere più definite persone transessuali: esse saranno nuove donne o nuovi uomini, a tutti gli effetti. Il termine transessualismo è stato coniato in un periodo relativamente recente: agli inizi del 1900, Hirschfeld utilizzò questa espressione per distinguere la condizione transessuale dal travestitismo e dagli stati intersessuali. Il termine fu poi ripreso da David O. Cauldwell, nel 1949, per indicare il quadro clinico caratterizzato dall’angoscia che deriva dal rifiuto del proprio sesso anatomico propria di quanti non si identificano con il sesso assegnato alla nascita ed è diventato di uso comune dopo la pubblicazione del libro The transexual phenomenon del dott. Harry Benjamin, endocrinologo, edito nel 1966 (in questo testo, l’autore, che aveva già comunque trattato del transessualismo in un lavoro del 1953, rileva che si tratta di una patologia classificata come psichiatrica non curata psichiatricamente). R. Stoller definì il transessualismo come la condizione caratterizzabile per la discordanza tra i dati anatomici e gli aspetti psicologici: “Il transessualismo è la convinzione di una persona biologicamente normale di appartenere al sesso opposto: negli adulti tale credenza è oggi accompagnata dalla richiesta di un trattamento chirurgico ed endocrinologico in grado di modificare la loro apparenza anatomica nel senso del sesso opposto”. Prima di Stoller, sotto il profilo clinico, tale fenomeno non era stato affrontato dal punto di vista psicoanalitico. Ad ogni modo, già Felix Abraham, nel 1931, aveva pubblicato degli studi sull’argomento, sebbene con diffusione limitata; inoltre, è possibile rintracciare alcuni riferimenti al fenomeno in uno scritto di Esquirol (1838), oltre che in un lavoro di Frankel del 1853, in una ricerca condotta da Westphal nel 1869 e in un testo del 1886, che tratta questo argomento in modo sistematico. Cfr. S. Patti, Transessualismo (voce), in Digesto delle discipline privatistiche, XVI, Utet, Torino, 1999; F. Bilotta, Transessualismo (voce), in Digesto delle discipline privatistiche, Utet, Torino, 2013. Il genus entro cui si colloca il transessualismo è il transgenderismo (su questi rapporti, se si vuole, N. Posteraro (in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 2017, 4.
3) È nella prima metà del secolo scorso che l’evoluzione della chirurgia ha reso possibile l’intervento di conversione dei caratteri sessuali. Il primo caso documentato di modifica per via chirurgica dei caratteri sessuali risale al 1952 e ha dato il via a una serie di studi scientifici sull’argomento (è il caso di Christine Jorgensen, nata Jeorge William Jorgensen, ex soldato americano); cfr. J. Baldaro Verde, A. Graziottin, L’enigma dell’identità. Il transessualismo, EGA, Cuneo, 1991; M. Bottone, P. Valerio, R. Vitelli, L’enigma del transessualismo, in Riflessioni critiche e teoriche, Franco Angeli, Milano, 2004. Tuttavia, va segnalato il caso di Lili Elbe, nata Mogens Einar Wegener, illustratrice specializzata in dipinti di paesaggi, la quale, nel 1930, si sottopose ad una serie di interventi di adeguamento dei caratteri sessuali, allora ancora sperimentali, e riuscì ad ottenere il riconoscimento negli atti di stato civile del nuovo sesso e del nuovo nome.
4) Fin dagli anni 70, il fenomeno è stato inquadrato tra le patologie psichiche; e ancora oggi, nel Manuale Diagnostico sulle patologie mentali, revisionato nel 2013, esso figura, quale disforia di genere o incongruenza di genere, tra i disturbi di tipo ansiogeno. Sebbene la codifica del transessualismo come una condizione clinica e come patologia di natura psichiatrica risalga ai primi anni ’70, il transessualismo ha però fatto la sua comparsa nel Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM III) solo nel 1980. Nelle due edizioni successive di tale manuale (DSM IV e IV-TR, rispettivamente del 1994 e del 2000) si è parlato, invece, di disturbo dell’identità di genere (GID). Attualmente, il DSM-5, in uso dal 2013, ricorre alla definizione di disforia di genere (GD). Anche l’altro sistema internazionale di riferimento per le malattie mentali, elaborato in seno alla Organizzazione Mondiale per la Sanità, e in fase di aggiornamento, include la transessualità tra i disordini mentali e comportamentali. (Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei corrispondenti problemi di salute, in sigla ICD).
5) Solo nel 1960 si iniziò a pensare che la guarigione della persona transessuale potesse avvenire adeguando il corpo alla psiche: prima di allora, le persone transessuali venivano sottoposte a tentativi di guarigione sia attraverso la psicoterapia, sia attraverso la somministrazione di ormoni del proprio sesso genetico (tentativi fallimentari, questi, che determinarono un numero elevatissimo di suicidi tra le persone transessuali).
6) Cfr. Cass. pen., 3 aprile 1980, n. 2161, in Giust. civ., 1980, I, 1, 1515. Ciò nella più ampia concezione del generale divieto di abuso del diritto e nell’ottica del perseguimento dei principi della cd. dottrina etica dello Stato (cfr. R. Romboli, Sub art. 5, in F. Galgano (a cura di), Commentario del Codice Civile Scialoja e Branca, Zanichelli, Bologna-Roma, 1988).
7) Cfr. L. Ferri, Art. 454, in F. Galgano (a cura di), Commentario del Codice Civile Scialoja e Branca, Zanichelli, Bologna-Roma, 1973, secondo cui una diversa concezione avrebbe comportato l’accettazione di un visione del sesso “solo in funzione dell’appagamento erotico e non in funzione del più ampio disegno di Dio o della Natura per la propagazione della specie (...)”.
8) Cfr. S. Patti, M. Will, Mutamento di sesso e tutela della persona: saggio di diritto civile comparato, Cedam, Padova, 1986.
