• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. La Corte di appello di Milano confermava la responsabilità dei ricorrenti per il reato di estorsione, rideterminando la pena inflitta in primo grado al C. tenuto conto dell'estinzione per decorso del termine di prescrizione di alcuni reati satellite.

    2.Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore degli imputati che deduceva:

    2.1. vizio di legge: si deduceva l'inutilizzabilità dei contenuti della intercettazione intercorsa tra il V. e l'avv. Bersani; tale conversazione, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, non avrebbe contenuto amicale, ma professionale, non rilevando il fatto che il mandato defensionale non fosse stato conferito e che l'imputato non fosse all'epoca iscritto nel registro degli indagati;

    2.2. vizio di legge e di motivazione: si deduceva che il fatto contestato era stato erroneamente qualificato come estorsione, laddove in ragione dell'esistenza di un credito esigibile vantato da V. nei confronti della persona offesa e delle modalità delle minacce avrebbe dovuto essere inquadrato nella fattispecie prevista dall'art. 393 c.p..

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Il ricorso è manifestamente infondato.

    1.1. Con riferimento al primo motivo che invoca il riconoscimento dell1inutilizzabilità dei contenuti della intercettazione tra il V. e l'avv. Bersani il collegio ribadisce che il divieto di intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni dei difensori, non riguarda indiscriminatamente tutte le conversazioni di chi riveste tale qualifica, e per il solo fatto di possederla, ma solo le conversazioni che attengono alla funzione esercitata, in quanto la "ratio" della regola posta dall'art. 103 c.p.p., va rinvenuta nella tutela del diritto di difesa. Con specifico riguardo alla intercettazione di un colloquio tra l'indagato ed un avvocato, legati da uno stretto rapporto di amicizia, per la cui utilizzabilità la Corte ha ritenuto necessario che il giudice del merito dovesse valutare: a) se quanto detto dall'indagato fosse finalizzato ad ottenere consigli difensivi professionali o non costituisse piuttosto una mera confidenza fatta all'amico; b) se quanto detto dall'avvocato avesse natura professionale oppure consolatoria ed amicale a fronte delle confidenze ricevute (Cass. sez. 2, n. 26323 del 29/05/2014 - dep. 18/06/2014, P.M. in proc. Canestrale, Rv. 259585).

    Nel caso di specie i giudici di merito di entrambi i gradi di giudizio hanno valutato che la conversazione censurata non avesse un contenuto professionale ma amicale (cosi la sentenza impugnata a pag. 12).

    La valutazione conforme di merito espressa sul punto dai giudici di entrambi i gradi di giudizio non risulta scalfita dalle doglianze difensive orientate a qualificare il contenuto della conversazione come professionale nonostante la stessa si fosse risolta per stessa ammissione difensiva nella apprensione del problema e nella indicazione di un professionista competente per gestire la situazione processuale del C..

    1.2. Anche il secondo motivo di ricorso...

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