• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con sentenza n. 16545 del 13/03/2018 la I sezione di questa Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza del 13/06/2017 del Tribunale di sorveglianza di L'Aquila, limitatamente al punto in cui, accogliendo il reclamo proposto da O.F., aveva riconosciuto in suo favore il rimedio riparatorio di cui alla L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 35-ter (I. ord. pen.), in relazione al periodo di detenzione subito presso il carcere di (OMISSIS), in cella singola della superficie di 7,70 metri quadrati, con servizi igienici a vista, separati da una tenda plastificata scorrevole.

    2. Il Tribunale di sorveglianza di L'Aquila, con ordinanza del 09/10 02/11/2018, decidendo in sede di rinvio, ha accolto il reclamo negli stessi termini, rilevando che l'assenza di una reale separazione tra i due locali e di un sistema di areazione, aveva realizzato una condizione inumana e degradante.

    3. Il Ministero della Giustizia propone ricorso per cassazione, lamentando violazione dell'art. 623 c.p.p. e motivazione meramente apparente. E' stata depositata memoria nell'interesse dell' O., con la quale si contesta l'ammissibilità e comunque la fondatezza del ricorso.

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Il ricorso è ammissibile e fondato.

    E' certamente esatto che il rimedio risarcitorio di cui all'art. 35-ter, commi 1 e 2, L. ord. pen. si esplica necessariamente mediante il modello procedimentale delineato dal precedente art. 35-bis (Sez. U, n. 3775 del 21/12/2017 - dep. 26/01/2018, Tuttolomondo, Rv. 271650), con la conseguenza che il ricorso per cassazione è ammissibile solo per violazione di legge, ai sensi del comma 4-bis di quest'ultimo articolo.

    Ma l'atto di impugnazione denuncia appunto una violazione di legge, sia con riguardo all'inosservanza delle coordinate normative che hanno indotto la sentenza di annullamento di questa Corte a cogliere un palese deficit argomentativo nell'originario provvedimento, sia nella prospettiva del carattere meramente apparente della motivazione.

    Ciò posto, il ricorso è fondato.

    L'art. 35-ter L. ord. pen. individua come presupposto del rimedio delineato l'esistenza di condizioni di detenzione tali da violare l'art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in quanto riconducibili a trattamenti inumani o degradanti.

    Tenuto conto della centralità che, nella lettura della portata della Convenzione, assume la giurisprudenza della Corte di Strasburgo (v., a puro titolo esemplificativo, Corte Cost. 26/04/2015, n. 49), occorre considerare che, come anche di recente ribadito (Corte Europea dei diritti dell'uomo, 12/03/2015, Muri c. Croazia), l'art. 3 proibisce, in termini assoluti, la tortura o le pene o i trattamenti inumani o degradanti, indipendentemente dalle circostanze e dal comportamento della vittima, fermo restando che il maltrattamento, per assumere rilievo ai fini della previsione convenzionale, deve raggiungere un livello minimo di gravità. La valutazione di tale livello minimo è relativa: dipende da tutte le circostanze della causa, quali la durata del trattamento,...

Correlazioni:

Legislazione Correlata (2)