Estremi:
Cassazione civile, 2019,
  • Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. L'esposizione dei fatti di causa sarà limitata alle sole circostanze ancora rilevanti in questa sede.

    Nel 2008 O.R. venne investita da un autoveicolo condotto da Mi.Pi., di proprietà di M.M.F. ed assicurata contro i rischi della r.c.a. dalla società INA Assitalia s.p.a. (che in seguitò, per effetto di fusione, muterà ragione sociale in Generali Italia s.p.a.; d'ora innanzi, per brevità, sarà indicata sempre e comunque come "la Generali").

    In conseguenza dell'investimento O.R. patì lesioni personali. In data non precisata nel ricorso, O.R. convenne dinanzi al Tribunale di Monza la Generali, Mi.Pi. e M.M.F., chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni.

    2. Con sentenza 16.12.2013 n. 3141 il Tribunale di Monza accolse la domanda. Rigettò tuttavia, per quanto in questa sede ancora rileva, la domanda di risarcimento del danno patrimoniale futuro, rappresentato secondo la prospettazione attorea dalle spese che avrebbe dovuto sostenere per remunerare una persona che provvedesse all'assistenza personale della vittima, divenuta non più autonoma negli atti della vita quotidiana a causa dell'invalidità.

    O.R. appellò la sentenza.

    La Corte d'appello di Milano, con sentenza 21.2.2017 n. 725, accolse il gravame e liquidò il danno patrimoniale in questione come segue:

    -) stimò in Euro 600 mensili il costo dell'assistenza personale di cui la vittima avrebbe avuto bisogno;

    -) moltiplicò il suddetto importo per un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all'età della vittima;

    -) ridusse il risultato del 40%.

    3. La sentenza d'appello è stata impugnata per cassazione da O.R. con ricorso fondato su due motivi; ha resistito con controricorso la Generali Italia.

  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. I motivi di ricorso.

    1.1. Con tutti e due i motivi di ricorso viene censurata la sentenza d'appello nella parte in cui ha ridotto del 40% la liquidazione del danno patrimoniale rappresentato dalle spese di assistenza future.

    La censura è prospettata sia come violazione di legge, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3 (primo motivo); sia come omesso esame del fatto decisivo, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 (secondo motivo; deve ovviamente ritenersi un evidente lapsus calami l'affermazione della ricorrente secondo cui è denunciata la "violazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, 4").

    Sostiene la ricorrente che la decurtazione operata dal Tribunale da un lato viola il principio dell'integrale risarcimento, non coerente con la suddetta inspiegabile riduzione; dall'altro ha applicato la suddetta riduzione in assenza di qualsiasi spiegazione.

    1.2. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente perchè strettamente connessi, sono fondati.

    Il risarcimento del danno aquiliano, ove la legge non disponga altrimenti, è governato dal principio di integralità o di indifferenza che dir si voglia (art. 1223 c.c.). In virtù di questo principio, il risarcimento deve coprire "tutto il danno e nulla più che il danno", come suolsi ripetere con antica formula.

    Al principio di integralità del risarcimento può derogarsi solo nei casi previsti dalla legge, il più importante dei quali è rappresentato dal concorso causale della vittima nell'eziogenesi del pregiudizio di cui ha chiesto il ristoro (art. 1227 c.c.).

    1.3. Col principio di riduzione del risarcimento al cospetto del concorso causale della vittima non va confusa l'ipotesi di danno parziale.

    Quando il fatto illecito non sopprima del tutto un bene od una utilità, la liquidazione di esso deve avvenire in base al c.d. "valore di rimpiazzo" se ha colpito cose materiali;...

Correlazioni:

Legislazione Correlata (1)