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Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario

Rivista: Rivista Italiana di Medicina Legale (e del Diritto in campo sanitario)
Anno: 2019
Fascicolo: n. 1
Editore: Giuffrè Francis Lefebvre
ISSN: 1124-3376
Autori: Nesso Federico
Titolo: Il compenso dei consulenti del P.M. nell’accertamento della responsabilità penale dei sanitari
Pagine: pp. 43-72

Il saggio esplora la tematica dei compensi dovuti ai consulenti nominati dal pubblico ministero (o ai periti nominati dai giudici), spesso trascurata ed avvertita quasi con insofferenza dai magistrati, eppure assai rilevante dal punto di vista pratico in quanto intrisa di non lievi problematiche interpretative riguardo alle norme di riferimento. La relativa disamina, condotta alla luce delle principali pronunce della giurisprudenza di legittimità, trascorre dalle questioni connesse alla tempestività dell’istanza di liquidazione e all’individuazione delle spese rimborsabili ai criteri stabiliti dal legislatore per determinare gli onorari, senza trascurare le particolari ipotesi in cui i compensi sono passibili di riduzioni (per deposito tardivo dell’elaborato peritale) o di aumenti (per gli incarichi brevi, l’urgenza, le prestazioni eccezionali e gli incarichi collegiali). Sullo sfondo, resta l’attenzione alle tipologie di accertamenti rilevanti sul piano medico-legale, testualmente previste dal D.M. 30 maggio 2002 nonché alle consulenze in materia di responsabilità sanitaria.

Il compenso dei consulenti del P.M. nell’accertamento della responsabilità penale dei sanitari


1) Sulle dimensioni “del contenzioso giudiziario avverso i medici” e sul fenomeno della cd. medicina difensiva, v. per tutti P.F. Poli, Il d.d.l. Gelli-Bianco, in Diritto Penale Contemporaneo, 2/2017, p. 67s., al quale si rimanda anche per la ben nota distinzione tra medicina difensiva attiva e passiva.
2) L. De Cataldo Neuburger, La prova scientifica nel processo penale, 2007, p. 509. Quanto alla necessità di disporre un accertamento peritale, la Corte di cassazione ha avuto modo di chiarire che l’apprezzamento dei relativi presupposti è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice: « L’obbligo di disporre la perizia per acquisire al processo accertamenti indispensabili ai fini della decisione sussiste solo quando una soluzione esatta del problema proposto in giudizio non possa altrimenti essere conseguita se non ricorrendo all’ausilio di persona fornita di particolari cognizioni in determinate scienze o arti. Qualora, invece, il giudice debba utilizzare correnti conoscenze di carattere tecnico ovvero risolvere non difficili quesiti, affrontabili anche mediante il ricorso alle proprie cognizioni, non sussiste alcun dovere di dar corso all’esperimento peritale (fattispecie in tema di tempi di avvistamento di un ostacolo da parte di automobilista e di conseguenti spazi di frenata dell’autoveicolo) (Conf. mass. n. 163303; Conf. mass. n. 154162) » (Cass. 3 maggio 1988, n. 8671, Grange, rv. 179027).
3) Annovera testualmente il consulente tecnico d’ufficio tra gli ausiliari del magistrato il T.U. Spese di Giustizia (d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115), art. 1, lett. n), secondo cui: « “ausiliario del magistrato” è il perito, il consulente tecnico, l’interprete, il traduttore e qualunque altro soggetto competente, in una determinata arte o professione o comunque idoneo al compimento di atti, che il magistrato o il funzionario addetto all’ufficio può nominare a norma di legge ». Analogamente, anche il codice di procedura civile (v. Capo III, Titolo I, Libro I, artt. 61 s.) inquadra il consulente tra gli ausiliari del giudice. È appena il caso evidenziare che la qualifica del consulente d’ufficio come ausiliario del magistrato non presenta, ai fini della tematica della liquidazione del compenso, aspetti problematici di rilievo. Di contro, sul piano della valenza probatoria in giudizio della perizia disposta d’ufficio, opportunamente si rileva che essa non riveste “per principio una posizione privilegiata quanto a autorevolezza e attendibilità”, dovendosi misurare “dialetticamente” con l’apporto probatorio delle parti processuali: l’operato del perito, in definitiva, dev’essere “oggetto di valutazione al pari di quello degli esperti (consulenti tecnici) nominati dalle parti” O. Dominioni, Il diritto delle prove, 2015, p. 302. Deve, però, precisarsi che l’onere motivazionale per il giudice è sensibilmente diverso: ove, infatti, “ritenga di aderire alle conclusioni del perito d’ufficio, in difformità da quelle del consulente di parte, non può essere gravato dell’obbligo di fornire autonoma dimostrazione dell’esattezza scientifica delle prime e dell’erroneità delle seconde, dovendosi al contrario considerare sufficiente che egli dimostri di avere comunque valutato le conclusioni del perito di ufficio, senza ignorare le argomentazioni del consulente; conseguentemente, può ravvisarsi vizio di motivazione, denunciabile in cassazione ai sensi dell’art. 606, comma primo, lettera e), cod. proc. pen., solo qualora risulti che queste ultime siano tali da dimostrare in modo assolutamente lampante ed inconfutabile la fallacia delle conclusioni peritali recepite dal giudice”, Cass. 13 febbraio 2017, n. 18975, Cadore, rv. 269909. Al contrario, « ...il giudice di merito che intenda discostarsi dalle conclusioni del perito d’ufficio è tenuto ad un più penetrante onere motivazionale, illustrando accuratamente le ragioni della scelta operata, in rapporto alle prospettazioni che ha ritenuto di disattendere, attraverso un percorso logico congruo, che evidenzi la correttezza metodologica del suo approccio al sapere tecnico- scientifico, a partire dalla preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni scientifiche disponibili ai fini della spiegazione del fatto » (Cass. 15 dicembre 2015, n. 9831, rv. 267567).
4) La perizia disposta dal giudice è senz’altro acquisita al fascicolo del dibattimento ed è utilizzabile per la decisione, mentre le consulenze disposte dal P.M. e dalle altre parti richiedono, a tal fine, il preliminare esame dibattimentale del consulente (art. 511, co. 3, c.p.p.), a meno che non vi sia consenso delle parti all’acquisizione immediata.
5) Essendo equivalenti, i termini perito e consulente verranno impiegati, nell’economia del presente lavoro, in maniera indifferenziata, come sinonimi. Peraltro, non è superfluo osservare che l’espressione perito indica una qualità della figura professionale di riferimento – il suo essere esperto in una data materia scientifica – mentre il termine consulente ne richiama la funzione, il ruolo – quello di fornire al magistrato un consulto, cioè un parere qualificato.
6) Si pensi, ad esempio, alla ricostruzione dell’esatta dinamica di un sinistro stradale e del comportamento assunto dai conducenti dei veicoli coinvolti, onde stabilire le rispettive responsabilità, ovvero al computo del tasso di interessi concretamente applicato al fine di stabilire l’eventuale carattere usurario di un prestito.
7) Nella pratica può risultare non agevole per il P.M. (e, per il magistrato, in genere) individuare quale branca medica specialistica sia interessata dal caso di presunta colpa medica posto alla sua attenzione. Tale problematica può essere risolta mediante un preliminare confronto informale con il medico-legale, che, attraverso una breve illustrazione del caso da parte del magistrato stesso o una sommaria lettura della documentazione medica disponibile (di regola, la cartella clinica), può senz’altro dare delle indicazioni preziose riguardo allo specialista o agli specialisti che sarebbe necessario o, quantomeno, opportuno affiancargli nell’accertamento richiesto. Anche la possibile difficoltà – specie se si è pressati dall’urgenza di liberare una salma ancora a disposizione dell’A.G., così da consentire, al più presto, ai familiari superstiti lo svolgimento dei funerali – di far confluire contestualmente nel proprio ufficio, per il conferimento dell’incarico, tanto il medico-legale quanto lo specialista o gli specialisti da nominare, può essere ovviato convocando soltanto il primo, onerandolo di indicare, in sede di nomina, le generalità esatte anche degli specialisti, con onere per questi ultimi di far pervenire, in un secondo momento (anche via mail) la loro dichiarazione, debitamente sottoscritta, di formale accettazione dell’incarico e di non trovarsi in nessuna delle situazione di incapacità e incompatibilità previste dalla legge (art. 222 c.p.p.).
8) « Il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa secondo le modalità indicate nei successivi articoli » (art. 327 c.p.p.).
9) In base all’art. 172, T.U. Spese di giustizia (d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115): « I magistrati e i funzionari amministrativi sono responsabili delle liquidazioni e dei pagamenti da loro ordinati e sono tenuti al risarcimento del danno subito dall’erario a causa degli errori e delle irregolarità delle loro disposizioni, secondo la disciplina generale in tema di responsabilità amministrativa ». Sulla natura e sui limiti dei poteri ispettivi in ordine ai profili contabili, v. A. Nocera, Controlli amministrativo-contabili e limiti del sindacato ispettivo, 7 giugno 2017, in www.magistraturaindipendente.it. Sulla responsabilità disciplinare, si veda il Massimario delle decisioni della Sezione disciplinare del CSM, in www.csm.it.
10) A. De Nicolo, La giurisprudenza di legittimità sul D.P.R. 115/2002: problemi vecchi e nuovi, 2007.
11) Per le nomine dei consulenti da effettuarsi nel corso delle indagini preliminari, non ci sono altre norme. Neppure è prevista alcuna sanzione processuale per l’ipotesi di violazione del summenzionato art. 73 disp. att. c.p.p. né risultano molto più pregnanti le norme previste per la successiva fase processuale (si vedano gli art. 225, co. 1 e 3, 222, 233, co. 1, c.p.p.). Per quanto concerne la nomina dei periti del giudice, si rimanda alle disposizioni di cui agli artt. 221, co. 1 e 2, c.p.p., 67, co. 2 e 3, disp. att. c.p.p., nonché, per ciò che attiene la nomina di ausiliari del perito, all’art. 228, co. 2, c.p.p.). Infine, come si è già detto nel testo, l’art. 15, co. 1, della legge Gelli-Bianco, in tema di accertamenti della colpa medica, impone la nomina collegiale.
12) Cass., II sez. civ., 4 marzo 2015, n. 4373, rv. 634664.
13) Art. 2964 c.c.: « Quando un diritto deve esercitarsi entro un dato termine [2962, 2963] sotto pena di decadenza, non si applicano le norme relative all’interruzione [2943] della prescrizione. Del pari non si applicano le norme che si riferiscono alla sospensione [2941, 2942], salvo che sia disposto altrimenti » [117, 123, 244, 489, 1171, 1287, 1402, 1503, 2264].
14) Cass., II sez. civ., 4 marzo 2015, n. 4373, rv. 634664.
15) Cf. sentenza disciplinare n. 29/2017 in www.csm.it: « Non integra l’illecito disciplinare nell’esercizio delle funzioni per il grave, reiterato ed ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all’esercizio delle proprie funzioni la condotta del giudice addetto al settore penale incolpato di aver ritardato il deposito dei provvedimenti di liquidazione, qualora sia accertato che le relative istanze sono state evase dal magistrato nei termini fisiologici legati all’esito dei relativi procedimenti ».
16) Si ricordi che, a norma dell’art. 168, co. 1, T.U. Spese di giustizia, il provvedimento di liquidazione assume la forma del decreto motivato: « La liquidazione delle spettanze agli ausiliari del magistrato... è effettuata con decreto di pagamento, motivato, del magistrato che procede ».
17) Si rammenti che, a norma dell’art. 170 T.U. Spese di giustizia, « Avverso il decreto di pagamento emesso a favore dell’ausiliario del magistrato, del custode e delle imprese private cui è affidato l’incarico di demolizione e riduzione in pristino, il beneficiario e le parti processuali, compreso il pubblico ministero, possono proporre opposizione ». Ovviamente, il ricorso in opposizione può essere esperito sia nel caso in cui sia stata liquidata una minor somma rispetto a quella richiesta sia ed a fortiori nel caso in cui l’istanza sia stata totalmente rigettata dal magistrato.
18) Sentenza disciplinare n. 137/2016, riportata in www.csm.it – Massimario delle decisioni della Sezione disciplinare del CSM, 2016. In senso analogo, anche Cass., II sez. civ., 31 marzo 2006, n. 7632, rv. 588177, per la quale « nel caso in cui tutto l’elaborato debba ritenersi fuori d’opera rispetto al quesito, al consulente non spetta alcun compenso ».
19) In questo senso, Cass., II sez. civ., 7 febbraio 2011, n. 3024, rv. 616771: « In base alla disciplina recata dall’art. 56 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ai fini del rimborso delle spese sostenute dal consulente tecnico d’ufficio per l’espletamento dell’incarico – diversamente da quelle di viaggio, cui si riferisce l’art. 55 del medesimo d.P.R. – è necessario che questi alleghi una nota specifica relativa a dette spese e ne fornisca documentazione ».
20) Cass., II sez. civ., ordinanza 18 settembre 2015, n. 18331, rv. 636792.
21) Essendo previsto il rimborso del biglietto, giustamente si esclude che possa aver luogo il rimborso “per il pagamento di soprattasse corrisposte in vettura per mancanza di biglietto o cambio classe”. In tal senso, si veda la pregevole sintesi, denominata Informazioni generali per gli ausiliari del magistrato (periti, consulenti tecnici) – artt. 49 - 57 D.P.R. 30/05/2002, n. 115, operata dalla Procura presso il Tribunale di Venezia, pubblicata in www.procuravenezia.it.
22) Difficile dire se, in caso di mancata allegazione dei biglietti di viaggio, il magistrato possa legittimamente rigettare sul punto la richiesta di liquidazione. Il tenore strettamente letterale del dato normativo parrebbe propendere per la soluzione negativa. E pur tuttavia, tenuto conto che il principio generale vuole che il consulente documenti le spese sostenute (art. 56, co. 1, T.U. Spese di giustizia) e che le spese di viaggio, anche con mezzi ordinari, non sono di immediata ed ovvia quantificazione giacché, come si è osservato nel testo, si tratti di costi non più legati, come nel passato, a tariffari fissi, ma a continue variabili a seconda delle diverse offerte praticate dai gestori del servizio ferroviario o aereo, la mancata produzione di adeguata documentazione può, ad avvisare di chi scrive, legittimare il magistrato a rigettare la richiesta di liquidazione, giacché le spese dedotte, pur certe nell’an, siccome insite nell’incarico, non sono state adeguatamente comprovate nel quantum.
23) Così la Procura presso il Tribunale di Venezia nella sintesi citata alla nota 20.
24) Così stabilisce l’art. 8, l. 26 luglio 1978, n. 417, in sede di aggiornamento del disposto di cui all’art. 15, co. 1, l. 18 dicembre 1973, n. 836. Si ricordi che tale ultima legge, che reca disposizioni in tema di Trattamento economico di missione e di trasferimento dei dipendenti statali, è applicabile ai consulenti e, in generale, agli ausiliari del magistrato in forza del rinvio operato dall’art. 55, co. 1, T.U. Spese di giustizia, in base al quale: « Per l’indennità di viaggio e di soggiorno, si applica il trattamento previsto per i dipendenti statali ». La limitazione del rimborso al quinto del costo della benzina, è stato da ultimo ribadito dall’art. 5, co. 1, d.p.r. 16 gennaio 1978, n. 513. Per la determinazione del costo della benzina da assumere come riferimento, la Circolare del Ministero del Tesoro n. 75 del 3.12.1991 rimanda al prezzo applicato dalla Compagnia Agip. Nell’esperienza di chi scrive, i consulenti sono soliti indicare valori oscillanti tra 0,30 e 0,50 euro/litro. Il valore corretto dovrebbe essere compreso tra i 0,30 e 0,35 euro/litro, tenuto conto che il costo medio calcolato si attesta intorno all’1,60 euro/litro (cf. it.globalpetrolprices.com/Italy/gasoline_prices; dati fino a luglio 2018).
25) Per l’applicabilità della l. 18 dicembre 1973, n. 836 agli ausiliari del magistrato, v. supra nota 23.
26) Così la Procura presso il Tribunale di Venezia nella sintesi citata alla nota 20. In senso conforme, l’analoga sintesi pubblicata dal Tribunale di Palermo, in www.tribunale.palermo.giustizia.it.
27) In tal senso, cf. la sintesi della Procura presso il Tribunale di Venezia di cui alla nota 20 e l’analoga sintesi pubblicata dal Tribunale di Palermo, citata alla nota 25. È il caso evidenziare, come già rilevato nel testo, che, invero, stando al tenore strettamente letterale dell’art. 55, co. 3, T.U. Spese di giustizia, il rimborso delle spese di viaggio con mezzi aerei o con mezzi straordinari (tra cui l’auto personale), a parte la necessità della previa autorizzazione del magistrato, non sembrerebbe distinguersi dal rimborso per le spese di viaggio con mezzi pubblici ordinari (come il treno) sul piano della documentazione, che sembrerebbe in entrambi i casi non doverosa. Ma come si è già osservato alla nota 21, la mancata allegazione di prova documentale indispensabile per l’esatta quantificazione delle spese di viaggio di cui si chiede il rimborso, legittima – con l’unica eccezione del costo della benzina – il rigetto della relativa istanza.
