Estremi:
Cassazione penale, 2019,
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con sentenza del 31 marzo - 5 giugno 2017 la Corte di assise di Genova aveva giudicato I.D.M., dichiarato latitante, tratto a giudizio per rispondere dei seguenti reati:

    A) reato di cui all'art. 416 c.p., commi 2 e 6, perchè con altri separatamente giudicati partecipava all'associazione dedita alla commissione di più delitti di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 12, comma 3 bis, inerenti all'introduzione illegale in territorio italiano di cittadini extracomunitari tramite trasporti via mare dall'(OMISSIS) verso le coste italiane con predisposizione di mezzi e ripartizione di ruoli; in (OMISSIS), in acque internazionali e in territorio italiano, dal (OMISSIS);

    B) del reato di cui all'art. 110 c.p., D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 12, comma 3, lett. a), b), d, comma 3 bis, e comma 3 ter, lett. b), per avere, in concorso con altri separatamente giudicati, sia operanti come scafisti, sia dediti all'organizzazione del trasporto di esseri umani, effettuato il trasporto da (OMISSIS) alle coste prospicienti la Sicilia di 106 cittadini extracomunitari originari di (OMISSIS) per procurarne illegalmente l'ingresso nel territorio dello Stato, concentrandoli su un peschereccio al largo di (OMISSIS) e poi conducendo l'imbarcazione verso il (OMISSIS) da dove veniva richiesto soccorso con l'uso di un telefono satellitare fino a che la nave mercantile (OMISSIS), su indicazione delle Autorità italiane, ne aveva curato il trasbordo e il successivo sbarco a (OMISSIS); in Egitto, in acque internazionali e fino a (OMISSIS), dall'inizio di (OMISSIS);

    F) del reato di cui all'art. 495 c.p., comma 2, per aver reso false dichiarazioni alla Polizia di Stato dinanzi alla quale il (OMISSIS) aveva sostenuto di essere ancora minorenne, mentre egli aveva già raggiunto la maggiore età.

    La Corte di assise aveva ritenuto l'imputato responsabile dei delitti a lui ascritti e, riuniti gli stessi in...

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. L'impugnazione solleva la quaestio iuris relativa alla legittimità della celebrazione del processo in absentia nei confronti dell'imputato, la dichiarazione della cui assenza, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 420 bis c.p.p., si sia fondata sul presupposto che l'indagato abbia eletto il domicilio presso il difensore di ufficio, particolarmente nell'ipotesi in cui tale elezione sia avvenuta all'atto della sua identificazione da parte della polizia giudiziaria, con corrispondente nomina del difensore di ufficio.

    2. L'orientamento fatto proprio dalla Corte di assise di appello è imperniato sull'affermazione del principio secondo cui, in tema di processo celebrato in assenza dell'imputato, la conoscenza dell'esistenza del procedimento penale a carico dello stesso non può essere desunta dall'elezione di domicilio presso il difensore di ufficio effettuata, nell'immediatezza dell'accertamento del reato, in sede di redazione del verbale di identificazione d'iniziativa della polizia giudiziaria, in epoca anteriore alla formale instaurazione del procedimento, che si verifica soltanto con l'iscrizione del nome della persona sottoposta ad indagini nel registro di cui all'art. 335 c.p.p. (Sez. 1, n. 16416 del 02/03/2017, Somai, Rv. 269843; Sez. 2, n. 9441 del 24/01/2017, Seli, Rv. 269221).

    Muovendo dalla ratio posta alla base della L. n. 67 del 2014, che ha regolato il processo in assenza dell'imputato, con la corrispondente elisione dell'istituto della contumacia, si fa notare che, assodata la rassegna delle categorie di situazioni legittimanti, ai sensi dell'art. 420 bis c.p.p., la celebrazione del processo senza la presenza dell'imputato (ossia: la sussistenza, al momento della costituzione delle parti, in sede di udienza preliminare o dibattimentale, della prova certa della conoscenza da parte dell'imputato della data dell'udienza e della sua espressa rinuncia a parteciparvi; la sussistenza di...

Correlazioni:

Note a sentenza (1)

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