9) “Il transessuale, più che compiere una scelta propriamente libera, obbedisce ad una esigenza incoercibile, alla cui soddisfazione è spinto e costretto dal suo « naturale » modo di essere”. Così, Corte cost., 23 maggio 1985, n. 161, punto 4 del considerato in diritto. In proposito è significativo quanto sostiene P. Stanzione, Sesso e genere nell’identità della persona, disponibile su www.comparazionedirittocivile.it, 2011. Visionato il 29 maggio 2017, secondo cui “Se, dunque, il luogo d’elezione dell’unità ideale del soggetto, la psiche appunto, già contiene in sé « il principio della separazione, perché come coscienza di sé, la psiche comincia a pensarsi per sé, e quindi a separarsi dalla propria corporeità », è in essa che si annida, si realizza e deve conseguentemente ricercarsi l’identità, altresì, sessuale del soggetto”.
10) C. Delle Donne, Commento all’art. 31, d.lg. 150/2011, in E. Ceccarelli, C. Delle Donne, A. Fabbi, G. Fanelli, M. Farina, P. Licci, A. Panzarola, F. Valerini (a cura di), La semplificazione dei riti civili, Dike, Roma, 2011, 279-285.
11) Cfr. P. Perlingieri, Note introduttive ai problemi giuridici del mutamento di sesso, in Dir. giur., 1970, XXVI, 830-852; P. Zatti, Il diritto all’identità e l’applicazione diretta dell’articolo 2 Cost., in G. Alpa, M. Bessone, L. Boneschi (a cura di), Il diritto all’identità personale, Cedam, Padova, 1981.
12) Lo scopo primario della legge, all’epoca, è stato quello di far sì che chi avesse già effettuato l’intervento all’estero potesse ottenere la modifica del sesso anagrafico in Italia, al suo ritorno in patria. Essa, infatti, ai sensi dell’articolo 1 di tale normativa, specifica che la rettificazione anagrafica di sesso si fa in forza di sentenza del tribunale (passata in giudicato) che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali. S. Patti, M. Will, Comento alla legge 14 aprile 1982, n. 164, in Nuove leggi civ. comm., 1983, 35 e ss.; B. Pezzini, Transessualismo, salute e identità sessuale, in Rass. dir. civ., 1984, 465; Id., Le persone transessuali, in P. Cendon, S. Rossi, I nuovi danni alla persona. I soggetti deboli, Aracne, Roma, 2013, 715-755; M. Dogliotti, Il mutamento di sesso: problemi vecchi e nuovi. Un primo esame della normativa, in Giust. civ., 1982, II, 467-471; P. Stanzione, Transessualismo e sensibilità del giurista: una rilettura attuale della legge 164/1982, in Dir. fam., 2009, 2, 713-730.
13) Né con riferimento al titolo, né all’interno del testo normativo sono precisati i destinatari della disciplina; la dottrina, però, non dubita del fatto che essi debbano essere identificati nei transessuali – concordemente con quanto è stato stabilito dalla Consulta – poiché ogni altra tipologia di persone (ad es.: ermafroditi e pseudoermafroditi) è da escludere. Per le ragioni di tale esclusione e l’individuazione dei transessuali “come unici destinatari della l. n. 164 del 1982”, v. P. Stanzione, Transessualità (voce), in Enc. dir., XLIV, Treccani, Milano, 1992. La stessa Corte costituzionale, nel 1985, non ha avuto dubbi, in assenza di uno specifico riferimento da parte della legge, nell’identificare nei transessuali i destinatari della disciplina.
14) “Health is a state of complete physical, mental and social well-being and not merely the absence of disease or infirmity. The enjoyment of the highest attainable standard of health is one of the fundamental rights of every human being without distinction of race, religion, political belief, economic or social condition”. La definizione, condivisa dalla Comunità internazionale e sottoscritta da ciascuno degli Stati membri dell’OMS, individua, chiaramente, un bene articolato, la cui essenza si realizza non nella semplice inesistenza di stati patologici, ma in un complessivo stato di benessere fisico e mentale della persona umana nella sua interezza e globalità. Lo Statuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è disponibile sul sito internet www.who.int.
15) La salute non è mai la medesima tra due soggetti distinti. Più in generale, si è profilata una chiave di lettura attraverso la quale il concetto stesso di salute può essere ricostruito in maniera diversa a seconda del soggetto che ne sia concretamente portatore e tenere conto, in alcuni casi, anche delle sue aspettative. Da un punto di vista normativo, nel diritto interno questa stessa evoluzione relativa alla importanza attribuita al profilo psicologico dell’individuo è rintracciabile nelle previsioni della legge che istituisce il servizio sanitario nazionale (Legge 23 dicembre 1978, n. 833) e che sancisce la necessaria tutela della salute psichica oltre che fisica dell’individuo, nel rispetto della sua libertà e dignità; nella medesima direzione, si dirige la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza (Legge 22 maggio 1978, n. 194), la quale sancisce la possibilità di ricorrere a questa pratica medica qualora si profili un serio pericolo per la salute non solo fisica, ma anche psichica della donna, in relazione al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche, sociali e familiari.