28) L’art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia detta l’elenco delle spettanze: « Agli ausiliari del magistrato spettano l’onorario, l’indennità di viaggio e di soggiorno, le spese di viaggio e il rimborso delle spese sostenute per l’adempimento dell’incarico ». Si ricordi che la trasferta indica la modifica del luogo dove il lavoratore è tenuto a prestare servizio. Tale modifica, tuttavia, deve avere carattere temporaneo, per come affermato da Cass., sez. lavoro, 14 gennaio 2003, n. 438, in Mass. Giur. Lav., 2004, 6, p. 47, con ciò distinguendosi la trasferta dal trasferimento, che, invece, postula un mutamento definitivo (su tale distinzione, v. Cass., sez. lavoro, 1° settembre 2014, n. 18479, rv. 632370). L’indennità di trasferta, anche detta, in alcuni contratti collettivi di lavoro, diaria, serve a “risarcire” il lavoratore dal disagio che consegue al mutamento del luogo di lavoro. Tale indennità può essere prevista in aggiunta o in alternativa al rimborso delle spese di viaggio. Si osserva che l’elencazione delle spettanze, ai sensi del suddetto art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia, è da ritenersi “tassativa” così V. Esposito, Ausiliari del magistrato: sulla liquidazione degli onorari (e delle spese), in www.altalex.com, 22 dicembre 2014, ma, in realtà, essa appare più semplicemente esaustiva di ogni possibile voce liquidabile, viepiù se si considera, come si vedrà meglio più avanti nel testo, le possibili misure “premiali” (per l’urgenza o per la difficoltà del compito affidato) ovvero “sanzionatorie” (per il ritardo nell’espletamento dell’incarico) trovano la loro realizzazione attraverso aumenti o riduzioni dell’onorario.
29) Così il Consiglio Nazionale Ingegneri, tramite la Commissione “Ingegneria Forense” coordinata dal Consigliere Andrea Gianasso, nel volumetto Considerazioni sulla normativa vigente in tema di onorari, indennità e spese dei periti e dei C.T.U. in ambito civile e penale, in www.tuttoingegnere.it, novembre 2015. Secondo questa tesi, però, si avrebbe una sorta di ultrattività (per i consulenti d’ufficio) della norma abrogata, ciò che non sembra condivisibile, apparendo, invece, ben più corretto riconoscere che, a seguito della novità introdotta con la legge finanziaria del 2006, l’indennità di trasferimento risulta priva di fondamento normativo e, perciò, non può essere riconosciuta neppure ai consulenti e agli altri ausiliari del magistrato.
30) Si tratta, in particolare, del D.P.C.M. 16.3.1990 e del D.P.C.M. 15.2.1995, in base ai quali la spesa massima ammessa a rimborso è pari, per quanto riguarda l’alloggio, al prezzo di una camera singola in alberghi a 4 stelle, e, per quanto riguarda il vitto, a £ 100.000 (elevato a £ 118.300 dal decreto del 1995, pari ad € 61,10) per due pasti giornalieri, ovvero alla metà (€ 30,55) per un solo pasto. A norma dell’art. 2 del decreto del 1990, « Le spese di vitto e di alloggio devono essere documentate mediante fattura o ricevuta fiscale ».
31) Invero, l’art. 228, co. 2, c.p.p. riguarda solo i periti nominati dal giudice e non anche i consulenti del P.M., ma a questi deve ritenersi applicabile per analogia, essendo identica la ratio (arg. Cass. 13 novembre 2007, n. 2001, rv. 238846). D’altronde, appare quantomeno opportuno – per non privare di effettivo senso pratico la nomina fiduciaria effettuata dal pubblico ministero – che anche i consulenti si attengano al principio sancito da Cass. 23 giugno 2000, n. 10058, Fumarola e altro, CED Cassazione, 2000, in tema di ausiliari del perito: « Al perito nominato di ufficio è consentito affidare adempimenti materiali e analisi di laboratorio a terzi di sua fiducia, a condizione che ciò non si risolva in una sorta di incarico completamente affidato ai terzi stessi ovvero in una “delega” ad espletare la perizia e sempre che egli controlli, sottoponga a vaglio critico e faccia proprio i risultati degli esami e delle attività eseguiti altrove » (massima). Si ricordi che all’ausiliario possono, tra l’altro, certamente demandarsi, in linea con il suddetto principio, analisi di laboratorio (Cass. 23 giugno 2005, n. 32925, Petriccione, rv. 232109) e operazioni di anamnesi (Cass. 10 dicembre 2013, n. 11096, rv. 258888). La proposta interpretazione estensiva della norma dettata dall’art. 228, co. 2, c.p.p., tale da comprendere anche i consulenti nominati dalla Procura, trova preciso riscontro nel disposto dell’art. 56, co. 4, T.U. Spese di giustizia, che, in tema di ausiliari del magistrato in generale (quindi, tanto per i periti nominati dal giudice quanto per i consulenti del P.M.), prevede che, quando sono richieste “prestazioni di carattere intellettuale o tecnico” aventi “propria autonomia rispetto all’incarico affidato”, il magistrato, anziché autorizzare la nomina di un ausiliario del consulente, “conferisce incarico autonomo”.
32) Cass., VI sez. civ., ordinanza 11 maggio 2012, n. 10978, CED Cassazione 2012. Si rammenti che, per le attività citate nel testo, tipicamente demandate agli ausiliari dei periti (assistenza tecnica in sede di autopsia, esami diagnostici di laboratorio), trovano applicazione gli artt. 20 e 25, D.M. 30 maggio 2002, mentre, se si tratta di accertamenti medico-legali su persona vivente, si ricade nell’ambito applicativo dell’art. 21, D.M. cit.
33) In questi termini condivisibilmente, La liquidazione dei compensi dei CTU. Corso di formazione per CTU – Ordine degli Ingegneri di Pistoia, 23 maggio 2012, Ing. Luca Vienni, in www.ordineingegneri.pistoia.it: « Nel caso si tratti di una prestazione specialistica per cui non esiste un riferimento nelle tabelle giudiziarie (Esempio: rilevazioni fonometriche) il compenso del Collaboratore viene compensato come spesa allegandone la fattura ». Per il ricorso all’analogia (su cui si dirà più ampiamente nel prosieguo del presente lavoro), cf. ex pluribus, Cass., I sez. civ., 25 marzo 2015, n. 6019, Cass. II sez. civ., ordinanza 16 novembre 2017, n. 27257, rv. 646077.
34) È il caso osservare che, qualora una determinata spesa sia stata previamente autorizzata dal magistrato, ben difficilmente potrà essere successivamente relegata, in sede di liquidazione, tra le spese “non necessarie”, così escludendola dal rimborso.
35) Si rimanda alla nota 27 per l’elenco delle spettanze degli ausiliari del magistrato, per come previsto dall’art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia. Le successive disposizioni (artt. 49-54) formano il complesso di norme fondamentali che il T.U. Spese di giustizia detta in ordine all’onorario dei consulenti e degli ausiliari del magistrato in genere. Le tabelle cui tali norme si riferiscono sono quelle di cui al Decreto Ministeriale 30 maggio 2002 – Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell’autorità giudiziaria in materia civile e penale.
36) Si ricordi che il compenso dovuto ai liberi professionisti, ossia ai prestatori d’opera intellettuale (avvocati, commercialisti, notai, ragionieri, medici, ingegneri, artisti, insegnanti privati), è definito appunto come onorario, spesso stabilito da apposite tariffe professionali (si veda A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 2004, p. 815-817). Per la disciplina delle professioni intellettuali, v. codice civile, artt. 2229-2238).
37) Cass., II sez. civ., 11 giugno 2008, n. 15535, rv. 604079: « In tema di liquidazione dei compensi e delle spese ai consulenti tecnici d’ufficio, gli articoli 49 e 56 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, che ha abrogato l’art. 7 della l. 8 luglio 1980, n. 319, hanno mantenuto la distinzione tra le spese sostenute dal consulente tecnico per l’adempimento dell’incarico, il cui rimborso è subordinato alla loro documentazione e necessità, ed è rimesso, quanto alla determinazione, al libero mercato, e le spese per le attività strumentali, svolte dai prestatori d’opera di cui il consulente sia stato autorizzato ad avvalersi, in ordine alle quali trovano applicazione le medesime tabelle con cui deve essere determinata la misura degli onorari dei consulenti tecnici, anche in virtù della natura di “munus publicum” che caratterizza l’incarico assegnato al consulente, del quale l’ausiliario non può ignorare l’esistenza e che, inevitabilmente, si riflette anche sul rapporto tra l’ausiliario e il consulente ».
38) Per una sintesi dei riferimenti normativi del processo di liberalizzazione delle tariffe professionali, innescato dall’art. 9, d.l. 4 luglio 2006, n. 223 (cd. decreto Bersani), conv. con modif. l. 4 agosto 2006, n. 248, sfociato poi nell’abolizione dei minimi tariffari e nell’introduzione di parametri ministeriali per la determinazione dei compensi, si veda P. Mammarella, Tariffe professionali, CNI: ‘la UE ribadisce che sono legittime. La normativa spagnola sui compensi dei procuratori rispetta i parametri europei. Ingegneri: ‘princìpi generali applicabili a tutte le professioni, in www.edilportale.com, 11 ottobre 2017, al quale si rimanda anche per le tensioni ad un ritorno alla vecchia logica delle tariffe fissate per legge.
39) Cass., II sez. civ., 6 agosto 1990, n. 7905, in Mass. Giur. It., 1990, di cui si riporta la massima: « È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle norme contenute nel d.P.R. 14 novembre 1983 n. 820 e nella legge 8 luglio 1980 n. 319, sotto il profilo della mancanza di uniformità dei criteri adottati per la liquidazione dei compensi per le prestazioni del consulente tecnico di ufficio, della inadeguatezza dei compensi stessi, del loro divario con i compensi previsti per analoghe prestazioni dalle tariffe professionali, in quanto l’espletamento dell’incarico peritale costituisce munus publicum non assimilabile all’esercizio della libera professione, onde il diverso criterio di liquidazione trova giustificazione nella diversa natura dei possibili incarichi, mentre la eventuale inadeguatezza dei compensi trova rimedio con il ricorso al loro raddoppio, espressamente previsto ». È il caso ricordare che, in una recente pronuncia (II sez. civ., ord. 9 febbraio 2018, n. 14292, in studiolegale.leggiditalia.it), il S.C. ha escluso che ai consulenti d’ufficio si applichi « il principio costituzionale (art. 36 Cost.), che attribuisce a qualsiasi lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità della prestazione effettivamente svolta e comunque “dignitosa” ». Per il resto, esula ovviamente dai limiti del presente lavoro ogni approfondito commento sulla effettiva corrispondenza di tali auliche affermazioni con la realtà pratica, dove, al contrario, pare piuttosto assistersi al dilagare di un cospicuo sottobosco di lavoro professionale sottopagato, finanziato con denaro pubblico, assimilabile, in un’ultima istanza, ad uno dei tanti canali di assistenzialismo statale che, nelle logiche attuali, vede lo Stato come il più importante (se non unico) datore di lavoro, direttamente o indirettamente.
40) V. Esposito, Ausiliari del magistrato: sulla liquidazione degli onorari (e delle spese), in www.altalex.com, 22 dicembre 2014: « ...v’è da osservare che le menzionate tabelle ministeriali..., secondo la prevalente opinione, non sono da ritenersi a tutt’oggi redatte atteso che le determinazioni contenute nel D.M. Giustizia del 30.5.2002 n.182 paiono rappresentare il mero adeguamento disposto ex art. 10, L. n. 319/1980 alle tabelle previgenti elaborate ex art. 2 stessa legge la cui attuale operatività si fonda sui meccanismi di rinvio previsti dagli artt. 275 e 296, 1° co., TUSG. Di fatto, quindi, il regime delle spettanze degli ausiliari si parametra al dpr n. 352 del 27 luglio 1988 per gli onorari fissi e variabili e al “sopravvissuto” art. 4, L. n. 319/1980 per gli onorari a tempo con gli adeguamenti di cui al D.M. n. 182/2002 ».
41) S. Pollastrini, Consulenza tecnica: l’onorario è fisso o variabile?, in www.periti.info, 17 giugno 2015.
42) Qualora, invece, il consulente abbia richiesto un termine per il deposito della relazione nella quale esprimere il proprio giudizio, tanto l’art. 20 quanto l’art. 26 prevedono onorari variabili tra un minimo ed un massimo. Da notare che i valori previsti da questi articoli, specie nella parte relativa agli onorari fissi, sono davvero molto bassi o, persino, irrisori. Molto diffusa nella pratica, secondo l’esperienza di chi scrive, è la visita esterna di cadavere, allorché si tratta di confermare un’ipotesi di apparente suicidio rispetto alla quale sembri ultronea l’autopsia. In realtà, quando il P.M. valuta che è sufficiente l’esame esterno, dovrebbe pretendere la relativa esecuzione da parte del personale del 118 in sede di constatazione sul posto del decesso, senza procedere alla nomina di un consulente (sebbene la relativa spesa sia davvero irrisoria, essendo pari ad € 19,11, allorché il giudizio venga immediatamente espresso a verbale). Lì dove, invece, appaia necessario un più approfondito accertamento medico-legale delle cause della morte (per es. in caso di decesso conseguente a sinistro stradale), allora dovrà procedersi con autopsia, la quale assorbe e rende superfluo il mero esame esterno, a meno che l’esigenza di procedere all’autopsia non sia emersa dallo stesso esame esterno, ad es. perché è stata rilevata una lesione non immediatamente compatibile con l’ipotesi suicidaria. In un caso, si dovette procedere ad esame autoptico perché l’ipotesi iniziale di decesso conseguente alla caduta dalla bicicletta di un soggetto rinvenuto cadavere lungo una pubblica via fu smentita dalla constatazione di un foro nel cranio compatibile con un colpo d’arma da fuoco.
43) Cass., II sez. civ., 19 dicembre 2014, rv. 633933: « In tema di compensi spettanti a periti e consulenti tecnici a norma degli artt. 50 e segg. del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, la determinazione dei relativi onorari costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice del merito, e pertanto, se contenuta tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede motivazione specifica e non è soggetta al sindacato di legittimità, se non quando l’interessato deduca la violazione di una disposizione normativa oppure un vizio logico di motivazione, specificando le ragioni tecnico giuridiche secondo le quali debba ritenersi non dovuto un certo compenso oppure eccessiva la liquidazione ». È appena il caso osservare che, sebbene la massima appena riportata sia riferita al “giudice del merito”, il principio in essa contenuto vale senz’altro anche per il pubblico mistero allorché procede alla determinazione del compenso dei propri consulenti. Ed, invero, come si evince tanto dal T.U. Spese di giustizia (artt. 49s.) quanto dal D.M. 30 maggio 2002, le disposizioni concernenti la liquidazione degli onorari (e delle spettanze in generale) dei consulenti e dei periti riguardano, senza alcuna distinzione, quelli che operano in qualità di “ausiliari del magistrato” (art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia) o “su disposizione dell’autorità giudiziaria”, lì dove, evidentemente, tali nozioni di “magistrato” o di “autorità giudiziaria” comprendono sia il giudice sia il pubblico ministero. A tale riguardo, nelle Indicazioni in materia di liquidazione compensi a consulenti tecnici e periti, Novembre 2012, pubblicate dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, in www.cndcec.it, correttamente si osserva: « In tema di compensi a periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per operazioni eseguite a richiesta dell’autorità giudiziaria, Il Testo Unico, istituendo una equiparazione fra tali categorie di ausiliari del giudice, non consente alcun collegamento fra determinati criteri di liquidazione del compenso ed appartenenza dell’ausiliario all’una o all’altra categoria, né, in particolare, di distinguere fra consulente tecnico e perito per ragioni diverse dalla prestazione della rispettiva attività nel processo civile o penale, per l’uno come per l’altro dovendo, invece, il compenso essere determinato in misura, fissa o variabile, correlata alle previsioni delle tabelle professionali – sia per le attività in queste indicate, sia per altre analoghe – ovvero col sistema della commisurazione al tempo (cosiddetta vacazione) nei residui casi di inapplicabilità delle dette tabelle. In merito al compenso spettante al consulente tecnico del P.M., si deve mettere in evidenza come sia stata avanzata l’ipotesi secondo cui potrebbero tornare applicabili le tariffe professionali [oggi, si direbbe, a seguito dell’abrogazione delle tariffe professionali, i compensi liberamente stabiliti dalle parti ovvero, in difetto di accordo, i parametri professionali applicabili dall’organo giurisdizionale chiamato a liquidare il compenso del professionista) anziché le disposizioni del T.U. Spese di giustizia, non essendo queste richiamate dalla normativa contenuta nel nuovo codice di procedura penale. Trattandosi di legge speciale che deroga alla generale, la sua applicazione non può essere effettuata per analogia. Secondo tale tesi, per la verità del tutto minoritaria, la figura del Pubblico Ministero delineata dal nuovo c.p.p. risulta essere del tutto differente da quella preesistente, fatto questo che impedisce l’applicazione della legge speciale e che consentirebbe un implicito rinvio alle tariffe professionali. Tale tesi seppur vantaggiosa per una migliore liquidazione dei compensi non potrebbe tuttavia trovare accoglimento, di fronte alla previsione dell’art. 73, disp. att. c.p.p. che stabilisce espressamente: “per la liquidazione del compenso al consulente tecnico si osservano le disposizioni previste per il perito”. La stessa relazione al progetto preliminare del c.p.p., a proposito dell’art. 359 c.p.p., ha precisato che “il tema della liquidazione dovrà essere disciplinato nelle disposizioni di attuazione e di coordinamento anche con un richiamo alle norme sulla perizia” ». In ordine all’abrogazione delle tariffe professionali, si rinvia a quanto già detto sopra alla nota 37.
