• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    T.M. chiamava in giudizio G.A., proprietaria di immobile vicino a quello dell'attore, e con la citazione a comparire davanti al Tribunale di Bari lamentava che la convenuta aveva apposto, sulla parete del proprio immobile, il contatore e il tubo del gas a distanza inferiore rispetto a quella prescritta.

    Chiedeva quindi la condanna della vicina a riposizionare contatore e tubo alla distanza legale.

    La convenuta si costituiva e chiedeva di essere autorizzata a chiamare in giudizio Italgas S.p.A., proprietaria dell'erogatore e del tubo di alimentazione del proprio appartamento.

    Autorizzata ed eseguita la chiamata il tribunale rigettava la domanda.

    Esso riconosceva che il contatore e il tubo erano di proprietà di Italgas.

    Quindi la convenuta non poteva essere condannata al loro spostamento, nè, soggiungeva il tribunale, tale condanna poteva essere pronunciata a carico di Italgas, atteso che nei suoi confronti il T. non aveva proposto domanda.

    La sentenza era confermata dalla Corte d'Appello di Bari, che condivideva la valutazione del primo giudice sulla mancanza di domanda contro il terzo chiamato.

    La corte di merito aggiungeva che, fino a quando Italgas non spostava il contatore e il tubo di alimentazione, non poteva pretendersi dalla convenuta lo spostamento del tubo di sua proprietà, dipartentesi questo dall'erogatore.

    Per la cassazione della sentenza T.M. ha proposto ricorso, affidato a tre motivi.

    G.A. ha resistito con controricorso, illustrato con memoria.

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 889 c.p.c..

    La corte d'appello non ha considerato che l'intero impianto del gas era posto ad una distanza inferiore dal confine con la proprietà dell'attore e che di tale impianto solo la parte esterna era di proprietà dell'Italgas (quella che collega la rete stradale al misuratore), mentre la restante parte dell'impianto (quella che si diparte dal misuratore verso l'interno) era di proprietà della G., responsabile della relativa violazione.

    Il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 949 c.c..

    Essendo la convenuta proprietaria di parte dell'impianto, essa era legittimata passiva rispetto alla negatoria servitutis proposta dall'attore per far valere la violazione delle distanze.

    Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 106 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

    Il ricorrente sostiene che, con riferimento alla chiamata di Italgas non ricorreva l'ipotesi della chiamata in garanzia (riscontrata dalla corte d'appello), ma della chiamata del terzo che il convenuto chiamante affermi essere il vero soggetto passivo del rapporto dedotto il giudizio.

    La domanda dell'attore, pertanto, si estendeva automaticamente al terzo, senza che fosse necessaria un'espressa istanza dell'attore.

    E' prioritario l'esame del terzo motivo, che è fondato.

    L'azione diretta al rispetto delle distanze legali è modellata sullo schema dell'actio negatoria servitutis, essendo rivolta non già all'accertamento del diritto di proprietà dell'attore, bensì a respingere l'imposizione di limitazioni a carico della proprietà, suscettibili di dar luogo a servitù (Cass. n. 25342/2016).

    Tale azione, in considerazione del carattere reale, è esperibile esclusivamente nei confronti del proprietario confinante (Cass. n. 20126/2006).

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