16) La tutela del transessualismo risente molto della normativa e della giurisprudenza sviluppatesi a livello europeo. Varie sono le disposizioni dei Trattati e della Carta dei diritti atte a garantire la persona transessuale sotto il profilo della salute (artt. 4, 6, 9, 168 e 191 TFUE; art. 35 Carta dei diritti fondamentali UE), oltre che in relazione ai profili discriminatori (artt. 2 e 3 TUE; artt. 8, 10, 19 e 157 TFUE; artt. 20 e 21 Carta dei diritti) e a quelli inerenti la vita privata, la vita familiare e il diritto di sposarsi (rispettivamente artt. 7 e 9 Carta dei diritti). Vi sono, poi, specifiche risoluzioni del Parlamento europeo sul tema: si vedano, per esempio, la risoluzione n. 1117, 12 settembre 1989 (che ha invitato, tra l’altro, gli Stati membri ad adottare disposizioni, se non l’abbiano già fatto, che disciplinino il diritto dei transessuali al mutamento di sesso) e la risoluzione del 28 settembre 2011 (con cui il Parlamento di Bruxelles ha denunciato “le diffuse discriminazioni connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere perpetrate sia nell’Unione europea che nei paesi terzi”). Rilevante, poi, la direttiva 2006/54, in cui viene affermato il principio di pari opportunità e di parità di trattamento tra donne e uomini, anche con specifico riguardo ai transessuali, sul tema dell’occupazione e dell’impiego. Accanto alle norme, poi, ruolo importante svolge la giurisprudenza della CGUE. Anche la CEDU prevede al suo interno una serie di norme che disciplinano tutti i profili sensibili nell’ottica dell’identità di genere, come il divieto di discriminazioni (art. 14), il diritto al matrimonio (art. 12) e il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8). Tali disposizioni costituiscono ovviamente la base normativa di cui si avvale la Corte EDU per sanzionare le fattispecie lesive dei diritti dei transessuali. Sui rapporti tra tutela dell’identità di genere e Corte EDU, cfr. M. Winkler, Cambio di sesso del coniuge e scioglimento del matrimonio: costruzione e implicazioni del diritto fondamentale all’identità di genere, in Giur. mer., 2012, 3, 570-589; L. Trucco (2003), Il transessualismo nella giurisprudenza della Corte EDU alla luce del diritto comparato, in Diritto pubblico comparato ed europeo, 1, 368-384.
17) Il dettato civilistico, in questo caso, non trova quindi applicazione, posto che esso tende ad evitare la commercializzazione del corpo e non anche a limitare la libertà di autodeterminazione qualora questa sia necessaria ai fini della tutela della propria salute. In questo senso, successivamente, ex multis, Corte cost., 21 giugno 2006, n. 253; in dottrina, cfr. R. Romboli, Art. 5 cod. civ., in F. Galgano (a cura di), Commentario del Codice Civile Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1988: “Con riferimento all’articolo in esame si è così giunti generalmente a sostenere che, specie alla luce dei principi costituzionali, il concetto di integrità fisica doveva ritenersi ormai comprensivo anche della salute psichica, avvicinando quindi fino quasi a farli coincidere, nella valutazione necessariamente unitaria della persona, l’integrità fisica di cui all’articolo stesso e la salute di cui si occupa l’art. 32 della Costituzione” (235). In riferimento all’art. 5 cod. civ. nella fattispecie in esame, cfr. ancora G. Palmeri, Il cambiamento di sesso, in S. Canestrari, G. Ferrando, C.M. Mazzoni, S. Rodotà, P. Zatti, Il governo del corpo, in S. Rodotà, P. Zatti (diretto da), Trattato di biodiritto, Giuffrè, Milano, 2011, 729-781, che richiama sul punto un’interessante sentenza del Tribunale di Brescia del 27 dicembre 2004, in Famiglia e diritto, 5, 2005, 527 ss., con nota di P. Veronesi, Cambiamento di sesso tra (previa) autorizzazione e giudizio di rettifica; in senso contrario, Trib. Pistoia, 24 maggio 1996, in Foro italiano, 1997, I, 1645 ss.
18) Resta fuori dal presente lavoro lo studio dei rapporti esistenti tra rettificazione anagrafica del sesso e rettificazione chirurgica dei genitali; per gli aspetti problematici di tale rapporto, sia consentito rimandare a N. Posteraro (2017, in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 4. Cfr., comunque, di recente, G. Aprile, G.C. Malgieri, F. Palazzi, Transessualismo e identità di genere: sviluppi dinamici di una originaria staticità? Considerazioni giuridiche, mediche e filosofiche, in questa Rivista, 2016, 1, 57-91.
19) Anche il Comitato Nazionale per la Bioetica, nel documento del 25 febbraio 2010, “I disturbi della differenziazione sessuale nei minori: aspetti bioetici”, in www.governo.it/bioetica/pareri, 10 s., evidenzia che “la sessualità ha componenti fisiche (somatiche, anatomo-fisiologiche, gonadiche e genetiche) e psichiche”. Pertanto, continua il documento, l’assegnazione del sesso deve tenere conto degli “indici somatici” e degli “indici psichici”. Cfr., inoltre, F. Bilotta, Identità di genere e diritti fondamentali della persona, in Nuova giur. civ. comm., 2013, I, 1117-1125. Proprio alla luce di ciò, nel 1985, la Corte costituzionale, nel respingere una questione di legittimità costituzionale relativa alla citata legge sulla rettificazione di sesso, richiamando gli artt. 2 e 32 Cost., ha osservato, in un passaggio argomentativo, come la persona transessuale, attraverso l’intervento chirurgico, da essa considerato, in quel contesto storico, unico mezzo rivolto a porre fine ad una situazione di “disperazione od angoscia”, veda riconosciuta la propria identità, conquistando “uno stato di benessere in cui consiste la salute”. Corte cost., sent. n. 161/1985 cit. Il richiamo all’art. 2 Cost. si giustifica in conseguenza del valore che riveste l’identità sessuale nei rapporti con gli altri: ciascuno ha il diritto di realizzare, nella vita di relazione, la propria identità sessuale, aspetto e fattore di svolgimento della personalità. Correlativamente gli altri membri della collettività sono tenuti a riconoscerlo, per dovere di solidarietà sociale. In dottrina, P. Barile , Diritti dell’uomo e libertà fondamentali, Il Mulino, Bologna, 1984, pp. 26 e ss., “attiene al diritto all’identità personale anche il diritto al riconoscimento dell’identità sessuale”, tanto da essere considerato quest’ultimo “come corollario del diritto all’identità personale riconosciuto dall‟art. 2”. È palese il richiamo della Consulta all’argomentazione utilizzata in precedenza dal Bundesverfassungsghericht, cioè la necessità di armonizzare la psiche con la physis. In tal modo, viene “conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero « naturalmente » evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale” (Corte cost., sent. n. 161/1985 cit., punto 4 del Considerato in diritto). Nello stesso punto, il giudice delle leggi continua: “Presupposto della normativa impugnata è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando – poiché la differenza tra i due sessi non è qualitativa, ma quantitativa – il o i fattori dominanti”.