44) Per le consulenze tecniche in ambito civile deve aversi riguardo “al valore della controversia” (art. 1, D.M. 30 maggio 2002), che si determina in base alla “domanda” ai sensi degli artt. 10 s. c.p.c. Qualora la causa risulta di valore (non semplicemente indeterminato, ma) indeterminabile, si applica il criterio residuale delle vacazioni, come stabilito dallo stesso art. 1, D.M. 30 maggio 2002. In ordine alla nozione di causa di valore indeterminabile, la pacifica giurisprudenza di legittimità afferma che: « Ai fini della liquidazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, una causa va definita di valore “indeterminabile” soltanto quando essa abbia ad oggetto beni non suscettibili di valutazione economica, poiché l’indeterminabilità va intesa in senso obiettivo, quale conseguenza di una intrinseca inidoneità della pretesa ad essere tradotta in termini pecuniari al tempo della proposizione della domanda, da accertarsi in base agli elementi precostituiti e disponibili fin dall’introduzione del giudizio. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la sentenza che aveva liquidato con il criterio delle vacazioni, applicabile nel caso di causa di valore indeterminabile, il compenso ad un consulente nominato per la determinazione dell’importo dovuto ad un imprenditore quale corrispettivo dell’appalto di opere) » (Cass., II sez. civ., ord. 21 dicembre 2017, n. 30732, rv. 646658).
45) In ordine all’onorario dovuto per le perizie in tema di usura bancaria, deve trovare applicazione, a parere di chi scrive, il sistema a scaglioni ex art. 2, D.M. 30 maggio 2002, atteso che gli accertamenti richiesti, relativi all’eventuale sussistenza di tassi usurari, rientrano senz’altro nella nozione di perizia o consulenza tecnica “in materia... contabile” espressamente contemplata da tale norma, consistendo, infatti, nella ricostruzione di due “diverse entità numericamente computabili” (da una parte, i tassi d’interesse praticati dalla banca al cliente, dall’altra i tassi-soglia previsti in relazione ai singoli periodi) e nella messa confronto degli stessi (arg. Cass., II sez. civ., 3 agosto 1999, n. 8384, rv. 529179).
46) Cass., II sez. civ., 27 ottobre 2005, n. 20874, rv. 584143: « In tema di determinazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, la regola generale posta dall’art. 1 delle tabelle annesse al d.P.R. 27 luglio 1988, n. 352, secondo cui per la determinazione degli onorari a percentuale “si ha riguardo al valore della controversia”, non trova applicazione nei casi previsti dalle disposizioni, contenute nelle stesse tabelle, le quali, per le indagini svolte in alcuni particolari settori, prescrivono criteri di calcolo diversi. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui al consulente sia stata chiesta la valutazione di un intero patrimonio, includente opere di scultura, pittura e simili, la liquidazione del suo onorario non può fare riferimento al valore della causa, ma deve giovarsi, per i reperti artistici, dell’art. 9 delle predette disposizioni, che prevede limiti di minimo e di massimo, e, per le indagini in materia di estimo, del successivo art. 13, che impone di calcolare l’onorario a percentuale per scaglioni in base all’importo stimato ».
47) In tal senso, Cass., I sez. civ., 14 maggio 1997, n. 4243, CED Cassazione 1997, che, pronunciandosi in ordine alla liquidazione di un onorario per consulenza in materia di estimo, ha affermato l’invalicabilità del limite superiore dello scaglione massimo anche quanto la stima dei beni risulti eccedente rispetto a tale limite, precisando, inoltre, che « Detta limitazione di valore non contrasta col disposto dell’art. 2233 cod. civ. – secondo cui la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione –, posto che l’art. 2 legge n. 319 del 1980 [oggi, art. 50, co. 2, T.U. Spese di giustizia, ndr] impone di contemperare la misura degli onorari con la natura pubblicitaria dell’incarico, né è configurabile una carenza di remunerazione per la parte di opera professionale correlata al valore eccedente il limite massimo, potendosi, ove ne ricorrano le condizioni, applicare l’art. 5 legge n. 319 del 1980 [oggi, art. 52, co. 1, T.U. Spese di giustizia, ndr] – che consente un incremento del compenso risultante dal calcolo tabellare ogni volta che l’incarico si presenti caratterizzato da particolare importanza, complessità o difficoltà – previsione che consente di tenere conto di quelle ipotesi in cui la rilevante dimensione economica dell’incarico sia effettivamente sintomo rivelatore di una oggettiva peculiarità di esso, come tale riflettentesi sull’impegno professionale richiesto » (cf. in senso analogo, Cass., II sez. civ., 31 marzo 2006, n. 7632). Per la citazione di una tesi, sostenuta in alcune pronunce di merito (Trib. Milano 11 maggio 2000, dep. 17 maggio 2000; App. Roma 3 giugno 1988), secondo cui sarebbe autonomamente liquidabile anche l’eccedenza rispetto al limite dello scaglione massimo, v. G. Brescia, Manuale del perito e del consulente tecnico nel processo civile e penale, Maggioli editore, in books.google.it, p. 603, riportata anche nelle Indicazioni in materia di liquidazione compensi a consulenti tecnici e periti, Novembre 2012, pubblicate dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, in www.cndcec.it.
48) V. nota 42.
49) Ex pluribus Cass., I sez. civ., 25 marzo 2015, n. 6019, rv. 634847: « Nella determinazione degli onorari spettanti ai consulenti va applicato il criterio delle vacazioni, anziché quello a percentuale, non solo quando manca una specifica previsione della tariffa, ma altresì quando, in relazione alla natura dell’incarico ed al tipo di accertamento richiesti dal giudice, non sia logicamente giustificata e possibile un’estensione analogica delle ipotesi tipiche di liquidazione secondo il criterio della percentuale. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio esposto, ha confermato la decisione con cui il giudice di merito ha escluso l’applicazione degli artt. 3 e 4 del D.M. 30 maggio 2002 per la liquidazione del compenso ad un consulente tecnico d’ufficio, incaricato di accertare, previa classificazione dei bilanci sociali e nell’ambito di un’azione di responsabilità proposta ex art. 146 legge fall., il momento in cui la società avrebbe perduto il capitale sociale e i danni arrecati dalle nuove operazioni compiute dopo lo scioglimento) ». Addirittura, la l. 8 luglio 1980, n. 319, recante disposizioni in tema di Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell’autorità giudiziaria, poi abrogata ex art. 299, T.U. Spese di giustizia, eccetto l’art. 4, prevedeva espressamente che “Gli onorari fissi e quelli variabili si applicano anche per le prestazioni analoghe a quelle espressamente previste nelle tabelle” (art. 3). Per l’indicazione di altre pronunce del S.C. in tema di ricorso all’analogia v. supra nota 33.
50) Cass., II sez. civ., ord. 16 novembre 2017, n. 27257, rv. 646077.
51) Cass., II sez. civ., 9 luglio 1994, n. 6500, rv. 487348: « Il criterio di determinazione dell’onorario in base alle vacazioni di cui all’art. 4 legge n. 319 del 1980... può trovare applicazione solo in via sussidiaria e residuale limitatamente ai casi in cui manchi una previsione delle tariffe e non sia logicamente giustificata e possibile un’estensione analogica delle ipotesi tipiche di liquidazione in base al criterio delle percentuali » (corsivo dell’Autore). In senso conforme, ex multis Cass., II sez. civ., 3 agosto 2001, n. 10745, rv. 548787; Cass., VI sez. civ., ord. 2 febbraio 2015, n. 1869, rv. 634342.
52) Il divieto del cumulo di criteri eterogenei si può inferire agevolmente sia, come osservato nel testo, dal carattere residuale del criterio delle vacazioni, sia dal tenore letterale dell’art. 1, D.M. 30 maggio 2002, allorché prevede il ricorso ad esso soltanto ove non sia possibile applicare gli altri criteri. Alla non cumulabilità si riferisce, quantomeno implicitamente, anche la massima espressa da Cass., I sez. civ., 23 agosto 1991, n. 9053, rv. 473620: « Tra le spese rimborsabili al consulente tecnico d’ufficio, nel caso in cui si sia proceduto alla determinazione degli onorari in misura fissa, non possono essere comprese né le vacazioni concernenti le convocazioni per le operazioni peritali, comportando tale forma di determinazione del compenso la liquidazione di una somma comprensiva di tutte le attività preordinate all’espletamento dell’incarico, né la spesa sostenuta per la scritturazione di prospetti contabili da parte di un amanuense, non essendo tale spesa prevista dall’art. 7 della legge 8 luglio 1980 n. 319 ».
53) Richiama esplicitamente il carattere residuale e meramente sussidiario del criterio delle vacazioni (come tale, per l’appunto, non cumulabile con altri criteri), Cass., VI sez. civ., ord. 17 gennaio 2011, n. 878, rv. 616330: « In tema di onorari dovuti al consulente tecnico d’ufficio, l’incarico avente ad oggetto l’indagine di carattere psicologico in vista della decisione sull’affidamento dei figli nell’ambito di un procedimento di separazione personale tra i coniugi deve farsi rientrare, per analogia, nell’ipotesi contemplata dall’art. 24 del D.M. 30 maggio 2002 per la consulenza in materia psichiatrica, essendo possibile, data la prossimità delle situazioni, l’inquadrabilità dell’indagine nella voce specificamente indicata in tariffa, con esclusione, quindi, del criterio di determinazione dell’onorario in base alle vacazioni di cui all’art. 4 della legge 8 luglio 1980, n. 319, che può trovare applicazione solo in via sussidiaria e residuale, ove manchi una previsione delle tariffe e non sia logicamente giustificata e possibile un’estensione della ipotesi tipiche di liquidazione in base al criterio degli onorari fissi o variabili ». Invero, la sussidiarietà e la non cumulabilità del criterio delle vacazioni con altri criteri trova un supporto testuale chiaro nel disposto (si ricordi, tuttora in vigore) dell’art. 4, co. 1, l. 319/1980 cit.: « Per le prestazioni non previste nelle tabelle e per le quali non sia applicabile l’articolo precedente [in ordine all’applicazione analogica degli onorari fissi e variabili, ndr].gli onorari sono commisurati al tempo impiegato e vengono determinati in base alle vacazioni ».
54) L’art. 50, co. 3, T.U. Spese di giustizia detta i principi base di riferimento per la determinazione della misura degli onorari a tempo: « Le tabelle relative agli onorari a tempo individuano il compenso orario, eventualmente distinguendo tra la prima e le ore successive, la percentuale di aumento per l’urgenza, il numero massimo di ore giornaliere e l’eventuale superamento di tale limite per attività alla presenza dell’autorità giudiziaria ».
55) L’art. 299 T.U. Spese di giustizia prevede espressamente l’abrogazione, tra l’altro, della legge 8 luglio 1980, n. 319, “eccetto l’articolo 4”.
56) Cass. civ., II sez., 20 febbraio 2012, n. 2410, rv. 621580: « ...il calcolo del numero delle vacazioni va operato “con rigoroso riferimento al numero delle ore che siano state strettamente necessarie per l’espletamento dell’incarico, indipendentemente dal termine assegnato per il deposito della relazione”. Questa disposizione impone al magistrato di calcolare il numero delle vacazioni con riferimento al tempo che si presume il consulente abbia effettivamente impiegato per svolgere l’incarico affidatogli (Cass. n. 2055 del 1989). La valutazione del magistrato deve pertanto fare riferimento unicamente al prevedibile impegno temporale occorso al consulente per assolvere l’incarico. Il termine fissato per il suo svolgimento non può, per l’effetto, costituire un parametro certo per tale valutazione, ma ne costituisce, per espresso dettato normativo, una variabile indipendente ».
57) L’art. 51, co. 1, T.U. Spese di giustizia: « Nel determinare gli onorari variabili il magistrato deve tener conto delle difficoltà, della completezza e del pregio della prestazione fornita ». È il caso osservare che il riferimento letterale agli onorari variabili dev’essere inteso in senso estensivo, tale da comprendere anche gli onorari a tempo, che non sono altro se non, per l’appunto, una particolare species di onorari variabili. Del resto, se si considera quanto previsto dall’art. 4, co. 7, l. 319/1980 cit. – secondo cui, come già ricordato sopra (cf. nota 55 anche per le relative indicazioni giurisprudenziali), il calcolo del numero complessivo di vacazioni da liquidare dev’essere effettuato “con rigoroso riferimento al numero delle ore che siano state strettamente necessarie per l’espletamento dell’incarico, indipendentemente dal termine assegnato per il deposito della relazione” – risulta evidente che il magistrato ben difficilmente potrebbe effettuare la stima di tali ore facendo riferimento a parametri diversi da quelli indicati dal suddetto art. 51, co. 1, ossia dalla difficoltà, completezza e pregio della prestazione fornita dall’esperto. Si vedrà più avanti che anche altre apparenti divergenza della disciplina degli onorari a tempo rispetto alle altre tipologie di onorari, suggerite da una certa formulazione poco felice delle norme di riferimento (in particolare, art. 52, co. 2, T.U. Spese di giustizia, in tema di decurtazione del compenso in caso di deposito tardivo dell’elaborato, ed art. 51, co. 2, in tema di aumento sino al 20% in caso di urgenza), si rivelano, ad un più attento esame, del tutto insussistenti.
58) Le parole: “di un quarto” sono state così sostituite dalla l. 18 giugno 2009, n. 69.
59) Cass. civ., sez. I, 26 maggio 1994, n. 5164, in Mass. Giur. It., 1994. Cf. in senso conforme, Cass. civ., sez. I, 2 novembre 1995, n. 11403, CED Cassazione 1995. Sebbene i due arresti riguardino il dettato dell’abrogato art. 8, l. 319/1980, il principio in essi espresso conserva senz’altro valore anche con riguardo all’attuale art. 52, co. 2, T.U. Spese di giustizia, essendo le due norme formulate sul punto negli stessi termini.
60) Cass. civ., sez. VI-2, ord, 27 luglio 2016 n. 15645, CED Cassazione 2016: « È evidente come la norma [art. 52, co. 2, T.U. Spese di giustizia, ndr] intenda operare una distinzione tra onorari a tempo e altri onorari, con la conseguenza che per i primi è prevista, quale unica sanzione l’impossibilità di tenere conto del tempo successivo alla scadenza dei termini, mentre solo per gli onorati non liquidati a vacazione si applica la decurtazione del compenso (Cass. 26 giugno 2015 n. 6066) ».
61) È il caso osservare che non avrebbe pregio l’eventuale obiezioni secondo cui la proroga servirebbe comunque al consulente per evitare la prevista sanzione della non liquidabilità delle vacazioni corrispondenti al periodo successivo alla scadenza del termine, in ipotesi non tempestivamente prorogato, giacché, come già osservato sopra, dovendo il magistrato correlare la liquidazione, non semplicemente al termine concesso, ma al lavoro che si è resto effettivamente necessario per l’adempimento dell’incarico, il tempo corrispondente al periodo di proroga non può essere ex se oggetto di liquidazione per il sol fatto che sia stata accordata la dilazione del termine, essendo altresì necessario un quid pluris, ossia che il consulente abbia rappresento condivisibili ragioni obiettive per le quali sia sopravvenuta l’esigenza di un maggiore e più lungo impegno per l’espletamento della prestazione richiesta.
