Estremi:
Cassazione penale, 2018,
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    La Corte di appello di Catanzaro, con sentenza del 28 settembre 2017, ha confermato la sentenza del 10 marzo 2015 con la quale il Tribunale di Ciosenbza aveva dichiarato la penale responsabilità di G.F., relativamente ai reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 4 e 2, limitatamente alla evasione dell'IRES quanto alla prima delle due imputazioni contestate, per avere egli, in esecuzione di un unico disegno criminoso, in qualità di legale rappresentante della Lairte Srl, indicato nelle dichiarazioni dei redditi della predetta Società nell'anno di imposta 2010 elementi passivi fittizi ed avendo omesso di indicare elementi attivi reali per un complessivo importo superiore al 10% degli elementi attivi indicati e per essersi avvalso, nella redazione della predetta dichiarazione dei redditi, di fatture relative ad operazioni passive oggettivamente inesistenti.

    Per i reati di cui sopra, unificati sotto il vincolo della continuazione e concesse le circostanze attenuanti generiche, la Corte di Catanzaro ha confermato la pena già irrogata dal Tribunale bruzio nella misura di anni 1 e mesi 1 di reclusione, oltre accessori.

    La Corte di appello ha, altresì, escluso sia di potere considerare il fatto di particolare tenuità, ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen., sia di potere concedere il beneficio della non menzione, in considerazione della complessiva gravità delle condotte in contestazione.

    Avverso la predetta sentenza ha interposto ricorso per cassazione il prevenuto, articolando sette motivi di impugnazione.

    Il primo motivo di impugnazione concerne il vizio di motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui è stata ritenuta la inesistenza di taluni costi indicati in deduzione nella dichiarazione presentata dal G., sebbene la documentazione presente in atti abbia, al massimo, consentito di affermarne la indeducibilità per difetto di documentazione ma non per la loro...

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    Il ricorso è fondato nei sensi di cui in motivazione.

    Per evidenti ragioni di economia processuale ritiene il Collegio di dovere esaminare prioritariamente il quinto fra i motivi di ricorso dedotti dalla difesa del G., riferito all'aver i giudici del merito considerato presuntivamente riferibili a ricavi, non dichiarati, i prelievi di cassa eseguiti dall'imputato.

    Tale deduzione, tuttavia, si basa su una presunzione che, nella sua assolutezza risulta essere tipicamente riconducibile al solo diritto tributario e non può estendere il suo campo di azione anche all'accertamento penale dei reati.

    Più volte, infatti, questa Corte ha affermato, confermato e ribadito il principio secondo il quale le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono costituire di per sè fonte di prova della commissione dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, potendo solamente essere fondamento di elementi indiziari atti a giustificare l'adozione di misure cautelari reali a carico del soggetto interessato (Corte di cassazione, Sezione 3 penale, 8 giugno 2018, n. 26274). Si tratta, infatti, come in altra occasione è stato precisato da questa Corte con riferimento alle risultanze derivanti dalla presunzioni previste dal diritto tributario (ed il richiamo era proprio alla riconduzione a ricavi o compensi dei prelevamenti operati dal contribuente), di elementi che non possono costituire di per sè fonte di prova della commissione del reato, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell'esistenza della condotta criminosa (Corte di cassazione, Sezione 3 penale, 16 luglio 2015, n. 30890; idem 13 febbraio 2013, n. 7078).

    Nel caso in esame non risulta che la Corte catanzarese abbia preso in esame, come indicato dalla giurisprudenza di questa Corte, ulteriori...

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