20) In verità, per le transessuali MtoF tale asserzione vale per metà: resta a carico loro, infatti, il pagamento del cd. tutore vaginale, indispensabile per il decorso post-operatorio
21) Di recente, ha avuto particolare risonanza la denuncia presentata da un gruppo di donne che ha tentato di cambiare sesso. Chiamati a pagare i danni sono stati il Policlinico Umberto I (4 casi) e il San Camillo (2 casi) di Roma, e diversi nosocomi di Brescia, Chieti, Pietra Ligure, Bologna. Particolarmente grave il caso dell’Umberto I di Roma: quattro pazienti hanno denunciato penalmente l’equipe di chirurghi per “lesioni personali gravissime”, chiedendo anche l’interdizione dal ripetere lo stesso tipo di intervento in futuro. “I medici – spiega l’avvocato delle pazienti – hanno utilizzato una tecnica del tutto sperimentale, senza fornire informazioni adeguate: hanno ricostruito la vagina partendo da tessuto prelevato dalla bocca e poi coltivato in vitro. I risultati sono stati disastrosi, ma l’Umberto I ha continuato per almeno due anni dopo il primo intervento a utilizzare questa tecnica. Addirittura l’estate scorsa hanno pubblicato gli esiti in un articolo scientifico sul PRSJournal, la rivista dei chirurghi plastici americani, definendo l’operazione fattibile, sicura e vantaggiosa”.
22) Problema che riguarda, da un punto di vista sanitario, i ricoveri in genere, per qualsiasi ragione essi avvengano: le persone transessuali che possano dimostrare di essere in percorso di transizione dovrebbero essere sistemate nei reparti del sesso psicologico (di arrivo) e non quello genetico ed anagrafico (di partenza).
23) Interessante, ma in questa sede non percorribile, è la strada relativa alla responsabilità del medico che erri nell’effettuare un intervento chirurgico di modifica dei caratteri sessuali. La tematica rientra nel più ampio genus della responsabilità medica, per un’analisi della quale sia consentito rimandare a N. Posteraro, Liceità del trattamento medico arbitrario: osservazioni critiche sui profili di responsabilità civile e penale del sanitario alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale, in Federalismi.it, osservatorio di diritto sanitario, 2015, 1-41; Id. (2016), Danni da responsabilità medica, in G. Cassano (a cura di), Il danno alla persona, Giuffrè, Milano, 831-893, e ai riferimenti ivi richiamati.
24) Per una disamina della chirurgia plastica e le dovute differenze tra chirurgia plastico-estetica e chirurgia plastico-riparativa, se si vuole, N. Posteraro, Vanità, moda e diritto alla salute: problemi di legittimazione giuridica della chirurgia estetica, in Med. e mor., 2014, 2, 275-302.
25) Per quanto concerne la rimozione della barba, essa rappresenta – così come per i transessuali gino-androidi la presenza del seno – il più grave fattore di disagio di genere e come tale dovrebbe far parte integrante dell’iter verso la rettificazione di genere sessuale.
26) Inoltre, il fatto stesso che la norma non specifichi nulla rispetto a quali siano i caratteri sessuali da autorizzare, comporta qualche volta, sul piano pratico, una difficoltà non indifferente: alcuni giudici, infatti, reputano che tale mancata specificazione dei caratteri da autorizzare valga non a facoltizzare la richiesta del privato, bensì, ad obbligarlo a ottenere una previa autorizzazione anche nel caso esso voglia procedere con la modifica dei propri tratti secondari. Tant’è che, per alcuni magistrati, nel silenzio della legge, è addirittura opportuno che anche la somministrazione di ormoni sia previamente autorizzata: cfr. Tribunale di Pesaro, ordinanza 18 giugno 2011, in cui il giudice ha constatato la mancanza della autorizzazione giudiziale per il solo trattamento ormonale e, ritenendola necessaria, ha inviato gli atti alla Procura della Repubblica. È chiaro, quindi, che, da questo punto di vista, l’ambiguità della norma comporta delle evidenti e pericolose difficoltà pratiche.
27) Il tema della salute, poi, presenta una propria peculiare autonomia riguardo all’intervento chirurgico da eseguire su una persona minorenne. Non è questa la sede per approfondire aspetti così delicati e problematici. Si rimanda, quindi, per ora, a studi già effettuati sul tema oltre che ad approfondimenti che verranno proposti, in vista di future e più accuratee ricerche. Tuttavia, è necessario dar conto, comunque, del fatto che, in questi casi (in costante aumento) sorgono alcuni problemi giuridici non indifferenti. In verità, la legge non richiede il requisito della maggiore età, ai fini dell’intervento. Quindi, in astratto, il minore transessuale ben potrebbe assoggettarsi ad un percorso e concreto cambiamento del proprio sesso biologico; ma chi è che può integrare la volontà del minore ed esprimere il consenso a un trattamento irreversibile e invasivo, tenuto conto del fatto che l’ordinamento non riconosce al minore una piena capacità di intendere e di volere? Come si può tutelare il diritto alla salute del minore, in questi casi? La Commissione Minorenni dell’ONIG ha stilato delle linee guida per la presa in carico dei Minorenni Gender Variant. Il documento è stato redatto dal gruppo di professionisti che in Italia si occupa di questo argomento dopo approfondito studio della letteratura, formazione presso le cliniche che all’estero hanno più esperienza nel campo e un lungo e approfondito dibattito interno. Un ringraziamento va alla Dott.ssa Damiana Massara, che ci ha fornito tale documento e illustrato le problematiche sottese alla questione.