62) Nell’esperienza di chi scrive, ad esempio, un consulente incaricato per accertamenti su armi si doleva dell’applicazione, in sede di liquidazione, del preciso disposto di cui all’art. 18 D.M. 30 maggio 2002, in luogo del criterio delle vacazioni, che egli indicava nella relativa istanza e che gli avrebbe assicurato un compenso notevolmente più elevato. Analoga situazione potrebbe verificarsi anche in relazione alla perizia psichiatrica, per la quale il disposto dell’art. 24 D.M. cit. prevede un compenso francamente assai modesto (per un massimo di € 387,86).
63) Contrariamente a quanto espresso nella pronuncia riportata alla nota 59 (Cass. civ., sez. VI-2, ord, 27 luglio 2016 n. 15645, CED Cassazione 2016), il S.C., in un altro arresto, pressoché coevo (Cass. civ., sez. VI-2, ord. 18 settembre 2015, n. 18331, rv. 636792), ha ritenuto non affetta da “alcun profilo di illogicità” la motivazione del provvedimento del giudice di merito che, operato il contenimento del compenso a vacazione entro il limite del termine concesso, applicava a tale compenso, atteso il ritardato deposito dell’elaborato peritale, la riduzione di un terzo, “evidentemente ipotizzando – afferma la Cassazione – che parte delle operazioni fosse attribuibile a tempistica non maturata e non giustificata all’interno dell’arco di tempo consentito, anche perché materialmente svolta dopo la scadenza e comunque perché il ritardo non era stato espressamente giustificato. Mancando alcun profilo di illogicità, questa riduzione dà conto congruamente della penalizzazione che il legislatore vuole infliggere al consulente che depositi in ritardo l’elaborato ». In altro analogo passaggio dell’ordinanza in esame si legge ancora: « Quanto alla liquidazione di onorari a vacazione per attività ultimate dopo la scadenza del termine, va osservato che il giudice di merito, nell’impossibilità di sceverare quale parte dell’incarico [...] sia stata svolta prima del termine e quale dopo, ha ritenuto di ricorrere ad un criterio riduttivo mutuato dall’ultima parte dell’art. 52 (la riduzione di un terzo) che non è illogico né illegittimo ». Ovviamente, per quanto osservato nel testo, non può che apprezzarsi questa pronuncia; tuttavia, non può non essere rilevata una certa ambiguità del principio da essa espressa: affermare, infatti, che è semplicemente “legittima” la riduzione di un terzo dell’onorario a tempo in caso di ritardo ingiustificato, per giunta soltanto “ove non sia possibile l’individuazione della parte di incarico svolta tempestivamente” (cf. la massima della sentenza in esame, che di seguito di riporta), significa ancora non aver colto del tutto la piena applicabilità dell’art. 52, co. 2, ai compensi a tempo. Invero, la norma non lascia alcuna discrezionalità al magistrato: se vi è ritardo e questo è ingiustificato, l’onorario deve essere decurtato di un terzo. Non è, allora, del tutto condivisibile la massima estrapolata dall’ordinanza in parola (18331/2015, rv. 636792), lì dove afferma che: « In tema di liquidazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, in caso di perizia depositata dopo la scadenza del termine concesso dal giudice, è legittima, ove non sia possibile l’individuazione della parte di incarico svolta tempestivamente, la riduzione di un terzo dell’onorario ai sensi dell’art. 52, ultima parte, del d.P.R. n. 115 del 2002 ». Si ripete: ricorrendone le condizioni, la riduzione dell’onorario (non è semplicemente legittima, ma) doverosa. Per il resto, è appena il caso ricordare che l’ordinanza sancisce anche l’ulteriore principio – che, invero, appare del tutto ovvio – secondo cui il disposto della predetta norma, nella parte in cui prevede, in caso di ritardo, che “non si tiene conto del periodo successivo alla scadenza del termine”, non può essere letto nel senso che, qualora il consulente abbia svolto la propria attività dopo tale scadenza, non avrebbe perciò diritto ad alcun compenso. In realtà – chiarisce la S.C. – la suddetta norma impedisce bensì il « riconoscimento di vacazioni computabili oltre il numero massimo calcolabile per i giorni compresi nel termine fissato, ma non consenta di acquisire la prestazione senza remunerazione, determinandosi, diversamente, una sanzione diversa per due situazioni identiche, quali la riduzione di solo un terzo per gli onorari a tariffa variabile e la cancellazione del compenso per gli onorari a tempo di prestazioni comunque validamente effettuate dopo la scadenza, che abbiano portato non alla revoca dell’incarico ma all’acquisizione della relazione ». Tornando alla questione dell’applicabilità o meno della riduzione di un terzo agli onorari a tempo, si rinvia, per la citazione di talune contrastanti indicazioni di fonte ministeriale, a V. Esposito,Ausiliari del magistrato: sulla liquidazione degli onorari (e delle spese), in www.altalex.com, 1° dicembre 2014.
64) Si tratta, come è noto, della sospensione prevista dall’art. 1, l. 7 ottobre 1969, n. 742, il quale stabilisce che: « Il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie ed a quelle amministrative è sospeso di diritto dal 1º al 31 agosto di ciascun anno, e riprende a decorrere dalla fine del periodo di sospensione. Ove il decorso abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito alla fine di detto periodo ». Si ricordi che la sospensione originaria dal 1° agosto al 15 settembre è stata sostituita con quella attuale, dal 1° al 31 agosto, dall’art. 16, d.l. 12 settembre 2014, n. 132, conv. con modif. l. 10 novembre 2014, n. 162.
65) Cass. pen., sez. V, 6 febbraio 1973, n. 4553, R.F. De Canio, in studiolegale.leggiditalia.it.
66) Per evitare incertezze, non sarebbe inopportuno che il magistrato, in sede di conferimento dell’incarico, precisasse che il termine concesso non tiene conto dell’eventuale periodo di sospensione, che, dunque, va sommato ad esso.
67) Si ricorderà (come già segnato sopra, cf. nota 48) che l’art. 299, T.U. Spese di giustizia, nell’abrogare la l. 8 luglio 1980, n. 319, ha espressamente fatto salvo l’art. 4, che, dunque, è tuttora in vigore.
68) « L’onorario per la vacazione può essere raddoppiato quando per il compimento delle operazioni è fissato un termine non superiore a cinque giorni; può essere aumentato fino alla metà quando è fissato un termine non superiore a quindici giorni » (art. 4, co. 3, l. 319/1980).
69) Per analoga interpretazione estensiva dell’art. 51, co. 1, T.U. Spese di giustizia, v. nota 56.
70) Nell’esperienza di chi scrive, ad esempio, è capitato spesso di assegnare un termine così breve in sede di conferimento dell’incarico ad un interprete per la traduzione di un avviso conclusione indagini ex art. 415-bis c.p.p. ovvero di altro atto particolarmente breve.
71) Cass. civ., II sez., ord. 21 settembre 2017, n. 21963, rv. 645430.
72) Cass. civ., II sez., ord. 21 settembre 2017, n. 21963, rv. 645430. Nello stesso senso, Cass. civ., II sez., 18 settembre 2009, n. 20235, rv. 610341: « La possibilità di aumentare fino al doppio i compensi liquidati al consulente tecnico di ufficio, prevista dall’art. 52 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, costituisce oggetto di un potere discrezionale attribuito al giudice, che lo esercita mediante il prudente apprezzamento degli elementi a sua disposizione. L’esercizio di siffatto potere, se congruamente motivato (come nel caso di specie, ove la maggiorazione era stata adeguatamente giustificata con il richiamo alla particolare complessità dell’incarico), è insindacabile in sede di legittimità ».
73) Cass. civ., II sez., 19 marzo 2007, n. 6414, CED Cassazione 2007: « ...l’esercizio di siffatto potere discrezionale di stabilire se una controversia si presenti o meno di straordinaria importanza e possa, quindi, giustificare anche l’aumento “sino al” raddoppio dei massimi degli onorari, in quanto fondato essenzialmente su accertamenti di fatto, è insindacabile in sede di legittimità salvo che nel caso di difetto di motivazione del suo esercizio, mentre nell’eventualità del suo omesso esercizio (e, perciò, di istanza non accolta), la natura prettamente discrezionale del potere, esclude la necessità di una specifica motivazione, dovendosi ritenere implicita una valutazione negativa dell’opportunità di avvalersene, con competente sottrazione a qualsiasi titolo al sindacato di legittimità ».
74) In tal senso, Cass. civ., II sez., 19 marzo 2007, n. 6414, CED Cassazione 2007, che ha sottolineato come l’art. 52, co. 1, T.U. Spese di giustizia, utilizzando l’espressione “sino” al doppio, ammetta chiaramente « una possibilità di gradualità della valutazione in funzione dell’operazione di liquidazione dei compensi in questione ».
75) Cass. civ., II sez., ord. 21 settembre 2017, n. 21963, rv. 645430.
76) Art. 53 T.U. Spese di giustizia: (Incarichi collegiali). 1. Quando l’incarico è stato conferito ad un collegio di ausiliari il compenso globale è determinato sulla base di quello spettante al singolo, aumentato del quaranta per cento per ciascuno degli altri componenti del collegio, a meno che il magistrato dispone che ognuno degli incaricati deve svolgere personalmente e per intero l’incarico affidatogli.
77) V. infra parag. 7.
78) Cass. civ., II sez., 9 luglio 1994, n. 6500, rv. 487349. La pronuncia, dettata in riferimento all’abrogato art. 6, l. 8 luglio 1980 n. 319, conserva piena attualità attesa la perfetta sovrapponibilità dell’art. 6 alla corrispondente disposizione del T.U. Spese di giustizia (art. 53).
79) È chiaro che l’espressione accertamenti su cadavere utilizzata dal secondo comma opera una mera sintesi delle nozioni di ispezione esterna di cadavere e di autopsia cui si riferisce più analiticamente il primo comma dell’art. 20.
80) Nell’esperienza dello scrivente è capitato talvolta che il personale del 118 si mostrasse alquanto riottoso ad effettuare l’ispezione cadaverica, ma si tratta di un rifiuto illegittimo, che il P.M. dovrebbe aver cura di superare, anche evocando la fattispecie del rifiuto di atti d’ufficio ex art. 328, co. 1, c.p.
81) Cass. civ., II sez., 3 novembre 2011, n. 24992, CED Cassazione 2011: « ...è agevole... osservare che l’art. 20 ha riguardo alla perizia in materia medico legale, e quindi all’accertamento tecnico disposto nell’ambito delle indagini preliminari e del processo penale, mentre il successivo art. 21, che ha riguardo all’accertamento svolto nell’ambito dei giudizi civili, si occupa esclusivamente della “consulenza tecnica avente ad oggetto accertamenti medici, diagnostici, identificazione di agenti patogeni, riguardanti la persona” ».
82) V. parag. 1, in particolare note 4 e 5.
83) Quando si tratti di incarichi peritali aventi ad oggetto un’ipotesi di responsabilità medica, è pressoché d’obbligo l’esame istologico.
84) Si tratta dell’art. 15, co. 4, l. 8 marzo 2017, n. 24 (v. supra parag. 6).
85) Cass. civ., II sez., 3 novembre 2011, n. 24992, CED Cassazione 2011.
86) È il caso riportare per intero lo stralcio della motivazione della sentenza in parola (Cass. 24992/2011 cit.): « Condivisibile appare la premessa di diritto da cui muove la ricorrente, secondo cui, ai fini della liquidazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, il criterio delle vacazioni, di cui alla L. n. 319 del 1980, art. 4, avendo carattere residuale, può trovare applicazione soltanto nei casi in cui la prestazione oggetto dell’incarico da parte del consulente non sia già prevista, nemmeno in via analogica, con autonoma indicazione del compenso, nella Tabella allegata al decreto ministeriale di determinazione delle competenze spettanti ai consulenti tecnici d’ufficio (Cass. n. 878 del 2011; Cass. n. 17685 del 2010). Non convincente, tuttavia, appare la conclusione cui giunge il ricorso, laddove sostiene che l’oggetto della consulenza tecnica svolta nel giudizio di merito sia riconducibile alle previsioni di cui agli artt. 20 e 21 della Tabella attualmente in vigore, allegata al decreto 30 maggio 2002. In contrario è agevole infatti osservare che [... L’oggetto della consulenza tecnica di cui si discute non appare riconducitele entro tale formula, nemmeno in forza di una interpretazione estensiva o analogica. La previsione della Tabella si riferisce agli accertamenti medici aventi ad oggetto lo stato di salute della persona, mentre nel caso che ci si occupa, come risulta dallo stesso ricorso, la consulenza risulta disposta nell’ambito di un giudizio intentato dalla odierna ricorrente per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti ad un asserito erroneo intervento chirurgico di laparoscopia. L’indagine affidata al consulente tecnico pertanto, deve presumersi, non si è propriamente rivolta ad accertare lo stato attuale di salute della persona, ma ha avuto un oggetto diverso e più esteso, consistito nel verificare la correttezza, dal punto di vista della scienza medica, nelle sue varie fasi, dell’operazione chirurgica cui la paziente è stata sottoposta. Trattasi, all’evidenza, di indagine che ha una propria specificità, rappresentata dal fatto che oggetto dell’accertamento è, per l’appunto, l’attività medica e di cura erogata alla paziente e la sua rispondenza ai principi tecnico-scientifici e di diligenza che sovrintendono l’esercizio della relativa professione, sicché essa non può essere ricondotta, nemmeno in forza dell’analogia, alla consulenza medica diagnostica cui si riferisce la previsione tabellare. Ne consegue che, mancando una previsione specifica in Tabella per gli accertamenti tecnici aventi ad oggetto la responsabilità medica, deve ritenersi che correttamente il giudice a quo abbia applicato, ai fini della determinazione del compenso spettante al consulente, il criterio a tempo fondato sulle vacazioni ».
87) Quanto alle incertezze, si ricorderà la pur autorevole ma non condivisibile presa di posizione di Cass. civ., II sez., 3 novembre 2011, n. 24992, CED Cassazione 2011, secondo cui gli artt. 20 e 21 riguarderebbe rispettivamente l’ambito penale e quello civile. Sul punto, v. supra nota 81 e le considerazioni critiche, rispetto alla cennata sentenza, svolte nel parag. 7.
88) V. supra nota 85. Dal punto di vista pratico, giova segnalare, inoltre, che sovente – secondo l’esperienza dello scrivente – i consulenti intervenuti, su incarico del P.M., nel luogo ove è stato riscontrato un decesso, effettuata la visita esterna del cadavere, con redazione immediata della relazione, chiedano poi la liquidazione dell’onorario ai sensi del secondo comma dell’art. 20, ignorando il disposto del primo comma. Trattasi, tuttavia, di istanze giuridicamente infondate, per quanto comprensibilmente tese ad evitare l’avvilente cifra dei 19,11 euro prevista dal primo comma.
89) V. supra nota 85. Dal punto di vista pratico, giova segnalare, inoltre, che sovente – secondo l’esperienza dello scrivente – i consulenti intervenuti, su incarico del P.M., nel luogo ove è stato riscontrato un decesso, effettuata la visita esterna del cadavere, con redazione immediata della relazione, chiedano poi la liquidazione dell’onorario ai sensi del secondo comma dell’art. 20, ignorando il disposto del primo comma. Trattasi, tuttavia, di istanze giuridicamente infondate, per quanto comprensibilmente tese ad evitare l’avvilente cifra dei 19,11 euro prevista dal primo comma.
90) Nella pratica, è ravvisabile una certa, generale tendenza alla “fuga” dagli onorari fissi o variabili stabiliti dal D.M. 30 maggio 2002, prediligendosi il diverso criterio delle vacazioni, attesa la sua idoneità ad assicurare, spesso, compensi più sostanziosi. Si tratta, però, di una tendenza – ravvisabile nelle istanze di liquidazione, talvolta assecondata dai giudici – non sempre corretta dal punto di vista giuridico, sebbene comprensibilmente finalizzata ad evitare onorari fin troppo esigui. Nell’esperienza di chi scrive, ad esempio, è capitato di vedersi presentare, per una perizia balistica, una cospicua richiesta di liquidazione basata appunto sul criterio delle vacazioni, forse effettivamente più idoneo, nel caso di specie, a ripagare in maniera equa il pregio e la complessità del lavoro svolto dal perito, e tuttavia palesemente in contrasto con il disposto dell’art. 18 D.M. cit., ai cui ben più modesti valori è stato necessario, pertanto, ricondurre la liquidazione dell’onorario.
91) Al riguardo, si rimanda a quanto già osservato nel parag. 5, p. 17.
92) Del resto, l’equità non è estranea all’ordinamento giuridico, essendo richiamata da diverse disposizioni di legge, come l’art. 1226 c.c., in tema di determinazione equitativa del danno, ovvero l’art. 1384 c.c. a proposito di riduzione ad equità della penale, o ancora l’art. 1450 c.c. in relazione al contratto rescindibile.
