Estremi:
Cassazione civile, 07/05/2019, (ud. 08/11/2018, dep.07/05/2019),  n. 11902
  • Intestazione

                        LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                            SEZIONE SESTA CIVILE                         
                                SOTTOSEZIONE 3                           
                  Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:              
    Dott. FRASCA   Raffaele                            -  Presidente   - 
    Dott. SESTINI  Danilo                              -  Consigliere  - 
    Dott. RUBINO   Lina                                -  Consigliere  - 
    Dott. SCRIMA   Antonietta                          -  Consigliere  - 
    Dott. D'ARRIGO Cosimo                         -  rel. Consigliere  - 
    ha pronunciato la seguente:                                          
                         ORDINANZA                                       
    sul ricorso iscritto al n. 16054-2017 R.G. proposto da: 
                D.R.,              M.F., elettivamente domiciliati in 
    Roma, Via Giacomo Boni 15, presso lo studio dell'avvocato Elena 
    Sambataro, rappresentati e difesi dall'avvocato Giovanni Lentini; 
    - ricorrenti - 
    contro 
                  C.T.V., elettivamente domiciliata in Roma, Piazza del 
    Fante 2, presso lo studio dell'avvocato Giovanni Palmeri, 
    rappresentata e difesa dall'avvocato Salvatore Giovanni Di Stefano 
    Messina; 
    - controricorrente - 
    contro 
    BANCA NAZIONALE DEL LAVORO S.P.A.; 
    - intimata - 
    avverso il provvedimento del Tribunale di Marsala, depositato il 
    03/04/2017; 
    letta la proposta formulata dal Consigliere relatore ai sensi degli 
    artt. 376 e 380-bis c.p.c.; 
    letti il ricorso e il controricorso; 
    udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non 
    partecipata dell'8 novembre 2018 dal Consigliere Dott. Cosimo 
    D'Arrigo. 
                     

  • Fatto

    RITENUTO

    M.F. e D.R., debitori esecutati nella espropriazione forzata immobiliare proposta ai loro danni dalla Banca Nazionale del Lavoro s.p.a., a seguito dell'aggiudicazione dell'immobile a C.T.V. ad un prezzo ben più basso di quello inizialmente stimato (così determinatosi a seguito di numerose aste deserte), presentavano al giudice dell'esecuzione istanza affinchè, ai sensi dell'art. 586 c.p.c., comma 1, sospendesse la vendita in quanto l'offerta pervenuta era notevolmente inferiore all'effettivo valore del bene.

    Il giudice dell'esecuzione, con provvedimento del 3 luglio 2017, rigettava l'istanza e disponeva che il custode procedesse alla liberazione dell'immobile.

    Avverso tale decisione il M. e la D. hanno proposto ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., per violazione dell'art. 2910 c.c., in riferimento all'art. 586 c.p.c., e all'art. 164-bis disp. att. c.p.c., nonchè dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali in materia di diritto all'abitazione.

    La C. ha resistito con controricorso.

    Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all'art. 380-bis c.p.c., (come modificato dal comma 1, lett. e), del D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.

  • Diritto

    CONSIDERATO

    In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata.

    Il provvedimento impugnato è costituito da un'ordinanza con la quale il giudice dell'esecuzione rigetta l'istanza dei debitori esecutati di sospendere la procedura di rilascio dell'immobile e di soprassedere all'emissione del decreto di trasferimento.

    Ove si ritenga che tale istanza abbia introdotto un giudizio contenzioso, incidentale al processo esecutivo, lo stesso deve essere qualificato come proposto ai sensi dell'art. 617 c.p.c., in quanto volto a contestare la legittimità di un atto espropriativo (in particolare, l'aggiudicazione dell'immobile alla C.). In tal caso, il provvedimento impugnato sarebbe qualificabile come "provvedimento indilazionabile" adottato ai sensi dell'art. 618 c.p.c., comma 2, e, dopo la sua pronuncia, avrebbe dovuto essere onere degli esecutati opponenti introdurre il giudizio nel merito. Non osta a tale conclusione la circostanza che il giudice dell'esecuzione non abbia fissato un termine per la riassunzione, dal momento che, in difetto, sarebbe stato onere degli interessati rivolgersi al giudice affinchè fissasse il termine mancante. In ogni caso, non avendo coltivato il giudizio nel merito, gli opponenti non possono ricorrere direttamente per cassazione avverso un provvedimento di indubbia natura interinale.

    I termini della questione non cambiano neppure qualora si ritenga che l'istanza dei debitori avesse, invece, la finalità di sollecitare l'adozione, da parte del giudice dell'esecuzione, di un provvedimento officioso di natura meramente ordinatoria del processo esecutivo. Tale genere di provvedimento, infatti, non è direttamente ricorribile per cassazione. Vale, al contrario, la regola secondo cui tutti i provvedimenti del giudice dell'esecuzione per i quali non sia previsto uno speciale mezzo di impugnazione (quale, ad esempio, quello di cui all'art. 630 c.p.c., comma 3), sono soggetti al rimedio generale di cui all'art. 617 c.p.c.. Pertanto, anche in questo caso, gli esecutati avrebbero dovuto proporre opposizione agli atti esecutivi, anzichè ricorrere direttamente per cassazione.

    Il ricorso straordinario, infatti, è inammissibile in tutti i casi in cui il provvedimento impugnato non ha carattere di definitività, sia per il suo contenuto intrinseco, sia perchè l'ordinamento processuale prevede un diverso mezzo di impugnazione.

    In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

    Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico dei ricorrenti in solido, ai sensi dell'art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo.

    Ricorrono altresì i presupposti per l'applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte degli impugnanti soccombenti, di un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello già dovuto per l'impugnazione da loro proposta.

  • PQM

    P.Q.M.

    dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

    Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

    Motivazione semplificata.

    Così deciso in Roma, il 8 novembre 2018.

    Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2019