28) Non è affatto pacifico, infatti, che il rimborso per le operazioni effettuate all’estero debba essere accordato: molti giudici lo negano tenuto conto del fatto che lo spostamento resta ingiustificato in quanto sussiste, in Italia, la possibilità di addivenire alla modifica. Allo stato, inoltre, non si potrebbe neppure applicare la direttiva transfrontaliera 2011/24/UE (e, meglio, il suo decreto nazionale di attuazione n. 38/2014): è previsto, infatti, che i costi sostenuti siano rimborsati qualora la prestazione erogata sia compresa nei LEA (cfr. articolo 7, paragrafo 1 della direttiva, oltre che art. 8, comma 1, del decreto). Le operazioni de qua, però, non rientrano nei LEA quindi, ad esse non potrà applicarsi la normativa in commento. Se si vuole, N. Posteraro, Assistenza sanitaria transfrontaliera in Italia e rimborso delle spese sostenute, in Riv. trim. dir. pubbl., 2016, 2, 489-526, in particolare, 522, in cui si evidenziano, inoltre, i problemi che può comportare la formula dell’assistenza sanitaria indiretta sull’esercizio dei propri diritti. Interessante, comunque, a questo proposito, una recente sentenza del Tribunale di Treviso, n. 577/2015, la quale ha riconosciuto il diritto del transessuale a essere rimborsato per le spese sostenute all’estero.
29) Sia consentito rimandare a N. Posteraro (2017, in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 4, in cui si dà conto delle recenti pronunce della Corte di cassazione (n. 15138/2015) e della Corte costituzionale (n. 221/2015) che hanno pacificamente ammesso la sola rettifica anagrafica del sesso.
30) Spesso la persona non riesce ad aspettare che trascorrano i tempi previsti dalle linee guida; e, perciò, inizia autonomamente la terapia ormonale, in modo clandestino, senza essere seguita da un medico, rischiando di rovinarsi la salute e seguendo i consigli ed i dosaggi di amici ed amiche.
31) Maggiori dettagli sono rinvenibili in onig.it.
32) Ciò determina anche delle difficoltà legali nello stabilire responsabilità nel caso di effetti collaterali gravi e non previsti. Senza considerare che spesso si determinano dei trattamenti diversi tra estroprogestinici ed antiandrogeni (a carico del SSN, ma per altre patologie) e testosterone (non coperto in ogni caso).
33) Proprio per superare questa difficoltà, la Regione Toscana, ad esempio, con Deliberazione della Giunta Regionale 29 maggio 2006, n. 396, sul Trattamento ormonale dei soggetti affetti da disturbo dell’identità di genere, ha stabilito la gratuità anche del percorso ormonale. Questo, però, comporta delle differenze su base regionale nella fruizione di un diritto che è costituzionalmente garantito e che dovrebbe essere assicurato in modo omogeneo sul piano nazionale: sarebbe pertanto auspicabile un intervento nazionale della disforia tra le patologie curabili con terapia ormonale. Per stabilire quali estroprogestinici, antiandrogeni e testosterone siano utili ed utilizzabili nella terapia ormonale sostitutiva per persone transessuali, sarebbe utile che il Ministero della Sanità ascoltasse anche le indicazioni di esponenti ed associazioni mediche e di tutela dei diritti delle persone transessuali quali l’ONIG, il Mit, Crisalide AzioneTrans, Arcitrans, Ufficio Nuovi Diritti C.G.I.L. Rilevante, in questo senso, una recente sentenza del Tribunale Spoleto, Ufficio di Sorveglianza, ordinanza 13 luglio 2011, in articolo29.it, secondo cui le terapie ormonali non attengono a scelte personali, ma al diritto soggettivo alla salute: il detenuto transessuale ha diritto a proseguire il proprio percorso ormonale con spesa a carico del SSN, anche in assenza di una normativa regionale che ne disciplina l’erogazione e di una espressa previsione nel livello essenziale di assistenza.
34) Occorre poi evidenziare che le persone transessuali rinvengono uno dei maggiori ostacoli proprio nel momento in cui vogliano ottenere delle sistematiche e precise informazioni sui servizi di supporto già esistenti, oltre che sul processo di transizione, sulle sue implicazioni mediche e psicologiche, sui passaggi necessari per esercitare i propri diritti: esse, infatti, possono solo ricorrere a qualcuna di quelle poche associazioni presenti in Italia.
35) Numerosi ordinamenti non riconoscono la possibilità di intraprendere il percorso di conversione del sesso e di modifica anagrafica. Per questo, la condizione dei migranti transessuali presenta una peculiarità rispetto al tema della salute. La giurisprudenza, a questo proposito, ha avuto modo di confrontarsi sulla configurabilità del trattamento chirurgico di rettificazione del sesso come diritto da garantire a prescindere dalla cittadinanza. È stato riconosciuto, in verità, che anche i cittadini stranieri possono sottoporsi all’intervento di riassegnazione chirurgica, giacché si tratta di tutelare il diritto fondamentale al rispetto alla identità sessuale. Cfr., tra le altre, Tribunale di Milano 17 luglio 2000, in Fam. dir., 2000, 608. Sul punto, A. Lorenzetti, Diritti in transito. La condizione giuridica delle persone transessuali, Franco Angeli, Milano, 2013, 89-90.
36) Prima del 2011, era stato introdotto nell’ordinamento giuridico un procedimento camerale ad hoc per disciplinare i giudizi di rettificazione di attribuzione di sesso: tale rito si riteneva il più idoneo a soddisfare le ormai note esigenze di accelerazione processuale. Più nel dettaglio, il procedimento era retto dagli artt. 737-742 c.p.c. (introduzione con ricorso, fissazione della prima udienza con decreto, investitura dell’intero Collegio nella decisione, assenza di udienza pubblica), ma si concludeva con una sentenza idonea a passare in giudicato e impugnabile per cassazione. Nel 2011, invece, il legislatore delegato è intervenuto, con il decreto 150, incidendo sulla disciplina della legge del 1982 e optando per tale rito ordinario. Come evidenziato nella Relazione illustrativa del Governo, la scelta di questo rito dipende dalla mancanza di elementi che consentano di ritenere il procedimento de quo connotato da peculiari esigenze di concentrazione processuale, di ufficiosità dell’istruzione, di semplificazione della trattazione e di istruzione della causa.