93) O magari anche per altre tipologie di consulenze parimenti frequenti nella pratica, come quella informatica (per la realizzazione della cd. copia forense e dell’analisi della memoria di computer, cellulari o altri supporti informatici), o quella per la ricostruzione della dinamica dei sinistri stradali.
94) Sulla estromissione del libero mercato dalla determinazione dei compensi dei consulenti d’ufficio, v. supra parag. 4, passim e nota 39.
95) Sulle nozioni di obbligazione di mezzi e obbligazione di risultato, v. A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile¸ 2004, p. 623, e più ampiamente F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, 2013, p. 638 s.
96) Sul punto, v. supra nota 43.
1) Sulle dimensioni “del contenzioso giudiziario avverso i medici” e sul fenomeno della cd. medicina difensiva, v. per tutti P.F. Poli, Il d.d.l. Gelli-Bianco, in Diritto Penale Contemporaneo, 2/2017, p. 67s., al quale si rimanda anche per la ben nota distinzione tra medicina difensiva attiva e passiva.
2) L. De Cataldo Neuburger, La prova scientifica nel processo penale, 2007, p. 509. Quanto alla necessità di disporre un accertamento peritale, la Corte di cassazione ha avuto modo di chiarire che l’apprezzamento dei relativi presupposti è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice: « L’obbligo di disporre la perizia per acquisire al processo accertamenti indispensabili ai fini della decisione sussiste solo quando una soluzione esatta del problema proposto in giudizio non possa altrimenti essere conseguita se non ricorrendo all’ausilio di persona fornita di particolari cognizioni in determinate scienze o arti. Qualora, invece, il giudice debba utilizzare correnti conoscenze di carattere tecnico ovvero risolvere non difficili quesiti, affrontabili anche mediante il ricorso alle proprie cognizioni, non sussiste alcun dovere di dar corso all’esperimento peritale (fattispecie in tema di tempi di avvistamento di un ostacolo da parte di automobilista e di conseguenti spazi di frenata dell’autoveicolo) (Conf. mass. n. 163303; Conf. mass. n. 154162) » (Cass. 3 maggio 1988, n. 8671, Grange, rv. 179027).
3) Annovera testualmente il consulente tecnico d’ufficio tra gli ausiliari del magistrato il T.U. Spese di Giustizia (d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115), art. 1, lett. n), secondo cui: « “ausiliario del magistrato” è il perito, il consulente tecnico, l’interprete, il traduttore e qualunque altro soggetto competente, in una determinata arte o professione o comunque idoneo al compimento di atti, che il magistrato o il funzionario addetto all’ufficio può nominare a norma di legge ». Analogamente, anche il codice di procedura civile (v. Capo III, Titolo I, Libro I, artt. 61 s.) inquadra il consulente tra gli ausiliari del giudice. È appena il caso evidenziare che la qualifica del consulente d’ufficio come ausiliario del magistrato non presenta, ai fini della tematica della liquidazione del compenso, aspetti problematici di rilievo. Di contro, sul piano della valenza probatoria in giudizio della perizia disposta d’ufficio, opportunamente si rileva che essa non riveste “per principio una posizione privilegiata quanto a autorevolezza e attendibilità”, dovendosi misurare “dialetticamente” con l’apporto probatorio delle parti processuali: l’operato del perito, in definitiva, dev’essere “oggetto di valutazione al pari di quello degli esperti (consulenti tecnici) nominati dalle parti” O. Dominioni, Il diritto delle prove, 2015, p. 302. Deve, però, precisarsi che l’onere motivazionale per il giudice è sensibilmente diverso: ove, infatti, “ritenga di aderire alle conclusioni del perito d’ufficio, in difformità da quelle del consulente di parte, non può essere gravato dell’obbligo di fornire autonoma dimostrazione dell’esattezza scientifica delle prime e dell’erroneità delle seconde, dovendosi al contrario considerare sufficiente che egli dimostri di avere comunque valutato le conclusioni del perito di ufficio, senza ignorare le argomentazioni del consulente; conseguentemente, può ravvisarsi vizio di motivazione, denunciabile in cassazione ai sensi dell’art. 606, comma primo, lettera e), cod. proc. pen., solo qualora risulti che queste ultime siano tali da dimostrare in modo assolutamente lampante ed inconfutabile la fallacia delle conclusioni peritali recepite dal giudice”, Cass. 13 febbraio 2017, n. 18975, Cadore, rv. 269909. Al contrario, « ...il giudice di merito che intenda discostarsi dalle conclusioni del perito d’ufficio è tenuto ad un più penetrante onere motivazionale, illustrando accuratamente le ragioni della scelta operata, in rapporto alle prospettazioni che ha ritenuto di disattendere, attraverso un percorso logico congruo, che evidenzi la correttezza metodologica del suo approccio al sapere tecnico- scientifico, a partire dalla preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni scientifiche disponibili ai fini della spiegazione del fatto » (Cass. 15 dicembre 2015, n. 9831, rv. 267567).
4) La perizia disposta dal giudice è senz’altro acquisita al fascicolo del dibattimento ed è utilizzabile per la decisione, mentre le consulenze disposte dal P.M. e dalle altre parti richiedono, a tal fine, il preliminare esame dibattimentale del consulente (art. 511, co. 3, c.p.p.), a meno che non vi sia consenso delle parti all’acquisizione immediata.
5) Essendo equivalenti, i termini perito e consulente verranno impiegati, nell’economia del presente lavoro, in maniera indifferenziata, come sinonimi. Peraltro, non è superfluo osservare che l’espressione perito indica una qualità della figura professionale di riferimento – il suo essere esperto in una data materia scientifica – mentre il termine consulente ne richiama la funzione, il ruolo – quello di fornire al magistrato un consulto, cioè un parere qualificato.
6) Si pensi, ad esempio, alla ricostruzione dell’esatta dinamica di un sinistro stradale e del comportamento assunto dai conducenti dei veicoli coinvolti, onde stabilire le rispettive responsabilità, ovvero al computo del tasso di interessi concretamente applicato al fine di stabilire l’eventuale carattere usurario di un prestito.
7) Nella pratica può risultare non agevole per il P.M. (e, per il magistrato, in genere) individuare quale branca medica specialistica sia interessata dal caso di presunta colpa medica posto alla sua attenzione. Tale problematica può essere risolta mediante un preliminare confronto informale con il medico-legale, che, attraverso una breve illustrazione del caso da parte del magistrato stesso o una sommaria lettura della documentazione medica disponibile (di regola, la cartella clinica), può senz’altro dare delle indicazioni preziose riguardo allo specialista o agli specialisti che sarebbe necessario o, quantomeno, opportuno affiancargli nell’accertamento richiesto. Anche la possibile difficoltà – specie se si è pressati dall’urgenza di liberare una salma ancora a disposizione dell’A.G., così da consentire, al più presto, ai familiari superstiti lo svolgimento dei funerali – di far confluire contestualmente nel proprio ufficio, per il conferimento dell’incarico, tanto il medico-legale quanto lo specialista o gli specialisti da nominare, può essere ovviato convocando soltanto il primo, onerandolo di indicare, in sede di nomina, le generalità esatte anche degli specialisti, con onere per questi ultimi di far pervenire, in un secondo momento (anche via mail) la loro dichiarazione, debitamente sottoscritta, di formale accettazione dell’incarico e di non trovarsi in nessuna delle situazione di incapacità e incompatibilità previste dalla legge (art. 222 c.p.p.).
8) « Il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa secondo le modalità indicate nei successivi articoli » (art. 327 c.p.p.).
9) In base all’art. 172, T.U. Spese di giustizia (d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115): « I magistrati e i funzionari amministrativi sono responsabili delle liquidazioni e dei pagamenti da loro ordinati e sono tenuti al risarcimento del danno subito dall’erario a causa degli errori e delle irregolarità delle loro disposizioni, secondo la disciplina generale in tema di responsabilità amministrativa ». Sulla natura e sui limiti dei poteri ispettivi in ordine ai profili contabili, v. A. Nocera, Controlli amministrativo-contabili e limiti del sindacato ispettivo, 7 giugno 2017, in www.magistraturaindipendente.it. Sulla responsabilità disciplinare, si veda il Massimario delle decisioni della Sezione disciplinare del CSM, in www.csm.it.
10) A. De Nicolo, La giurisprudenza di legittimità sul D.P.R. 115/2002: problemi vecchi e nuovi, 2007.
11) Per le nomine dei consulenti da effettuarsi nel corso delle indagini preliminari, non ci sono altre norme. Neppure è prevista alcuna sanzione processuale per l’ipotesi di violazione del summenzionato art. 73 disp. att. c.p.p. né risultano molto più pregnanti le norme previste per la successiva fase processuale (si vedano gli art. 225, co. 1 e 3, 222, 233, co. 1, c.p.p.). Per quanto concerne la nomina dei periti del giudice, si rimanda alle disposizioni di cui agli artt. 221, co. 1 e 2, c.p.p., 67, co. 2 e 3, disp. att. c.p.p., nonché, per ciò che attiene la nomina di ausiliari del perito, all’art. 228, co. 2, c.p.p.). Infine, come si è già detto nel testo, l’art. 15, co. 1, della legge Gelli-Bianco, in tema di accertamenti della colpa medica, impone la nomina collegiale.
12) Cass., II sez. civ., 4 marzo 2015, n. 4373, rv. 634664.
13) Art. 2964 c.c.: « Quando un diritto deve esercitarsi entro un dato termine [2962, 2963] sotto pena di decadenza, non si applicano le norme relative all’interruzione [2943] della prescrizione. Del pari non si applicano le norme che si riferiscono alla sospensione [2941, 2942], salvo che sia disposto altrimenti » [117, 123, 244, 489, 1171, 1287, 1402, 1503, 2264].
14) Cass., II sez. civ., 4 marzo 2015, n. 4373, rv. 634664.
15) Cf. sentenza disciplinare n. 29/2017 in www.csm.it: « Non integra l’illecito disciplinare nell’esercizio delle funzioni per il grave, reiterato ed ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all’esercizio delle proprie funzioni la condotta del giudice addetto al settore penale incolpato di aver ritardato il deposito dei provvedimenti di liquidazione, qualora sia accertato che le relative istanze sono state evase dal magistrato nei termini fisiologici legati all’esito dei relativi procedimenti ».
16) Si ricordi che, a norma dell’art. 168, co. 1, T.U. Spese di giustizia, il provvedimento di liquidazione assume la forma del decreto motivato: « La liquidazione delle spettanze agli ausiliari del magistrato... è effettuata con decreto di pagamento, motivato, del magistrato che procede ».
17) Si rammenti che, a norma dell’art. 170 T.U. Spese di giustizia, « Avverso il decreto di pagamento emesso a favore dell’ausiliario del magistrato, del custode e delle imprese private cui è affidato l’incarico di demolizione e riduzione in pristino, il beneficiario e le parti processuali, compreso il pubblico ministero, possono proporre opposizione ». Ovviamente, il ricorso in opposizione può essere esperito sia nel caso in cui sia stata liquidata una minor somma rispetto a quella richiesta sia ed a fortiori nel caso in cui l’istanza sia stata totalmente rigettata dal magistrato.
18) Sentenza disciplinare n. 137/2016, riportata in www.csm.it – Massimario delle decisioni della Sezione disciplinare del CSM, 2016. In senso analogo, anche Cass., II sez. civ., 31 marzo 2006, n. 7632, rv. 588177, per la quale « nel caso in cui tutto l’elaborato debba ritenersi fuori d’opera rispetto al quesito, al consulente non spetta alcun compenso ».
19) In questo senso, Cass., II sez. civ., 7 febbraio 2011, n. 3024, rv. 616771: « In base alla disciplina recata dall’art. 56 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ai fini del rimborso delle spese sostenute dal consulente tecnico d’ufficio per l’espletamento dell’incarico – diversamente da quelle di viaggio, cui si riferisce l’art. 55 del medesimo d.P.R. – è necessario che questi alleghi una nota specifica relativa a dette spese e ne fornisca documentazione ».
20) Cass., II sez. civ., ordinanza 18 settembre 2015, n. 18331, rv. 636792.
21) Essendo previsto il rimborso del biglietto, giustamente si esclude che possa aver luogo il rimborso “per il pagamento di soprattasse corrisposte in vettura per mancanza di biglietto o cambio classe”. In tal senso, si veda la pregevole sintesi, denominata Informazioni generali per gli ausiliari del magistrato (periti, consulenti tecnici) – artt. 49 - 57 D.P.R. 30/05/2002, n. 115, operata dalla Procura presso il Tribunale di Venezia, pubblicata in www.procuravenezia.it.
22) Difficile dire se, in caso di mancata allegazione dei biglietti di viaggio, il magistrato possa legittimamente rigettare sul punto la richiesta di liquidazione. Il tenore strettamente letterale del dato normativo parrebbe propendere per la soluzione negativa. E pur tuttavia, tenuto conto che il principio generale vuole che il consulente documenti le spese sostenute (art. 56, co. 1, T.U. Spese di giustizia) e che le spese di viaggio, anche con mezzi ordinari, non sono di immediata ed ovvia quantificazione giacché, come si è osservato nel testo, si tratti di costi non più legati, come nel passato, a tariffari fissi, ma a continue variabili a seconda delle diverse offerte praticate dai gestori del servizio ferroviario o aereo, la mancata produzione di adeguata documentazione può, ad avvisare di chi scrive, legittimare il magistrato a rigettare la richiesta di liquidazione, giacché le spese dedotte, pur certe nell’an, siccome insite nell’incarico, non sono state adeguatamente comprovate nel quantum.
23) Così la Procura presso il Tribunale di Venezia nella sintesi citata alla nota 20.
24) Così stabilisce l’art. 8, l. 26 luglio 1978, n. 417, in sede di aggiornamento del disposto di cui all’art. 15, co. 1, l. 18 dicembre 1973, n. 836. Si ricordi che tale ultima legge, che reca disposizioni in tema di Trattamento economico di missione e di trasferimento dei dipendenti statali, è applicabile ai consulenti e, in generale, agli ausiliari del magistrato in forza del rinvio operato dall’art. 55, co. 1, T.U. Spese di giustizia, in base al quale: « Per l’indennità di viaggio e di soggiorno, si applica il trattamento previsto per i dipendenti statali ». La limitazione del rimborso al quinto del costo della benzina, è stato da ultimo ribadito dall’art. 5, co. 1, d.p.r. 16 gennaio 1978, n. 513. Per la determinazione del costo della benzina da assumere come riferimento, la Circolare del Ministero del Tesoro n. 75 del 3.12.1991 rimanda al prezzo applicato dalla Compagnia Agip. Nell’esperienza di chi scrive, i consulenti sono soliti indicare valori oscillanti tra 0,30 e 0,50 euro/litro. Il valore corretto dovrebbe essere compreso tra i 0,30 e 0,35 euro/litro, tenuto conto che il costo medio calcolato si attesta intorno all’1,60 euro/litro (cf. it.globalpetrolprices.com/Italy/gasoline_prices; dati fino a luglio 2018).
25) Per l’applicabilità della l. 18 dicembre 1973, n. 836 agli ausiliari del magistrato, v. supra nota 23.
26) Così la Procura presso il Tribunale di Venezia nella sintesi citata alla nota 20. In senso conforme, l’analoga sintesi pubblicata dal Tribunale di Palermo, in www.tribunale.palermo.giustizia.it.
27) In tal senso, cf. la sintesi della Procura presso il Tribunale di Venezia di cui alla nota 20 e l’analoga sintesi pubblicata dal Tribunale di Palermo, citata alla nota 25. È il caso evidenziare, come già rilevato nel testo, che, invero, stando al tenore strettamente letterale dell’art. 55, co. 3, T.U. Spese di giustizia, il rimborso delle spese di viaggio con mezzi aerei o con mezzi straordinari (tra cui l’auto personale), a parte la necessità della previa autorizzazione del magistrato, non sembrerebbe distinguersi dal rimborso per le spese di viaggio con mezzi pubblici ordinari (come il treno) sul piano della documentazione, che sembrerebbe in entrambi i casi non doverosa. Ma come si è già osservato alla nota 21, la mancata allegazione di prova documentale indispensabile per l’esatta quantificazione delle spese di viaggio di cui si chiede il rimborso, legittima – con l’unica eccezione del costo della benzina – il rigetto della relativa istanza.
