• Fatto

    FATTI DI CAUSA

    Le persone indicate in epigrafe come "controricorrenti", con ricorso depositato il 27/4/2011, hanno proposto la domanda intesa ad ottenere l'equa riparazione del danno conseguente alla durata non ragionevole della procedura fallimentare aperta, innanzi al tribunale di Napoli, nei confronti della s.p.a. Calzaturificio Cillo, con sentenza del 20/7/1995 ed ancora pendente.

    Il Ministero della giustizia, costituendosi in giudizio, ha dedotto: il difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti, non avendo gli stessi fornito prova adeguata della insinuazione al passivo nella procedura fallimentare; l'irrilevanza, per la maggior parte dei ricorrenti, del credito vantato e dei tempi di durata della procedura, anche in ragione dell'intervento del Fondo di garanzia presso l'INPS tra l'aprile del 2003 ed il 16/7/2009; l'inammissibilità del ricorso, per indeterminatezza dello stesso, in mancanza dell'individuazione della data di insinuazione al passivo ed in mancanza della prova dell'illecito e del danno da esso causato e, comunque, dell'ascrivibilità della pretesa irragionevole durata del processo al comportamento colposo dello Stato; in subordine, la procedura fallimentare è stata di complessità superiore alla media, per il notevole numero dei creditori, per l'entità del passivo da accertare e per le opposizioni allo stato passivo, con l'individuazione di una durata ragionevole in sette anni, cui vanno aggiunti altri due anni per la stasi fra i due gradi e le operazioni di chiusura del fallimento, con conseguente assenza di ritardo riparabile.

    La corte d'appello di Roma, con decreto depositato in data 11/10/2016, ha accolto la domanda, condannando il Ministero al pagamento, a titolo di equa riparazione del danno non patrimoniale subito dai ricorrenti, della somma di Euro 4.500,00 ciascuno.

    La corte d'appello, in particolare, dopo aver premesso che la prova delle istanze di ammissione al passivo emerge dalla...

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando l'omessa motivazione su un fatto decisivo della controversia che ha formato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui la corte d'appello ha omesso di valutare l'eccezione di improcedibilità del ricorso per la genericità dello stesso in ordine al dies a quo, e cioè la data di insinuazione del credito al passivo, limitandosi a ritenere raggiunta la prova sullo an circa la partecipazione alla procedura fallimentare, per di più facendo altrettanto genericamente decorrere il dies a quo dall'anno 1995, in ciò, tra l'altro, pretermettendo ogni ulteriore valutazione circa la complessità del caso, poichè, come dedotto innanzi alla corte d'appello, richiamando a sostegno delle proprie eccezioni la relazione informativa del curatore in data 2/3/2015 (v. il ricorso, p. 12 ss), i crediti lavorativi erano riferiti non solo ai cento lavoratori dipendenti della società fallita, ma anche ad altri cento lavoratori a domicilio retribuiti a cottimo, specie se si considera, ha aggiunto il ricorrente, la permanenza dei rapporti lavativi nel corso della procedura per effetto della CIG straordinaria, con relativa maturazione di emolumenti e la relativa necessità di istanze di insinuazione integrative.

    2. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e/o la falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, nonchè dell'art. 75 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui la corte d'appello, avendo assunto quale dies a quo la data di presentazione del ricorso, e cioè il 27/4/2011, ed avendo, poi, fatto riferimento ad un arco temporale complessivo di durata pari a sedici anni, ha, in definitiva, assunto, quale dies a quo, il 27/4/1995, vale a dire una data nella quale il fallimento non era neppure stato aperto, per cui tale...

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