37) La necessità di identificare un convenuto, quando vigeva il giudizio camerale abrogato, azionabile con ricorso, non si poneva; oggi, invece, l’esigenza in commento deriva dalla stessa natura del processo contenzioso, il quale presuppone la contestazione (da parte di qualcuno) della pretesa oggetto della domanda. Requisito di validità dell’atto di citazione è, dopotutto, l’indicazione in esso del soggetto che si intende convenire in giudizio ex art. 163 c.p.
38) Cfr. ex pluribus: Trib. Venezia 30 gennaio 2015 n. 355, inedita.
39) Sul legittimato passivo, cfr. G. Cardaci, Per un giusto processo di mutamento di sesso, in Diritto di famiglie e delle persone, 2015, 4, 1459-1495 e la bibliografia ivi richiamata alla nota 27.
40) La scelta non convince, inoltre, perché il Pubblico Ministero è munito di legittimazione attiva e passiva in materia di status soltanto nei casi tassativamente previsti dalla legge, ex art. 69 c.p.c.: in questo caso, quindi, non essendo sancita da alcuna disposizione la sua legittimazione a promuovere il procedimento di rettificazione di attribuzione di sesso, la notificazione nei suoi confronti degli atti di citazione non può che essere una vera e propria forzatura, un atto necessario solo per far sì che il giudizio possa essere instaurato anche nei casi in cui convenuti, in verità, non ve ne siano, visto che, altrimenti, il soggetto transessuale non potrebbe concretamente adire il tribunale. Cfr. Trib. Parma 27 marzo 1970, secondo cui “appare inopportuno consentire al P.M. di determinare modifiche dello stato civile tali da incidere sulla capacità giuridica dei cittadini. Volere estendere l’ambito della legittimazione del P.M. determinerebbe la creazione di una figura di P.M. ‘onnipotente’”.
41) Cfr. Cass. civ., 20 giugno 1983 n. 515, in Giust. civ., 1983, 3245, secondo cui la persona transessuale, in virtù del proprio aspetto esteriore e dell’impossibilità per i terzi di conoscere, nemmeno su autorizzazione giudiziale, lo status anagrafico originario, potrebbe contrarre matrimonio con un soggetto ledendo il suo legittimo affidamento, ponendolo nelle “condizioni di cadere nell’errore previsto dall’art. 122, n. 1, c.c., quello che, cioè, relativo all’esistenza di una malattia fisica o psichica o di un’anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale”. Cfr. Trib. Napoli, 13 marzo 1978, secondo cui il mutamento del sesso lederebbe la certezza dei rapporti giuridici, “con possibilità, inoltre, di traumatizzanti errori e aberrazioni a danno dei terzi, che hanno diritto alla certezza e all’obiettività delle registrazioni anagrafiche, a prescindere dalla diversità, dalla gradualità, dal compiacimento, dalla mutevolezza degli atteggiamenti psichici e comportamentali di ciascun individuo”.
42) Cfr. Cass. civ., 20 giugno 1983 n. 515, secondo cui il mutamento di sesso sconvolge l’ordine naturale della società familiare, “dando luogo, al limite, a situazioni in cui” uno dei coniugi “dovrebbe contestualmente svolgere le sue funzioni di ‘padre’ nella famiglia il cui matrimonio viene sciolto a causa del mutamento di sesso, e di ‘madre’ nella famiglia, nei confronti di figli adottivi e fecondati in modo innaturale ed eterologo”, sì da “sconvolgere l’ordine naturale e costituzionale della società familiare”.
43) Si v. Cass. civ., n. 15138/2015 e Corte cost., n. 221/2015, per un commento delle quali, sia consentito rimandare a N. Posteraro (2017, in corso di pubblicazione), Transessualismo, rettificazione anagrafica del sesso e necessità dell’intervento chirurgico sui caratteri sessuali primari: riflessioni sui problemi irrisolti alla luce della recente giurisprudenza nazionale, in questa Rivista, 4, e alla bibliografia ivi richiamata.
44) Cfr. P. D’Addino Serravalle, Mutamento volontario di sesso ed azione di rettificazione, in Rass. dir. civ., 1980, I, 231-246, secondo cui “la Costituzione ha ribaltato l’ordine dei valori e ha posto l’uomo al centro dell’ordinamento e questo al servizio della persona umana. Ciò significa, anche e soprattutto, indisponibilità da parte della collettività dei diritti dell’uomo. Nel nostro ordinamento all’apice dei valori vi è la tutela della persona umana e, pertanto, il diritto al riconoscimento della propria identità sessuale, fondamentale diritto della personalità, deve essere tutelato contro ogni altro interesse, che altrimenti si affermerebbe in violazione della persona”; P. Perlingieri (1980), Norme costituzionali e rapporti di diritto civile, in Rass. dir. civ., I, 116-144; cfr. anche S. Bartole, Transessualismo e diritti inviolabili dell’uomo, in Giur. cost., 1979, II, 1179-1197.Il ruolo del Pubblico Ministero nel giudizio in parola, allora, sarà prettamente quello di supervisionare il regolare dipanarsi del procedimento, mentre il coniuge e i figli, laddove esistenti e ritualmente evocati in giudizio, parteciperanno al processo non già perché interessati ex art. 100 c.p.c. a opporsi alla realizzazione del diritto al mutamento di sesso di parte attrice, ma perché risulta inevitabilmente necessario renderli edotti dell’eventualità che tale mutamento venga disposto per via giudiziale, in quanto destinato a produrre effetti giuridici ridondanti nei loro rapporti giuridici con la parte attrice (id est, secondo la pronuncia della Corte costituzionale n. 170 del 2014, a provocare d’ufficio lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio e la sua trasformazione in “unione civile registrata”).