28) L’art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia detta l’elenco delle spettanze: « Agli ausiliari del magistrato spettano l’onorario, l’indennità di viaggio e di soggiorno, le spese di viaggio e il rimborso delle spese sostenute per l’adempimento dell’incarico ». Si ricordi che la trasferta indica la modifica del luogo dove il lavoratore è tenuto a prestare servizio. Tale modifica, tuttavia, deve avere carattere temporaneo, per come affermato da Cass., sez. lavoro, 14 gennaio 2003, n. 438, in Mass. Giur. Lav., 2004, 6, p. 47, con ciò distinguendosi la trasferta dal trasferimento, che, invece, postula un mutamento definitivo (su tale distinzione, v. Cass., sez. lavoro, 1° settembre 2014, n. 18479, rv. 632370). L’indennità di trasferta, anche detta, in alcuni contratti collettivi di lavoro, diaria, serve a “risarcire” il lavoratore dal disagio che consegue al mutamento del luogo di lavoro. Tale indennità può essere prevista in aggiunta o in alternativa al rimborso delle spese di viaggio. Si osserva che l’elencazione delle spettanze, ai sensi del suddetto art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia, è da ritenersi “tassativa” così V. Esposito, Ausiliari del magistrato: sulla liquidazione degli onorari (e delle spese), in www.altalex.com, 22 dicembre 2014, ma, in realtà, essa appare più semplicemente esaustiva di ogni possibile voce liquidabile, viepiù se si considera, come si vedrà meglio più avanti nel testo, le possibili misure “premiali” (per l’urgenza o per la difficoltà del compito affidato) ovvero “sanzionatorie” (per il ritardo nell’espletamento dell’incarico) trovano la loro realizzazione attraverso aumenti o riduzioni dell’onorario.
29) Così il Consiglio Nazionale Ingegneri, tramite la Commissione “Ingegneria Forense” coordinata dal Consigliere Andrea Gianasso, nel volumetto Considerazioni sulla normativa vigente in tema di onorari, indennità e spese dei periti e dei C.T.U. in ambito civile e penale, in www.tuttoingegnere.it, novembre 2015. Secondo questa tesi, però, si avrebbe una sorta di ultrattività (per i consulenti d’ufficio) della norma abrogata, ciò che non sembra condivisibile, apparendo, invece, ben più corretto riconoscere che, a seguito della novità introdotta con la legge finanziaria del 2006, l’indennità di trasferimento risulta priva di fondamento normativo e, perciò, non può essere riconosciuta neppure ai consulenti e agli altri ausiliari del magistrato.
30) Si tratta, in particolare, del D.P.C.M. 16.3.1990 e del D.P.C.M. 15.2.1995, in base ai quali la spesa massima ammessa a rimborso è pari, per quanto riguarda l’alloggio, al prezzo di una camera singola in alberghi a 4 stelle, e, per quanto riguarda il vitto, a £ 100.000 (elevato a £ 118.300 dal decreto del 1995, pari ad € 61,10) per due pasti giornalieri, ovvero alla metà (€ 30,55) per un solo pasto. A norma dell’art. 2 del decreto del 1990, « Le spese di vitto e di alloggio devono essere documentate mediante fattura o ricevuta fiscale ».
31) Invero, l’art. 228, co. 2, c.p.p. riguarda solo i periti nominati dal giudice e non anche i consulenti del P.M., ma a questi deve ritenersi applicabile per analogia, essendo identica la ratio (arg. Cass. 13 novembre 2007, n. 2001, rv. 238846). D’altronde, appare quantomeno opportuno – per non privare di effettivo senso pratico la nomina fiduciaria effettuata dal pubblico ministero – che anche i consulenti si attengano al principio sancito da Cass. 23 giugno 2000, n. 10058, Fumarola e altro, CED Cassazione, 2000, in tema di ausiliari del perito: « Al perito nominato di ufficio è consentito affidare adempimenti materiali e analisi di laboratorio a terzi di sua fiducia, a condizione che ciò non si risolva in una sorta di incarico completamente affidato ai terzi stessi ovvero in una “delega” ad espletare la perizia e sempre che egli controlli, sottoponga a vaglio critico e faccia proprio i risultati degli esami e delle attività eseguiti altrove » (massima). Si ricordi che all’ausiliario possono, tra l’altro, certamente demandarsi, in linea con il suddetto principio, analisi di laboratorio (Cass. 23 giugno 2005, n. 32925, Petriccione, rv. 232109) e operazioni di anamnesi (Cass. 10 dicembre 2013, n. 11096, rv. 258888). La proposta interpretazione estensiva della norma dettata dall’art. 228, co. 2, c.p.p., tale da comprendere anche i consulenti nominati dalla Procura, trova preciso riscontro nel disposto dell’art. 56, co. 4, T.U. Spese di giustizia, che, in tema di ausiliari del magistrato in generale (quindi, tanto per i periti nominati dal giudice quanto per i consulenti del P.M.), prevede che, quando sono richieste “prestazioni di carattere intellettuale o tecnico” aventi “propria autonomia rispetto all’incarico affidato”, il magistrato, anziché autorizzare la nomina di un ausiliario del consulente, “conferisce incarico autonomo”.
32) Cass., VI sez. civ., ordinanza 11 maggio 2012, n. 10978, CED Cassazione 2012. Si rammenti che, per le attività citate nel testo, tipicamente demandate agli ausiliari dei periti (assistenza tecnica in sede di autopsia, esami diagnostici di laboratorio), trovano applicazione gli artt. 20 e 25, D.M. 30 maggio 2002, mentre, se si tratta di accertamenti medico-legali su persona vivente, si ricade nell’ambito applicativo dell’art. 21, D.M. cit.
33) In questi termini condivisibilmente, La liquidazione dei compensi dei CTU. Corso di formazione per CTU – Ordine degli Ingegneri di Pistoia, 23 maggio 2012, Ing. Luca Vienni, in www.ordineingegneri.pistoia.it: « Nel caso si tratti di una prestazione specialistica per cui non esiste un riferimento nelle tabelle giudiziarie (Esempio: rilevazioni fonometriche) il compenso del Collaboratore viene compensato come spesa allegandone la fattura ». Per il ricorso all’analogia (su cui si dirà più ampiamente nel prosieguo del presente lavoro), cf. ex pluribus, Cass., I sez. civ., 25 marzo 2015, n. 6019, Cass. II sez. civ., ordinanza 16 novembre 2017, n. 27257, rv. 646077.
34) È il caso osservare che, qualora una determinata spesa sia stata previamente autorizzata dal magistrato, ben difficilmente potrà essere successivamente relegata, in sede di liquidazione, tra le spese “non necessarie”, così escludendola dal rimborso.
35) Si rimanda alla nota 27 per l’elenco delle spettanze degli ausiliari del magistrato, per come previsto dall’art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia. Le successive disposizioni (artt. 49-54) formano il complesso di norme fondamentali che il T.U. Spese di giustizia detta in ordine all’onorario dei consulenti e degli ausiliari del magistrato in genere. Le tabelle cui tali norme si riferiscono sono quelle di cui al Decreto Ministeriale 30 maggio 2002 – Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell’autorità giudiziaria in materia civile e penale.
36) Si ricordi che il compenso dovuto ai liberi professionisti, ossia ai prestatori d’opera intellettuale (avvocati, commercialisti, notai, ragionieri, medici, ingegneri, artisti, insegnanti privati), è definito appunto come onorario, spesso stabilito da apposite tariffe professionali (si veda A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 2004, p. 815-817). Per la disciplina delle professioni intellettuali, v. codice civile, artt. 2229-2238).
37) Cass., II sez. civ., 11 giugno 2008, n. 15535, rv. 604079: « In tema di liquidazione dei compensi e delle spese ai consulenti tecnici d’ufficio, gli articoli 49 e 56 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, che ha abrogato l’art. 7 della l. 8 luglio 1980, n. 319, hanno mantenuto la distinzione tra le spese sostenute dal consulente tecnico per l’adempimento dell’incarico, il cui rimborso è subordinato alla loro documentazione e necessità, ed è rimesso, quanto alla determinazione, al libero mercato, e le spese per le attività strumentali, svolte dai prestatori d’opera di cui il consulente sia stato autorizzato ad avvalersi, in ordine alle quali trovano applicazione le medesime tabelle con cui deve essere determinata la misura degli onorari dei consulenti tecnici, anche in virtù della natura di “munus publicum” che caratterizza l’incarico assegnato al consulente, del quale l’ausiliario non può ignorare l’esistenza e che, inevitabilmente, si riflette anche sul rapporto tra l’ausiliario e il consulente ».
38) Per una sintesi dei riferimenti normativi del processo di liberalizzazione delle tariffe professionali, innescato dall’art. 9, d.l. 4 luglio 2006, n. 223 (cd. decreto Bersani), conv. con modif. l. 4 agosto 2006, n. 248, sfociato poi nell’abolizione dei minimi tariffari e nell’introduzione di parametri ministeriali per la determinazione dei compensi, si veda P. Mammarella, Tariffe professionali, CNI: ‘la UE ribadisce che sono legittime. La normativa spagnola sui compensi dei procuratori rispetta i parametri europei. Ingegneri: ‘princìpi generali applicabili a tutte le professioni, in www.edilportale.com, 11 ottobre 2017, al quale si rimanda anche per le tensioni ad un ritorno alla vecchia logica delle tariffe fissate per legge.
39) Cass., II sez. civ., 6 agosto 1990, n. 7905, in Mass. Giur. It., 1990, di cui si riporta la massima: « È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle norme contenute nel d.P.R. 14 novembre 1983 n. 820 e nella legge 8 luglio 1980 n. 319, sotto il profilo della mancanza di uniformità dei criteri adottati per la liquidazione dei compensi per le prestazioni del consulente tecnico di ufficio, della inadeguatezza dei compensi stessi, del loro divario con i compensi previsti per analoghe prestazioni dalle tariffe professionali, in quanto l’espletamento dell’incarico peritale costituisce munus publicum non assimilabile all’esercizio della libera professione, onde il diverso criterio di liquidazione trova giustificazione nella diversa natura dei possibili incarichi, mentre la eventuale inadeguatezza dei compensi trova rimedio con il ricorso al loro raddoppio, espressamente previsto ». È il caso ricordare che, in una recente pronuncia (II sez. civ., ord. 9 febbraio 2018, n. 14292, in studiolegale.leggiditalia.it), il S.C. ha escluso che ai consulenti d’ufficio si applichi « il principio costituzionale (art. 36 Cost.), che attribuisce a qualsiasi lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità della prestazione effettivamente svolta e comunque “dignitosa” ». Per il resto, esula ovviamente dai limiti del presente lavoro ogni approfondito commento sulla effettiva corrispondenza di tali auliche affermazioni con la realtà pratica, dove, al contrario, pare piuttosto assistersi al dilagare di un cospicuo sottobosco di lavoro professionale sottopagato, finanziato con denaro pubblico, assimilabile, in un’ultima istanza, ad uno dei tanti canali di assistenzialismo statale che, nelle logiche attuali, vede lo Stato come il più importante (se non unico) datore di lavoro, direttamente o indirettamente.
40) V. Esposito, Ausiliari del magistrato: sulla liquidazione degli onorari (e delle spese), in www.altalex.com, 22 dicembre 2014: « ...v’è da osservare che le menzionate tabelle ministeriali..., secondo la prevalente opinione, non sono da ritenersi a tutt’oggi redatte atteso che le determinazioni contenute nel D.M. Giustizia del 30.5.2002 n.182 paiono rappresentare il mero adeguamento disposto ex art. 10, L. n. 319/1980 alle tabelle previgenti elaborate ex art. 2 stessa legge la cui attuale operatività si fonda sui meccanismi di rinvio previsti dagli artt. 275 e 296, 1° co., TUSG. Di fatto, quindi, il regime delle spettanze degli ausiliari si parametra al dpr n. 352 del 27 luglio 1988 per gli onorari fissi e variabili e al “sopravvissuto” art. 4, L. n. 319/1980 per gli onorari a tempo con gli adeguamenti di cui al D.M. n. 182/2002 ».
41) S. Pollastrini, Consulenza tecnica: l’onorario è fisso o variabile?, in www.periti.info, 17 giugno 2015.
42) Qualora, invece, il consulente abbia richiesto un termine per il deposito della relazione nella quale esprimere il proprio giudizio, tanto l’art. 20 quanto l’art. 26 prevedono onorari variabili tra un minimo ed un massimo. Da notare che i valori previsti da questi articoli, specie nella parte relativa agli onorari fissi, sono davvero molto bassi o, persino, irrisori. Molto diffusa nella pratica, secondo l’esperienza di chi scrive, è la visita esterna di cadavere, allorché si tratta di confermare un’ipotesi di apparente suicidio rispetto alla quale sembri ultronea l’autopsia. In realtà, quando il P.M. valuta che è sufficiente l’esame esterno, dovrebbe pretendere la relativa esecuzione da parte del personale del 118 in sede di constatazione sul posto del decesso, senza procedere alla nomina di un consulente (sebbene la relativa spesa sia davvero irrisoria, essendo pari ad € 19,11, allorché il giudizio venga immediatamente espresso a verbale). Lì dove, invece, appaia necessario un più approfondito accertamento medico-legale delle cause della morte (per es. in caso di decesso conseguente a sinistro stradale), allora dovrà procedersi con autopsia, la quale assorbe e rende superfluo il mero esame esterno, a meno che l’esigenza di procedere all’autopsia non sia emersa dallo stesso esame esterno, ad es. perché è stata rilevata una lesione non immediatamente compatibile con l’ipotesi suicidaria. In un caso, si dovette procedere ad esame autoptico perché l’ipotesi iniziale di decesso conseguente alla caduta dalla bicicletta di un soggetto rinvenuto cadavere lungo una pubblica via fu smentita dalla constatazione di un foro nel cranio compatibile con un colpo d’arma da fuoco.
43) Cass., II sez. civ., 19 dicembre 2014, rv. 633933: « In tema di compensi spettanti a periti e consulenti tecnici a norma degli artt. 50 e segg. del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, la determinazione dei relativi onorari costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice del merito, e pertanto, se contenuta tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede motivazione specifica e non è soggetta al sindacato di legittimità, se non quando l’interessato deduca la violazione di una disposizione normativa oppure un vizio logico di motivazione, specificando le ragioni tecnico giuridiche secondo le quali debba ritenersi non dovuto un certo compenso oppure eccessiva la liquidazione ». È appena il caso osservare che, sebbene la massima appena riportata sia riferita al “giudice del merito”, il principio in essa contenuto vale senz’altro anche per il pubblico mistero allorché procede alla determinazione del compenso dei propri consulenti. Ed, invero, come si evince tanto dal T.U. Spese di giustizia (artt. 49s.) quanto dal D.M. 30 maggio 2002, le disposizioni concernenti la liquidazione degli onorari (e delle spettanze in generale) dei consulenti e dei periti riguardano, senza alcuna distinzione, quelli che operano in qualità di “ausiliari del magistrato” (art. 49, co. 1, T.U. Spese di giustizia) o “su disposizione dell’autorità giudiziaria”, lì dove, evidentemente, tali nozioni di “magistrato” o di “autorità giudiziaria” comprendono sia il giudice sia il pubblico ministero. A tale riguardo, nelle Indicazioni in materia di liquidazione compensi a consulenti tecnici e periti, Novembre 2012, pubblicate dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, in www.cndcec.it, correttamente si osserva: « In tema di compensi a periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per operazioni eseguite a richiesta dell’autorità giudiziaria, Il Testo Unico, istituendo una equiparazione fra tali categorie di ausiliari del giudice, non consente alcun collegamento fra determinati criteri di liquidazione del compenso ed appartenenza dell’ausiliario all’una o all’altra categoria, né, in particolare, di distinguere fra consulente tecnico e perito per ragioni diverse dalla prestazione della rispettiva attività nel processo civile o penale, per l’uno come per l’altro dovendo, invece, il compenso essere determinato in misura, fissa o variabile, correlata alle previsioni delle tabelle professionali – sia per le attività in queste indicate, sia per altre analoghe – ovvero col sistema della commisurazione al tempo (cosiddetta vacazione) nei residui casi di inapplicabilità delle dette tabelle. In merito al compenso spettante al consulente tecnico del P.M., si deve mettere in evidenza come sia stata avanzata l’ipotesi secondo cui potrebbero tornare applicabili le tariffe professionali [oggi, si direbbe, a seguito dell’abrogazione delle tariffe professionali, i compensi liberamente stabiliti dalle parti ovvero, in difetto di accordo, i parametri professionali applicabili dall’organo giurisdizionale chiamato a liquidare il compenso del professionista) anziché le disposizioni del T.U. Spese di giustizia, non essendo queste richiamate dalla normativa contenuta nel nuovo codice di procedura penale. Trattandosi di legge speciale che deroga alla generale, la sua applicazione non può essere effettuata per analogia. Secondo tale tesi, per la verità del tutto minoritaria, la figura del Pubblico Ministero delineata dal nuovo c.p.p. risulta essere del tutto differente da quella preesistente, fatto questo che impedisce l’applicazione della legge speciale e che consentirebbe un implicito rinvio alle tariffe professionali. Tale tesi seppur vantaggiosa per una migliore liquidazione dei compensi non potrebbe tuttavia trovare accoglimento, di fronte alla previsione dell’art. 73, disp. att. c.p.p. che stabilisce espressamente: “per la liquidazione del compenso al consulente tecnico si osservano le disposizioni previste per il perito”. La stessa relazione al progetto preliminare del c.p.p., a proposito dell’art. 359 c.p.p., ha precisato che “il tema della liquidazione dovrà essere disciplinato nelle disposizioni di attuazione e di coordinamento anche con un richiamo alle norme sulla perizia” ». In ordine all’abrogazione delle tariffe professionali, si rinvia a quanto già detto sopra alla nota 37.
