Estremi:
Cassazione civile, 2013,
  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    La Cossi Costruzioni s.p.a. si oppose al decreto ingiuntivo notificatole dalla Banca di Trento e Bolzano s.p.a. per il pagamento del credito vantato nei suoi confronti dalla Bernabè Industries s.p.a., del quale si dichiarava cessionaria. L'opponente sosteneva che non di cessione del credito bensì di mandato ad incassare s'era trattato, e che la società originaria creditrice era stata dichiarata fallita. Nel giudizio intervenne anche il fallimento della Bernabè Industries, chiedendo l'accertamento della sua titolarità del credito, non essendovi stata efficace cessione di credito, ma solo mandato in rem propriam funzionale all'adempimento delle obbligazioni assunte dalla società allora in bonis verso la banca.

    Con sentenza 29 dicembre 2004 il Tribunale di Trento, ritenuto che nella specie si fosse trattato di mandato ad incassare, revocò il decreto e dichiarò che il fallimento era titolare del credito verso la Cossi.

    La Corte d'appello di Trento, con sentenza 11 novembre 2005, ha respinto l'appello della banca. La corte ha bensì ritenuto, conformemente alla tesi dell'appellante, che l'atto stipulato tra la banca e la società allora in bonis debba qualificarsi come cessione di credito, ma ha poi dichiarato tale cessione di credito inopponibile al fallimento, ex art. 2914 c.c., per mancanza di data certa.

    Per la cassazione della sentenza, notificata il giorno 5 dicembre 2005, ricorre la Banca di Trento e Bolzano, per due motivi d'impugnazione, illustrati anche con memoria.

    Il fallimento resiste con controricorso. Anche la Cossi Costruzioni resiste con controricorso.

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    Con il primo motivo di ricorso si denuncia un vizio di motivazione.

    Dopo aver correttamente qualificato il contratto intervenuto tra la banca e la società Bernabè Industries in bonis come cessione di credito, così correggendo la sentenza di primo grado che l'aveva qualificato mandato in rem propriam, la corte territoriale avrebbe dovuto riformare la sentenza che aveva dichiarato inefficace il negozio in quanto configurato come mezzo anomalo di pagamento, lasciando al fallimento di chiedere in altra sede la revoca del "pagamento".

    Il motivo è infondato. Va premesso che, secondo la ricostruzione della stessa ricorrente, in primo grado il fallimento intervenuto aveva rivendicato la titolarità del credito "in quanto non vi era stata efficace cessione di credito", sostenendo che si era trattato di mandato in rem propriam (non traslativo, dunque, della titolarità del credito), che la notificazione della presunta cessione era avvenuta nella stessa data in cui era stato pronunciato il fallimento, e infine che si trattava in ogni caso di atti da revocare. Di queste difese, il tribunale aveva ritenuto fondata la prima. L'esclusione dell'esistenza di un atto traslativo del credito, dunque, confermava la rivendicata (dal fallimento) titolarità di esso. Ora, poichè la stessa ricorrente ribadisce che il credito non era stato ancora pagato, la questione della revocabilità, articolata dal fallimento in via di estremo subordine, non poteva venire in considerazione per mancanza di un atto dispositivo da revocare. In contrasto con la sentenza di primo grado, il giudice d'appello ha innanzi tutto negato che si potesse parlare di mandato all'incasso (atto non traslativo; non si parla invece mai di mandato di pagamento come mezzo di pagamento anomalo e revocabile); e ha poi ritenuto...

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