45) Cfr. G. Gemma, Integrità fisica (voce), in Dig. disc. pubbl., VIII, Utet, Torino, 1993 (in particolare, p. 464, nota 77), il quale rimarca come l’autorizzazione all’intervento chirurgico costituisca una vera e propria “eccezione al regime ordinario dei diritti (costituzionalmente sanciti), per i quali non è di regola pensabile un sindacato nell’interesse del titolare del diritto (quando mai si ammetterebbe un intervento tutorio per l’esercizio di un diritto di libertà)?”.
46) In astratto, essa può rivelarsi necessaria, qualora ricondotta alla sua naturale funzione, nei casi in cui si versi in totale assenza di elementi istruttori che consentano di addivenire ad una decisione in merito all’autorizzazione del trattamento chirurgico.
47) La norma abrogata è l’art. 2, comma IV, della l. 14 aprile 1982 n. 164, secondo cui: “quando è necessario, il giudice istruttore dispone con ordinanza l’acquisizione di consulenza intesa ad accertare le condizioni psico-sessuali dell’interessato”; in verità, la lettera della norma era chiara: la consulenza non era affatto obbligatoria; ma la parassi tendeva a interpretarla in questo modo.
48) Il cumulo, infatti, consentirà un significativo risparmio di attività processuale nella fase di introduzione della causa, quali la redazione di un unico atto introduttivo, l’iscrizione della causa al ruolo, la formazione del fascicolo d’ufficio, la designazione del giudice istruttore, attività che, “stante la unicità del procedimento instaurato, debbono essere compiute una sola volta”. Cfr. G. Cardaci, Per un giusto processo di mutamento di sesso, in Diritto di famiglie e delle persone, 2015, 4, 1459-1495.
49) Con l’abrogazione dell’art. 3, legge 164/1982, non è più previsto – almeno esplicitamente – che il Tribunale debba accertare “l’effettuazione del trattamento autorizzato”, per cui una volta completato il trattamento la persona transessuale potrà avanzare l’istanza definitiva alla magistratura per la rettifica del sesso. In ogni caso, però, una qualche verifica dovrà comunque essere effettuata dal Tribunale, se l’attribuzione di un sesso diverso potrà essere riconosciuta con sentenza solo “a seguito di intervenute modificazioni dei caratteri sessuali” (art. 1).
50) E infatti, come osservato dalla Corte EDU (cfr. sentenza Y.Y. contro Turchia del 10 marzo 2015, in partic. par. 37, in www.articolo29.it), nella maggior parte dei Paesi aderenti alla Convenzione, la decisione di autorizzazione al trattamento di conversione dei caratteri sessuali compete ad una équipe di medici di ospedali specializzati o commissioni ad hoc, mentre solo in Italia, Bulgaria, Polonia e Romania l’intervento chirurgico deve essere previamente autorizzato da un giudice.
51) A. Pioggia, Diritti umani e organizzazione sanitaria, in Rivista del Diritto della Sicurezza sociale, 2011, I, 21-42.
52) Con riferimento al fenomeno del transessualismo, si può dire che il diritto alla salute si conforma proprio sia in quanto diritto di libertà, sia in quanto diritto sociale, nella prospettiva costituzionale che questo evoca. Il diritto alla salute è un fascio di diritti (L. Principato (1999), Il diritto costituzionale alla salute: molteplici facoltà più o meno disponibili da parte del legislatore o differenti situazioni giuridiche soggettive?, in Giur. cost., II, 2508-2519; in particolare, p. 2513): se è vero che esibisce aspetti tipici dei diritti di libertà, quando si presenta come diritto a determinarsi in ordine alle proprie scelte terapeutiche, è anche vero che esso esibisce, contestualmente, aspetti ritenuti tipici dei diritti sociali, quando si presenta come diritto a ottenere delle cure (pretesa che ha ad oggetto una prestazione). M. Luciani, Salute (diritto alla), in Enc. giur. Treccani, vol. XXVII, Treccani, Roma, 1991; A. Rovagnati, La pretesa di ricevere prestazioni sanitarie nell’ordinamento costituzionale repubblicano e E. Cavasino, Il diritto alla salute come diritto “a prestazioni”. Considerazioni sull’effettività della tutela, entrambi in E. Cavasino, G. Scala, G. Verde (a cura di), I diritti sociali dal riconoscimento alla garanzia. Il ruolo della giurisprudenza, Editoriale Scientifica, Napoli, 2013.
53) Sul rapporto fra organizzazione amministrativa e tutela dei diritti, cfr. M. Nigro (1966), Studi sulla funzione organizzatrice della pubblica amministrazion, Giuffrè, Milano; N. Saitta, Premesse per uno studio delle norme di organizzazione, Giuffrè, Milano, 1965; E, Carloni, Lo Stato differenziato. Contributo allo studio dei principi di uniformità e differenziazione, Giappichelli, Torino, 2004.
54) Sul punto, sia consentito rimandare, in una prospettiva più generale, a N. Posteraro, Assistenza sanitaria transfrontaliera in Italia e rimborso delle spese sostenute, in Riv. trim. dir. pubbl., 2016, 2, 489-526.
55) Per quanto concerne la mastoplastica additiva – al fine di evitare abusi – potrebbero istituirsi delle tabelle che rapportino i parametri fisici dell’individuo (peso, altezza, giro-torace) a misure di seno compatibili con un aspetto femminile armonico, al quale il chirurgo plastico che segue la paziente transessuale dovrebbe attenersi. Nel caso in cui tali parametri fossero raggiunti mediante la sola terapia estrogenica, l’intervento dovrebbe essere considerato esclusivamente “estetico” e quindi a carico della paziente.
