• Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. Nel 2003 P.C., P.M. e D.P.D. convennero dinanzi al Tribunale di Bassano del Grappa S.F., esponendo:

    (-) di essere prossimi congiunti del defunto P.G.;

    (-) che la convenuta era figlia del defunto S.P., nel 2000 presidente del collegio sindacale della Banca Popolare di Marostica;

    (-) la Banca Popolare di Marostica aveva abusivamente investito i fondi ivi depositati dal defunto P.G. in titoli ad alto rischio;

    (-) P.C., figlia di P.G., aveva denunciato l'accaduto ai vertici della banca;

    (-) il (OMISSIS), nel corso di un'assemblea dei soci della banca, S.P. svelò pubblicamente l'entità del patrimonio di P.G., pari a 10.000.000.000 di Lire, ed inoltre insinuò - secondo la lettura che gli odierni ricorrenti diedero delle sue parole - che tali risparmi avrebbero avuto una provenienza poco trasparente, se non illecita.

    Chiesero pertanto la condanna della convenuta, quale erede del defunto S.P., al risarcimento dei danni rispettivamente patiti dagli attori in conseguenza dei fatti appena descritti.

    2. La convenuta si costituì negando la responsabilità del proprio dante causa.

    Con sentenza 2 agosto 2007 n. 449 il Tribunale di Bassano del Grappa rigettò le domande.

    La Corte d'appello di Venezia, con sentenza 6 febbraio 2014 n. 313, rigettò il gravame proposto dai soccombenti.

    Per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte d'appello ritenne che:

    (a) S.P. non commise alcun fatto illecito consistente nella divulgazione del segreto bancario nella violazione del diritto alla riservatezza di P.G.; infatti l'avere affermato pubblicamente che P.G. avesse investito 10.000.000.000 di Lire fu affermazione imposta dalla necessità di difendere l'operato del...

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. Il primo motivo di ricorso.

    1.1. Col primo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 2370,2377 e 2400 c.c..

    Tali norme sarebbero state violate, secondo i ricorrenti, perchè "le espressioni utilizzate da S.P. nel corso dell'assemblea del (OMISSIS) hanno leso i principi di rango costituzionale volti a tutelare il diritto del socio di partecipare all'assemblea e di esprimere senza condizionamenti senza timore di minacce la propria opinione".

    Il senso della censura è che S.P., con le espressioni sopra ricordate, volle indurre P.C. ad astenersi dall'intervenire nell'assemblea, sostanzialmente minacciando di divulgare dati attinenti la sfera privata.

    1.2. Il motivo è inammissibile.

    Dalla sentenza impugnata, e tanto meno dal ricorso, risulta che sia mai stata prospettata, nei gradi di merito, una domanda di risarcimento del danno "da induzione a non partecipare all'assemblea".

    In primo ed in secondo grado gli attori prospettarono unicamente una lesione dell'onore e della reputazione derivante dalla divulgazione del segreto bancario e dal preteso contenuto diffamatorio delle dichiarazioni di S.P..

    E va da sè che in materia di diritti di obbligazione scaturenti da fatti illeciti, mutare la condotta che si assume causativa del danno equivale a mutare il fatto costitutivo della pretesa e, con esso, la domanda.

    2. Il secondo motivo di ricorso.

    2.1. Col secondo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, artt. 15 e 24.

    Deducono i ricorrenti che S.P., dichiarando pubblicamente che il patrimonio di P.G. ascendeva a 10.000.000.000 di lire, avrebbe violato i "dati sensibili" del risparmiatore, e che tale condotta legittima di...

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