44) Per le consulenze tecniche in ambito civile deve aversi riguardo “al valore della controversia” (art. 1, D.M. 30 maggio 2002), che si determina in base alla “domanda” ai sensi degli artt. 10 s. c.p.c. Qualora la causa risulta di valore (non semplicemente indeterminato, ma) indeterminabile, si applica il criterio residuale delle vacazioni, come stabilito dallo stesso art. 1, D.M. 30 maggio 2002. In ordine alla nozione di causa di valore indeterminabile, la pacifica giurisprudenza di legittimità afferma che: « Ai fini della liquidazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, una causa va definita di valore “indeterminabile” soltanto quando essa abbia ad oggetto beni non suscettibili di valutazione economica, poiché l’indeterminabilità va intesa in senso obiettivo, quale conseguenza di una intrinseca inidoneità della pretesa ad essere tradotta in termini pecuniari al tempo della proposizione della domanda, da accertarsi in base agli elementi precostituiti e disponibili fin dall’introduzione del giudizio. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la sentenza che aveva liquidato con il criterio delle vacazioni, applicabile nel caso di causa di valore indeterminabile, il compenso ad un consulente nominato per la determinazione dell’importo dovuto ad un imprenditore quale corrispettivo dell’appalto di opere) » (Cass., II sez. civ., ord. 21 dicembre 2017, n. 30732, rv. 646658).
45) In ordine all’onorario dovuto per le perizie in tema di usura bancaria, deve trovare applicazione, a parere di chi scrive, il sistema a scaglioni ex art. 2, D.M. 30 maggio 2002, atteso che gli accertamenti richiesti, relativi all’eventuale sussistenza di tassi usurari, rientrano senz’altro nella nozione di perizia o consulenza tecnica “in materia... contabile” espressamente contemplata da tale norma, consistendo, infatti, nella ricostruzione di due “diverse entità numericamente computabili” (da una parte, i tassi d’interesse praticati dalla banca al cliente, dall’altra i tassi-soglia previsti in relazione ai singoli periodi) e nella messa confronto degli stessi (arg. Cass., II sez. civ., 3 agosto 1999, n. 8384, rv. 529179).
46) Cass., II sez. civ., 27 ottobre 2005, n. 20874, rv. 584143: « In tema di determinazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, la regola generale posta dall’art. 1 delle tabelle annesse al d.P.R. 27 luglio 1988, n. 352, secondo cui per la determinazione degli onorari a percentuale “si ha riguardo al valore della controversia”, non trova applicazione nei casi previsti dalle disposizioni, contenute nelle stesse tabelle, le quali, per le indagini svolte in alcuni particolari settori, prescrivono criteri di calcolo diversi. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui al consulente sia stata chiesta la valutazione di un intero patrimonio, includente opere di scultura, pittura e simili, la liquidazione del suo onorario non può fare riferimento al valore della causa, ma deve giovarsi, per i reperti artistici, dell’art. 9 delle predette disposizioni, che prevede limiti di minimo e di massimo, e, per le indagini in materia di estimo, del successivo art. 13, che impone di calcolare l’onorario a percentuale per scaglioni in base all’importo stimato ».
47) In tal senso, Cass., I sez. civ., 14 maggio 1997, n. 4243, CED Cassazione 1997, che, pronunciandosi in ordine alla liquidazione di un onorario per consulenza in materia di estimo, ha affermato l’invalicabilità del limite superiore dello scaglione massimo anche quanto la stima dei beni risulti eccedente rispetto a tale limite, precisando, inoltre, che « Detta limitazione di valore non contrasta col disposto dell’art. 2233 cod. civ. – secondo cui la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione –, posto che l’art. 2 legge n. 319 del 1980 [oggi, art. 50, co. 2, T.U. Spese di giustizia, ndr] impone di contemperare la misura degli onorari con la natura pubblicitaria dell’incarico, né è configurabile una carenza di remunerazione per la parte di opera professionale correlata al valore eccedente il limite massimo, potendosi, ove ne ricorrano le condizioni, applicare l’art. 5 legge n. 319 del 1980 [oggi, art. 52, co. 1, T.U. Spese di giustizia, ndr] – che consente un incremento del compenso risultante dal calcolo tabellare ogni volta che l’incarico si presenti caratterizzato da particolare importanza, complessità o difficoltà – previsione che consente di tenere conto di quelle ipotesi in cui la rilevante dimensione economica dell’incarico sia effettivamente sintomo rivelatore di una oggettiva peculiarità di esso, come tale riflettentesi sull’impegno professionale richiesto » (cf. in senso analogo, Cass., II sez. civ., 31 marzo 2006, n. 7632). Per la citazione di una tesi, sostenuta in alcune pronunce di merito (Trib. Milano 11 maggio 2000, dep. 17 maggio 2000; App. Roma 3 giugno 1988), secondo cui sarebbe autonomamente liquidabile anche l’eccedenza rispetto al limite dello scaglione massimo, v. G. Brescia, Manuale del perito e del consulente tecnico nel processo civile e penale, Maggioli editore, in books.google.it, p. 603, riportata anche nelle Indicazioni in materia di liquidazione compensi a consulenti tecnici e periti, Novembre 2012, pubblicate dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, in www.cndcec.it.
48) V. nota 42.
49) Ex pluribus Cass., I sez. civ., 25 marzo 2015, n. 6019, rv. 634847: « Nella determinazione degli onorari spettanti ai consulenti va applicato il criterio delle vacazioni, anziché quello a percentuale, non solo quando manca una specifica previsione della tariffa, ma altresì quando, in relazione alla natura dell’incarico ed al tipo di accertamento richiesti dal giudice, non sia logicamente giustificata e possibile un’estensione analogica delle ipotesi tipiche di liquidazione secondo il criterio della percentuale. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio esposto, ha confermato la decisione con cui il giudice di merito ha escluso l’applicazione degli artt. 3 e 4 del D.M. 30 maggio 2002 per la liquidazione del compenso ad un consulente tecnico d’ufficio, incaricato di accertare, previa classificazione dei bilanci sociali e nell’ambito di un’azione di responsabilità proposta ex art. 146 legge fall., il momento in cui la società avrebbe perduto il capitale sociale e i danni arrecati dalle nuove operazioni compiute dopo lo scioglimento) ». Addirittura, la l. 8 luglio 1980, n. 319, recante disposizioni in tema di Compensi spettanti ai periti, ai consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite a richiesta dell’autorità giudiziaria, poi abrogata ex art. 299, T.U. Spese di giustizia, eccetto l’art. 4, prevedeva espressamente che “Gli onorari fissi e quelli variabili si applicano anche per le prestazioni analoghe a quelle espressamente previste nelle tabelle” (art. 3). Per l’indicazione di altre pronunce del S.C. in tema di ricorso all’analogia v. supra nota 33.
50) Cass., II sez. civ., ord. 16 novembre 2017, n. 27257, rv. 646077.
51) Cass., II sez. civ., 9 luglio 1994, n. 6500, rv. 487348: « Il criterio di determinazione dell’onorario in base alle vacazioni di cui all’art. 4 legge n. 319 del 1980... può trovare applicazione solo in via sussidiaria e residuale limitatamente ai casi in cui manchi una previsione delle tariffe e non sia logicamente giustificata e possibile un’estensione analogica delle ipotesi tipiche di liquidazione in base al criterio delle percentuali » (corsivo dell’Autore). In senso conforme, ex multis Cass., II sez. civ., 3 agosto 2001, n. 10745, rv. 548787; Cass., VI sez. civ., ord. 2 febbraio 2015, n. 1869, rv. 634342.
52) Il divieto del cumulo di criteri eterogenei si può inferire agevolmente sia, come osservato nel testo, dal carattere residuale del criterio delle vacazioni, sia dal tenore letterale dell’art. 1, D.M. 30 maggio 2002, allorché prevede il ricorso ad esso soltanto ove non sia possibile applicare gli altri criteri. Alla non cumulabilità si riferisce, quantomeno implicitamente, anche la massima espressa da Cass., I sez. civ., 23 agosto 1991, n. 9053, rv. 473620: « Tra le spese rimborsabili al consulente tecnico d’ufficio, nel caso in cui si sia proceduto alla determinazione degli onorari in misura fissa, non possono essere comprese né le vacazioni concernenti le convocazioni per le operazioni peritali, comportando tale forma di determinazione del compenso la liquidazione di una somma comprensiva di tutte le attività preordinate all’espletamento dell’incarico, né la spesa sostenuta per la scritturazione di prospetti contabili da parte di un amanuense, non essendo tale spesa prevista dall’art. 7 della legge 8 luglio 1980 n. 319 ».
53) Richiama esplicitamente il carattere residuale e meramente sussidiario del criterio delle vacazioni (come tale, per l’appunto, non cumulabile con altri criteri), Cass., VI sez. civ., ord. 17 gennaio 2011, n. 878, rv. 616330: « In tema di onorari dovuti al consulente tecnico d’ufficio, l’incarico avente ad oggetto l’indagine di carattere psicologico in vista della decisione sull’affidamento dei figli nell’ambito di un procedimento di separazione personale tra i coniugi deve farsi rientrare, per analogia, nell’ipotesi contemplata dall’art. 24 del D.M. 30 maggio 2002 per la consulenza in materia psichiatrica, essendo possibile, data la prossimità delle situazioni, l’inquadrabilità dell’indagine nella voce specificamente indicata in tariffa, con esclusione, quindi, del criterio di determinazione dell’onorario in base alle vacazioni di cui all’art. 4 della legge 8 luglio 1980, n. 319, che può trovare applicazione solo in via sussidiaria e residuale, ove manchi una previsione delle tariffe e non sia logicamente giustificata e possibile un’estensione della ipotesi tipiche di liquidazione in base al criterio degli onorari fissi o variabili ». Invero, la sussidiarietà e la non cumulabilità del criterio delle vacazioni con altri criteri trova un supporto testuale chiaro nel disposto (si ricordi, tuttora in vigore) dell’art. 4, co. 1, l. 319/1980 cit.: « Per le prestazioni non previste nelle tabelle e per le quali non sia applicabile l’articolo precedente [in ordine all’applicazione analogica degli onorari fissi e variabili, ndr].gli onorari sono commisurati al tempo impiegato e vengono determinati in base alle vacazioni ».
54) L’art. 50, co. 3, T.U. Spese di giustizia detta i principi base di riferimento per la determinazione della misura degli onorari a tempo: « Le tabelle relative agli onorari a tempo individuano il compenso orario, eventualmente distinguendo tra la prima e le ore successive, la percentuale di aumento per l’urgenza, il numero massimo di ore giornaliere e l’eventuale superamento di tale limite per attività alla presenza dell’autorità giudiziaria ».
55) L’art. 299 T.U. Spese di giustizia prevede espressamente l’abrogazione, tra l’altro, della legge 8 luglio 1980, n. 319, “eccetto l’articolo 4”.
56) Cass. civ., II sez., 20 febbraio 2012, n. 2410, rv. 621580: « ...il calcolo del numero delle vacazioni va operato “con rigoroso riferimento al numero delle ore che siano state strettamente necessarie per l’espletamento dell’incarico, indipendentemente dal termine assegnato per il deposito della relazione”. Questa disposizione impone al magistrato di calcolare il numero delle vacazioni con riferimento al tempo che si presume il consulente abbia effettivamente impiegato per svolgere l’incarico affidatogli (Cass. n. 2055 del 1989). La valutazione del magistrato deve pertanto fare riferimento unicamente al prevedibile impegno temporale occorso al consulente per assolvere l’incarico. Il termine fissato per il suo svolgimento non può, per l’effetto, costituire un parametro certo per tale valutazione, ma ne costituisce, per espresso dettato normativo, una variabile indipendente ».
57) L’art. 51, co. 1, T.U. Spese di giustizia: « Nel determinare gli onorari variabili il magistrato deve tener conto delle difficoltà, della completezza e del pregio della prestazione fornita ». È il caso osservare che il riferimento letterale agli onorari variabili dev’essere inteso in senso estensivo, tale da comprendere anche gli onorari a tempo, che non sono altro se non, per l’appunto, una particolare species di onorari variabili. Del resto, se si considera quanto previsto dall’art. 4, co. 7, l. 319/1980 cit. – secondo cui, come già ricordato sopra (cf. nota 55 anche per le relative indicazioni giurisprudenziali), il calcolo del numero complessivo di vacazioni da liquidare dev’essere effettuato “con rigoroso riferimento al numero delle ore che siano state strettamente necessarie per l’espletamento dell’incarico, indipendentemente dal termine assegnato per il deposito della relazione” – risulta evidente che il magistrato ben difficilmente potrebbe effettuare la stima di tali ore facendo riferimento a parametri diversi da quelli indicati dal suddetto art. 51, co. 1, ossia dalla difficoltà, completezza e pregio della prestazione fornita dall’esperto. Si vedrà più avanti che anche altre apparenti divergenza della disciplina degli onorari a tempo rispetto alle altre tipologie di onorari, suggerite da una certa formulazione poco felice delle norme di riferimento (in particolare, art. 52, co. 2, T.U. Spese di giustizia, in tema di decurtazione del compenso in caso di deposito tardivo dell’elaborato, ed art. 51, co. 2, in tema di aumento sino al 20% in caso di urgenza), si rivelano, ad un più attento esame, del tutto insussistenti.
58) Le parole: “di un quarto” sono state così sostituite dalla l. 18 giugno 2009, n. 69.
59) Cass. civ., sez. I, 26 maggio 1994, n. 5164, in Mass. Giur. It., 1994. Cf. in senso conforme, Cass. civ., sez. I, 2 novembre 1995, n. 11403, CED Cassazione 1995. Sebbene i due arresti riguardino il dettato dell’abrogato art. 8, l. 319/1980, il principio in essi espresso conserva senz’altro valore anche con riguardo all’attuale art. 52, co. 2, T.U. Spese di giustizia, essendo le due norme formulate sul punto negli stessi termini.
60) Cass. civ., sez. VI-2, ord, 27 luglio 2016 n. 15645, CED Cassazione 2016: « È evidente come la norma [art. 52, co. 2, T.U. Spese di giustizia, ndr] intenda operare una distinzione tra onorari a tempo e altri onorari, con la conseguenza che per i primi è prevista, quale unica sanzione l’impossibilità di tenere conto del tempo successivo alla scadenza dei termini, mentre solo per gli onorati non liquidati a vacazione si applica la decurtazione del compenso (Cass. 26 giugno 2015 n. 6066) ».
61) È il caso osservare che non avrebbe pregio l’eventuale obiezioni secondo cui la proroga servirebbe comunque al consulente per evitare la prevista sanzione della non liquidabilità delle vacazioni corrispondenti al periodo successivo alla scadenza del termine, in ipotesi non tempestivamente prorogato, giacché, come già osservato sopra, dovendo il magistrato correlare la liquidazione, non semplicemente al termine concesso, ma al lavoro che si è resto effettivamente necessario per l’adempimento dell’incarico, il tempo corrispondente al periodo di proroga non può essere ex se oggetto di liquidazione per il sol fatto che sia stata accordata la dilazione del termine, essendo altresì necessario un quid pluris, ossia che il consulente abbia rappresento condivisibili ragioni obiettive per le quali sia sopravvenuta l’esigenza di un maggiore e più lungo impegno per l’espletamento della prestazione richiesta.
62) Nell’esperienza di chi scrive, ad esempio, un consulente incaricato per accertamenti su armi si doleva dell’applicazione, in sede di liquidazione, del preciso disposto di cui all’art. 18 D.M. 30 maggio 2002, in luogo del criterio delle vacazioni, che egli indicava nella relativa istanza e che gli avrebbe assicurato un compenso notevolmente più elevato. Analoga situazione potrebbe verificarsi anche in relazione alla perizia psichiatrica, per la quale il disposto dell’art. 24 D.M. cit. prevede un compenso francamente assai modesto (per un massimo di € 387,86).
