Estremi:
Cassazione civile, 2009,
  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    1. Con decreto del 27 luglio 2005 la Corte di appello di Roma - pronunciando, previa riunione, sui ricorsi con i quali F.G. e S.I. avevano chiesto al Ministero della giustizia, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, la corresponsione di un'equa riparazione per i danni sofferti in relazione alla irragionevole durata del processo da loro promosso con ricorsi (poi riuniti) depositati il 14 maggio e il 25 maggio 1998 davanti al giudice del lavoro del Tribunale di Nola per conseguire l'adeguamento dell'indennità di mobilità, definito in primo grado con sentenza del 29 maggio 2003, gravata di appello con ricorso del 14 maggio 2004 e ancora pendente alla data di presentazione della domanda di equa riparazione - accertava il mancato rispetto del termine di ragionevole durata del processo e condannava il Ministero della giustizia al pagamento in favore di ciascuno dei ricorrenti, a titolo di equa riparazione del danno non patrimoniale, della somma di Euro 500,00, oltre agli interessi legali dalla data del decreto e alle spese processuali.

    A fondamento della decisione la Corte territoriale osservava che il processo, instaurato nel maggio 1998 e definito con sentenza di primo grado del 29 maggio 2003, era durato cinque anni, a fronte di una durata ragionevole stimata in tre anni, e che pertanto il termine ragionevole di durata era stato superato di due anni, potendosi determinare il danno non patrimoniale nella misura di Euro 500,00 per ciascuno dei ricorrenti, in considerazione della natura e dell'oggetto della controversia.

    2. Per la cassazione di tale decreto ricorre il solo S.I. sulla base di otto motivi. Il Ministero resiste con controricorso.

  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. Con il primo motivo il S. deduce che la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali è direttamente applicabile nell'ordinamento giuridico italiano, secondo i principi ermeneutici espressi dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, e che anche la normativa italiana va interpretata secondo i criteri fissati dalla Corte di Strasburgo.

    Con il secondo motivo si afferma che il danno non patrimoniale è in re ipsa, quale diretta conseguenza della lungaggine processuale, o che comunque è in re ipsa la prova di detto danno.

    Con il terzo e quarto motivo il ricorrente deduce che l'indennizzo va determinato, secondo i principi sanciti dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, nella misura non inferiore ad Euro 1.500,00 per ogni anno di ritardo, con l'aggiunta per le cause previdenziali di un'ulteriore somma, a titolo di bonus, pari ad Euro 2.000,00.

    Con il quinto, sesto e settimo motivo il S. si duole che la Corte di merito abbia liquidato le spese processuali in misura differente dai parametri della Corte di Strasburgo e comunque insufficiente, applicando gli onorari relativi alle cause di volontaria giurisdizione, mentre il giudizio di cui trattasi ha natura contenziosa ed è definito con provvedimento di carattere decisorio.

    Con l'ottavo motivo il ricorrente lamenta la mancanza o, comunque, l'insufficienza della motivazione del decreto impugnato, in ordine alla sussistenza del diritto all'indennizzo e alla quantificazione del danno.

    2. Il primo motivo è inammissibile, in quanto è del tutto generico e si risolve nella enunciazione di principi teorici, senza la formulazione di specifiche censure al provvedimento impugnato.

    Anche il secondo motivo è inammissibile, perchè propone critiche non attinenti al decisum del provvedimento impugnato, che ha riconosciuto al ricorrente il...

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