• Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. F.F., nella veste di genitore del minore F.E., nel 2000 convenne dinanzi al Tribunale di Velletri, sezione di Albano, S.K., la Assid s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa e l'Assitalia s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in Generali Italia s.p.a.; d'ora innanzi, sempre e comunque, "la Generali"), chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti dal proprio figlio F.E. in conseguenza d'un sinistro stradale, avvenuto il 10.5.1997 e causato - nella prospettazione attorea - da un veicolo Opel di proprietà di S.K. ed assicurato dalla Assid.

    Il contraddittorio venne integrato nei confronti di H.S., che risultò proprietario del veicolo Opel.

    2. Con sentenza 16.2.2006 n. 258 il Tribunale accolse la domanda, e liquidò alla vittima la somma di Euro 77.435 a titolo di risarcimento del danno biologico, ed Euro 58.998,75 a titolo di risarcimento del "danno morale".

    3. La Corte d'appello di Roma, adita dalla parte vittoriosa che domandava una più cospicua liquidazione del risarcimento, con sentenza 15.7.2014 n. 4747, rigettò il gravame.

    La Corte d'appello, dopo avere premesso che l'appellante aveva formulato una "generica perorazione volta a sostituire un diverso giudizio a quello fatto proprio dal primo giudice", ritenne che:

    (-) il grado di invalidità permanente patito dalla vittima fu correttamente stimato dal primo giudice nella misura del 30%;

    (-) il giudice di primo grado aveva adeguatamente personalizzato il risarcimento del danno non patrimoniale, tenendo in debito conto le specificità del caso concreto per come dedotte e dimostrate;

    (-) la vittima non aveva dimostrato di avere subito alcun danno patrimoniale da riduzione della capacità di lavoro.

    4. La sentenza d'appello è stata impugnata per cassazione da F.E., nelle more del giudizio divenuto...

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. Il primo motivo di ricorso.

    1.1. Col primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta il vizio di nullità processuale, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 4.

    Deduce che la Corte d'appello avrebbe erroneamente ritenuto generico, ai sensi dell'art. 342 c.p.c., un appello che invece doveva ritenersi specifico e perciò ammissibile, in particolare sotto tre profili:

    (-) nella parte in cui aveva lamentato "l'omessa valutazione e liquidazione del danno alla vita di relazione sociale del danno esistenziale";

    (-) nella parte in cui aveva lamentato "l'omessa valutazione e liquidazione del danno di natura psichica consistito nella ipocondria depressiva";

    (-) nella parte in cui aveva lamentato l'omessa valutazione del danno patrimoniale alla capacità lavorativa.

    1.2. Il motivo è inammissibile per difetto di rilevanza.

    E' vero, infatti, che la corte d'appello a p. 2 della sentenza oggi in esame ha affermato "l'appello è inammissibile per difetto di specificità dei motivi ai sensi dell'art. 342 c.p.c.".

    Tuttavia è altresì vero che, nelle pagine seguenti, la Corte d'appello non solo mostra di avere perfettamente compreso quale fosse il contenuto delle censure proposte dall'appellante, ma le esamina nel merito e le dichiara infondate. La sentenza si conclude poi con un dispositivo nel quale si dichiara di "respingere l'appello".

    Ora, è noto che i provvedimenti giurisdizionali vanno interpretati e qualificati sub specie iuris non già estrapolandone singole parti, ma valutandoli nel loro complesso.

    Nel nostro caso sia il diffuso esame dei motivi d'appello contenuto nelle pp. da 3 a 6 comprese della sentenza; sia il dispositivo di reiezione dell'appello, impongono di concludere che la Corte d'appello non abbia affatto inteso dichiarare "inammissibile", ai sensi dell'art. 342 c.p.c., il gravame, ma l'abbia esaminato e...

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