56) Sterilizzazione e modifica dei caratteri sessuali primari sono interventi differenti che non si accompagnano necessariamente: una persona può modificare i propri genitali e perciò restare fertile; un’altra può procedere alla propria sterilizzazione, pur senza intervenire chirurgicamente sull’estetica dei suoi genitali. Certamente, nella maggior parte dei casi, l’operazione di modifica chirurgica dei genitali comporta, contestualmente, la sterilizzazione del soggetto operato, nel senso che questo perde la propria capacità procreativa. La nostra legge non richiede tale requisito, così come specificato di recente dalla Cassazione nella citata sentenza del 2015; tuttavia, alcuni giudici l’hanno interpretata diversamente. Sarà opportuno, perciò, precisarlo in modo esplicito, anche alla luce di quanto di recente statuito dalla Corte EDU (Cfr. CEDU sez. V nel caso A.P., Garçon e Nicot c. Francia (ric. 79885/12, 52471/13 e 52596/13) del 6 aprile 2017: per la CEDU, condizionare il riconoscimento dell’identità sessuale di una persona trans e, quindi, la rettifica del sesso sui documenti ad un’operazione di cambio del sesso o alla sterilizzazione, cui l’interessato non desidera sottoporsi, equivale a subordinare il pieno esercizio del diritto al rispetto della privacy alla rinuncia di quello all’integrità fisica. È invece lecito sottoporre l’interessato a visita medica per accertare la disforia di genere e la sua reale identità di genere. La Corte si era già pronunciata, in questo senso con la pronuncia del 10 marzo 2015 (caso XY contro Turchia, ricorso n. 14793/08). Sul punto, A. Cordiano (2015), La Corte di Strasburgo (ancora) alle prese con la transizione sessuale. Osservazioni in merito all’affaire Y.Y. c. Turchia, in La nuova giurisprudenza civile commentata, IX, pp. 502-519. S. Patti (2015), Mutamento di sesso e « costringimento al bisturi »: il Tribunale di Roma e il contesto europeo, in Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, II, p. 39.
57) Sulla discriminazione e sui suoi riflessi sulla psicologia, quindi sulla salute del discriminato, cfr. A. Amodeo, P. Valerio, Gender-based violence, Homophobia and transphobia, Franco Angeli, Milano, 2014, in particolare, 136 e ss.; A. Amodeo, C. Scandura, Stigma atni-gender: una potente barriera all’accesso di risorse, in S. Oliviero, L. Sicca, P. Valerio (a cura di), Trasformare le pratiche delle organizzazioni di lavoro e di pensiero, Editoriale Scientifica, Napoli, 2015; P. Valerio, M. Striano, S. Oliverio, Nessuno escluso. Formazione, inclusione sociale e cittadinanza attiva, Liguori, Napoli, 2013. L’Engendered Penalties, uno dei pochi studi condotti sulla discriminazione nei confronti delle persone trans stima che soltanto il 21% delle persone transessuali intervistate abbia un lavoro a tempo pieno. Questi dati sono indirettamente confermati anche dalla prima indagine sul lavoro delle persone LGBT in Italia (2011 Arcigay) che sottolinea la gravità delle ingiustizie subite dalle persone transessuali.
58) Discriminazioni che si rinvengono soprattutto nel campo del lavoro. Per questi aspetti, A. Lorenzetti, Diritti in transito. La condizione giuridica delle persone transessuali, Franco Angeli, Milano, 2013, pp. 139 e ss.; molto forte e pericoloso per la persona, poi, il disagio che la persona transessuale si trova a dover vivere negli ambienti di studio, come a scuola o in università: in questo senso, un importante passo avanti è stato fatto dagli Atenei di Napoli, Torino, Bologna e Padova che hanno deliberato la possibilità del doppio libretto per gli studenti transgender.
59) Rispetto al tema delle discriminazioni si è dimostrato particolarmente sensibile il Parlamento australiano che recentemente (2013) ha modificato il Sex Discrimination Act del 1984 per garantire nuove tutele contro le discriminazioni di genere.
60) In questi termini, la Risoluzione approvata in data 4 febbraio 2014 sulla tabella di marcia dell’U.E. contro l’omofobia e la discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere. In sostanza, il/la transgender che non si ritenga affett* da una patologia è costrett*, dall’ordinamento, in una posizione alquanto dfficile. Il legislatore italiano potrebbe guardare con interesse a quei Paesi nei quali, recentemente, sono state approvate norme che permettono di accedere ai trattamenti sanitari di riattribuzione senza la necessità di stabilire la presenza della disforia. A tal proposito, è utile ricordare che la Francia nel febbraio 2010, primo Paese al mondo, ha eliminato il transessualismo dall’elenco delle malattie psichiatriche.
61) Sulla questione della depatologicizzazione, R. Vitelli, P. Fazzari, P. Valerio, Le varianti di genere e la loro iscrizione nell’orizzonte del sapere medico-scientifico: la varianza di genere è un disturbo mentale? Ma cos’è, poi, un disturbo mentale?, in F. Corbisiero (a cura di), Comunità omosessuali, Franco Angeli, Milano, 2014; P. Valerio, P. Fazzari, Alcune note sul “fenomeno transessuale” oggi: un disturbo da depatologizzare, in L. Chieffi (a cura di), Bioetica pratica e cause di esclusione sociale. Mimesis, Milano, 2012. Il contributo trae spunto dalla discussione sollevata dalla American Psychiatric Association (APA) sulla patologizzazione e la de-patologizzazione del “fenomeno transessuale” in vista dell’uscita della quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5). L’articolo ricostruisce, ed analizza criticamente, le principali posizioni teoriche emerse all’interno di tale dibattito al quale hanno preso parte anche molti rappresentati di associazioni di persone transessuali e transgender tra cui il WPATH, la World Professional Association for Transgender Health. Nell’articolo vengono ricostruite, inoltre, alcune fondamentali tappe del pensiero scientifico sul tema della “psico-sessualità”: in particolare vengono approfonditi i riferimenti teorici sottostanti ai concetti di “sesso”/“genere”, “identità di genere”, “ruolo di genere” e “orientamento sessuale”, di grande utilità non solo per comprendere il “fenomeno transessuale” ma per gettare una nuova luce sulle identità soggettive e le “neo-sessualità” presenti nel nostro tempo.
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