63) Contrariamente a quanto espresso nella pronuncia riportata alla nota 59 (Cass. civ., sez. VI-2, ord, 27 luglio 2016 n. 15645, CED Cassazione 2016), il S.C., in un altro arresto, pressoché coevo (Cass. civ., sez. VI-2, ord. 18 settembre 2015, n. 18331, rv. 636792), ha ritenuto non affetta da “alcun profilo di illogicità” la motivazione del provvedimento del giudice di merito che, operato il contenimento del compenso a vacazione entro il limite del termine concesso, applicava a tale compenso, atteso il ritardato deposito dell’elaborato peritale, la riduzione di un terzo, “evidentemente ipotizzando – afferma la Cassazione – che parte delle operazioni fosse attribuibile a tempistica non maturata e non giustificata all’interno dell’arco di tempo consentito, anche perché materialmente svolta dopo la scadenza e comunque perché il ritardo non era stato espressamente giustificato. Mancando alcun profilo di illogicità, questa riduzione dà conto congruamente della penalizzazione che il legislatore vuole infliggere al consulente che depositi in ritardo l’elaborato ». In altro analogo passaggio dell’ordinanza in esame si legge ancora: « Quanto alla liquidazione di onorari a vacazione per attività ultimate dopo la scadenza del termine, va osservato che il giudice di merito, nell’impossibilità di sceverare quale parte dell’incarico [...] sia stata svolta prima del termine e quale dopo, ha ritenuto di ricorrere ad un criterio riduttivo mutuato dall’ultima parte dell’art. 52 (la riduzione di un terzo) che non è illogico né illegittimo ». Ovviamente, per quanto osservato nel testo, non può che apprezzarsi questa pronuncia; tuttavia, non può non essere rilevata una certa ambiguità del principio da essa espressa: affermare, infatti, che è semplicemente “legittima” la riduzione di un terzo dell’onorario a tempo in caso di ritardo ingiustificato, per giunta soltanto “ove non sia possibile l’individuazione della parte di incarico svolta tempestivamente” (cf. la massima della sentenza in esame, che di seguito di riporta), significa ancora non aver colto del tutto la piena applicabilità dell’art. 52, co. 2, ai compensi a tempo. Invero, la norma non lascia alcuna discrezionalità al magistrato: se vi è ritardo e questo è ingiustificato, l’onorario deve essere decurtato di un terzo. Non è, allora, del tutto condivisibile la massima estrapolata dall’ordinanza in parola (18331/2015, rv. 636792), lì dove afferma che: « In tema di liquidazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, in caso di perizia depositata dopo la scadenza del termine concesso dal giudice, è legittima, ove non sia possibile l’individuazione della parte di incarico svolta tempestivamente, la riduzione di un terzo dell’onorario ai sensi dell’art. 52, ultima parte, del d.P.R. n. 115 del 2002 ». Si ripete: ricorrendone le condizioni, la riduzione dell’onorario (non è semplicemente legittima, ma) doverosa. Per il resto, è appena il caso ricordare che l’ordinanza sancisce anche l’ulteriore principio – che, invero, appare del tutto ovvio – secondo cui il disposto della predetta norma, nella parte in cui prevede, in caso di ritardo, che “non si tiene conto del periodo successivo alla scadenza del termine”, non può essere letto nel senso che, qualora il consulente abbia svolto la propria attività dopo tale scadenza, non avrebbe perciò diritto ad alcun compenso. In realtà – chiarisce la S.C. – la suddetta norma impedisce bensì il « riconoscimento di vacazioni computabili oltre il numero massimo calcolabile per i giorni compresi nel termine fissato, ma non consenta di acquisire la prestazione senza remunerazione, determinandosi, diversamente, una sanzione diversa per due situazioni identiche, quali la riduzione di solo un terzo per gli onorari a tariffa variabile e la cancellazione del compenso per gli onorari a tempo di prestazioni comunque validamente effettuate dopo la scadenza, che abbiano portato non alla revoca dell’incarico ma all’acquisizione della relazione ». Tornando alla questione dell’applicabilità o meno della riduzione di un terzo agli onorari a tempo, si rinvia, per la citazione di talune contrastanti indicazioni di fonte ministeriale, a V. Esposito,Ausiliari del magistrato: sulla liquidazione degli onorari (e delle spese), in www.altalex.com, 1° dicembre 2014.
64) Si tratta, come è noto, della sospensione prevista dall’art. 1, l. 7 ottobre 1969, n. 742, il quale stabilisce che: « Il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie ed a quelle amministrative è sospeso di diritto dal 1º al 31 agosto di ciascun anno, e riprende a decorrere dalla fine del periodo di sospensione. Ove il decorso abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito alla fine di detto periodo ». Si ricordi che la sospensione originaria dal 1° agosto al 15 settembre è stata sostituita con quella attuale, dal 1° al 31 agosto, dall’art. 16, d.l. 12 settembre 2014, n. 132, conv. con modif. l. 10 novembre 2014, n. 162.
65) Cass. pen., sez. V, 6 febbraio 1973, n. 4553, R.F. De Canio, in studiolegale.leggiditalia.it.
66) Per evitare incertezze, non sarebbe inopportuno che il magistrato, in sede di conferimento dell’incarico, precisasse che il termine concesso non tiene conto dell’eventuale periodo di sospensione, che, dunque, va sommato ad esso.
67) Si ricorderà (come già segnato sopra, cf. nota 48) che l’art. 299, T.U. Spese di giustizia, nell’abrogare la l. 8 luglio 1980, n. 319, ha espressamente fatto salvo l’art. 4, che, dunque, è tuttora in vigore.
68) « L’onorario per la vacazione può essere raddoppiato quando per il compimento delle operazioni è fissato un termine non superiore a cinque giorni; può essere aumentato fino alla metà quando è fissato un termine non superiore a quindici giorni » (art. 4, co. 3, l. 319/1980).
69) Per analoga interpretazione estensiva dell’art. 51, co. 1, T.U. Spese di giustizia, v. nota 56.
70) Nell’esperienza di chi scrive, ad esempio, è capitato spesso di assegnare un termine così breve in sede di conferimento dell’incarico ad un interprete per la traduzione di un avviso conclusione indagini ex art. 415-bis c.p.p. ovvero di altro atto particolarmente breve.
71) Cass. civ., II sez., ord. 21 settembre 2017, n. 21963, rv. 645430.
72) Cass. civ., II sez., ord. 21 settembre 2017, n. 21963, rv. 645430. Nello stesso senso, Cass. civ., II sez., 18 settembre 2009, n. 20235, rv. 610341: « La possibilità di aumentare fino al doppio i compensi liquidati al consulente tecnico di ufficio, prevista dall’art. 52 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, costituisce oggetto di un potere discrezionale attribuito al giudice, che lo esercita mediante il prudente apprezzamento degli elementi a sua disposizione. L’esercizio di siffatto potere, se congruamente motivato (come nel caso di specie, ove la maggiorazione era stata adeguatamente giustificata con il richiamo alla particolare complessità dell’incarico), è insindacabile in sede di legittimità ».
73) Cass. civ., II sez., 19 marzo 2007, n. 6414, CED Cassazione 2007: « ...l’esercizio di siffatto potere discrezionale di stabilire se una controversia si presenti o meno di straordinaria importanza e possa, quindi, giustificare anche l’aumento “sino al” raddoppio dei massimi degli onorari, in quanto fondato essenzialmente su accertamenti di fatto, è insindacabile in sede di legittimità salvo che nel caso di difetto di motivazione del suo esercizio, mentre nell’eventualità del suo omesso esercizio (e, perciò, di istanza non accolta), la natura prettamente discrezionale del potere, esclude la necessità di una specifica motivazione, dovendosi ritenere implicita una valutazione negativa dell’opportunità di avvalersene, con competente sottrazione a qualsiasi titolo al sindacato di legittimità ».
74) In tal senso, Cass. civ., II sez., 19 marzo 2007, n. 6414, CED Cassazione 2007, che ha sottolineato come l’art. 52, co. 1, T.U. Spese di giustizia, utilizzando l’espressione “sino” al doppio, ammetta chiaramente « una possibilità di gradualità della valutazione in funzione dell’operazione di liquidazione dei compensi in questione ».
75) Cass. civ., II sez., ord. 21 settembre 2017, n. 21963, rv. 645430.
76) Art. 53 T.U. Spese di giustizia: (Incarichi collegiali). 1. Quando l’incarico è stato conferito ad un collegio di ausiliari il compenso globale è determinato sulla base di quello spettante al singolo, aumentato del quaranta per cento per ciascuno degli altri componenti del collegio, a meno che il magistrato dispone che ognuno degli incaricati deve svolgere personalmente e per intero l’incarico affidatogli.
77) V. infra parag. 7.
78) Cass. civ., II sez., 9 luglio 1994, n. 6500, rv. 487349. La pronuncia, dettata in riferimento all’abrogato art. 6, l. 8 luglio 1980 n. 319, conserva piena attualità attesa la perfetta sovrapponibilità dell’art. 6 alla corrispondente disposizione del T.U. Spese di giustizia (art. 53).
79) È chiaro che l’espressione accertamenti su cadavere utilizzata dal secondo comma opera una mera sintesi delle nozioni di ispezione esterna di cadavere e di autopsia cui si riferisce più analiticamente il primo comma dell’art. 20.
80) Nell’esperienza dello scrivente è capitato talvolta che il personale del 118 si mostrasse alquanto riottoso ad effettuare l’ispezione cadaverica, ma si tratta di un rifiuto illegittimo, che il P.M. dovrebbe aver cura di superare, anche evocando la fattispecie del rifiuto di atti d’ufficio ex art. 328, co. 1, c.p.
81) Cass. civ., II sez., 3 novembre 2011, n. 24992, CED Cassazione 2011: « ...è agevole... osservare che l’art. 20 ha riguardo alla perizia in materia medico legale, e quindi all’accertamento tecnico disposto nell’ambito delle indagini preliminari e del processo penale, mentre il successivo art. 21, che ha riguardo all’accertamento svolto nell’ambito dei giudizi civili, si occupa esclusivamente della “consulenza tecnica avente ad oggetto accertamenti medici, diagnostici, identificazione di agenti patogeni, riguardanti la persona” ».
82) V. parag. 1, in particolare note 4 e 5.
83) Quando si tratti di incarichi peritali aventi ad oggetto un’ipotesi di responsabilità medica, è pressoché d’obbligo l’esame istologico.
84) Si tratta dell’art. 15, co. 4, l. 8 marzo 2017, n. 24 (v. supra parag. 6).
85) Cass. civ., II sez., 3 novembre 2011, n. 24992, CED Cassazione 2011.
86) È il caso riportare per intero lo stralcio della motivazione della sentenza in parola (Cass. 24992/2011 cit.): « Condivisibile appare la premessa di diritto da cui muove la ricorrente, secondo cui, ai fini della liquidazione del compenso al consulente tecnico d’ufficio, il criterio delle vacazioni, di cui alla L. n. 319 del 1980, art. 4, avendo carattere residuale, può trovare applicazione soltanto nei casi in cui la prestazione oggetto dell’incarico da parte del consulente non sia già prevista, nemmeno in via analogica, con autonoma indicazione del compenso, nella Tabella allegata al decreto ministeriale di determinazione delle competenze spettanti ai consulenti tecnici d’ufficio (Cass. n. 878 del 2011; Cass. n. 17685 del 2010). Non convincente, tuttavia, appare la conclusione cui giunge il ricorso, laddove sostiene che l’oggetto della consulenza tecnica svolta nel giudizio di merito sia riconducibile alle previsioni di cui agli artt. 20 e 21 della Tabella attualmente in vigore, allegata al decreto 30 maggio 2002. In contrario è agevole infatti osservare che [... L’oggetto della consulenza tecnica di cui si discute non appare riconducitele entro tale formula, nemmeno in forza di una interpretazione estensiva o analogica. La previsione della Tabella si riferisce agli accertamenti medici aventi ad oggetto lo stato di salute della persona, mentre nel caso che ci si occupa, come risulta dallo stesso ricorso, la consulenza risulta disposta nell’ambito di un giudizio intentato dalla odierna ricorrente per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti ad un asserito erroneo intervento chirurgico di laparoscopia. L’indagine affidata al consulente tecnico pertanto, deve presumersi, non si è propriamente rivolta ad accertare lo stato attuale di salute della persona, ma ha avuto un oggetto diverso e più esteso, consistito nel verificare la correttezza, dal punto di vista della scienza medica, nelle sue varie fasi, dell’operazione chirurgica cui la paziente è stata sottoposta. Trattasi, all’evidenza, di indagine che ha una propria specificità, rappresentata dal fatto che oggetto dell’accertamento è, per l’appunto, l’attività medica e di cura erogata alla paziente e la sua rispondenza ai principi tecnico-scientifici e di diligenza che sovrintendono l’esercizio della relativa professione, sicché essa non può essere ricondotta, nemmeno in forza dell’analogia, alla consulenza medica diagnostica cui si riferisce la previsione tabellare. Ne consegue che, mancando una previsione specifica in Tabella per gli accertamenti tecnici aventi ad oggetto la responsabilità medica, deve ritenersi che correttamente il giudice a quo abbia applicato, ai fini della determinazione del compenso spettante al consulente, il criterio a tempo fondato sulle vacazioni ».
87) Quanto alle incertezze, si ricorderà la pur autorevole ma non condivisibile presa di posizione di Cass. civ., II sez., 3 novembre 2011, n. 24992, CED Cassazione 2011, secondo cui gli artt. 20 e 21 riguarderebbe rispettivamente l’ambito penale e quello civile. Sul punto, v. supra nota 81 e le considerazioni critiche, rispetto alla cennata sentenza, svolte nel parag. 7.
88) V. supra nota 85. Dal punto di vista pratico, giova segnalare, inoltre, che sovente – secondo l’esperienza dello scrivente – i consulenti intervenuti, su incarico del P.M., nel luogo ove è stato riscontrato un decesso, effettuata la visita esterna del cadavere, con redazione immediata della relazione, chiedano poi la liquidazione dell’onorario ai sensi del secondo comma dell’art. 20, ignorando il disposto del primo comma. Trattasi, tuttavia, di istanze giuridicamente infondate, per quanto comprensibilmente tese ad evitare l’avvilente cifra dei 19,11 euro prevista dal primo comma.
89) V. supra nota 85. Dal punto di vista pratico, giova segnalare, inoltre, che sovente – secondo l’esperienza dello scrivente – i consulenti intervenuti, su incarico del P.M., nel luogo ove è stato riscontrato un decesso, effettuata la visita esterna del cadavere, con redazione immediata della relazione, chiedano poi la liquidazione dell’onorario ai sensi del secondo comma dell’art. 20, ignorando il disposto del primo comma. Trattasi, tuttavia, di istanze giuridicamente infondate, per quanto comprensibilmente tese ad evitare l’avvilente cifra dei 19,11 euro prevista dal primo comma.
90) Nella pratica, è ravvisabile una certa, generale tendenza alla “fuga” dagli onorari fissi o variabili stabiliti dal D.M. 30 maggio 2002, prediligendosi il diverso criterio delle vacazioni, attesa la sua idoneità ad assicurare, spesso, compensi più sostanziosi. Si tratta, però, di una tendenza – ravvisabile nelle istanze di liquidazione, talvolta assecondata dai giudici – non sempre corretta dal punto di vista giuridico, sebbene comprensibilmente finalizzata ad evitare onorari fin troppo esigui. Nell’esperienza di chi scrive, ad esempio, è capitato di vedersi presentare, per una perizia balistica, una cospicua richiesta di liquidazione basata appunto sul criterio delle vacazioni, forse effettivamente più idoneo, nel caso di specie, a ripagare in maniera equa il pregio e la complessità del lavoro svolto dal perito, e tuttavia palesemente in contrasto con il disposto dell’art. 18 D.M. cit., ai cui ben più modesti valori è stato necessario, pertanto, ricondurre la liquidazione dell’onorario.
91) Al riguardo, si rimanda a quanto già osservato nel parag. 5, p. 17.
92) Del resto, l’equità non è estranea all’ordinamento giuridico, essendo richiamata da diverse disposizioni di legge, come l’art. 1226 c.c., in tema di determinazione equitativa del danno, ovvero l’art. 1384 c.c. a proposito di riduzione ad equità della penale, o ancora l’art. 1450 c.c. in relazione al contratto rescindibile.
93) O magari anche per altre tipologie di consulenze parimenti frequenti nella pratica, come quella informatica (per la realizzazione della cd. copia forense e dell’analisi della memoria di computer, cellulari o altri supporti informatici), o quella per la ricostruzione della dinamica dei sinistri stradali.
94) Sulla estromissione del libero mercato dalla determinazione dei compensi dei consulenti d’ufficio, v. supra parag. 4, passim e nota 39.
95) Sulle nozioni di obbligazione di mezzi e obbligazione di risultato, v. A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile¸ 2004, p. 623, e più ampiamente F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, 2013, p. 638 s.
96) Sul punto, v. supra nota 43.
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