• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con decreto del 28 gennaio 2015 il Tribunale di Reggio Calabria ha imposto nei confronti di G.C. la misura della sorveglianza speciale per un periodo di anni tre, con obbligo di residenza e del versamento di una cauzione; gli indicatori della pericolosità, inquadrabili nella categoria soggettiva di cui al D.Lgs. del 6 settembre 2011, n. 159, art. 4, comma 1, lett. a), sono stati desunti dalla presenza di due procedimenti penali a suo carico. Il primo, conclusosi con la condanna alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione, sospesa alle condizioni di legge, per il reato di cui al D.L. 8 giugno 1992, n. 306, art. 12-quinques, conv. dalla L. 7 agosto 1992, n. 356, aggravato ai sensi del D.L. 13 maggio 1991, n. 152, art. 7, conv. dalla L. 12 luglio 1991, n. 203, la cui consumazione si colloca il 26 marzo 2010; il secondo, riguardante l'accusa di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo mafioso, individuabile nella organizzazione territoriale locale di ‘ndrangheta la cui attività si sviluppa nella zona calabrese di (OMISSIS), reato per il quale l'interessato era stato rinviato a giudizio nel corso del 2011, e dal quale è stato assolto in entrambi i gradi di merito, per non aver commesso il fatto. Tale decisione non è definitiva, essendo intervenuto annullamento della sentenza di secondo grado con pronuncia Sez. 1, n. 55359 del 17/06/2016.

    In relazione ad entrambe le accuse l'interessato risulta aver subito custodia cautelare complessivamente per undici mesi, con riguardo ai fatti per cui ha riportato condanna, e successivamente per un periodo imprecisato, in relazione all'imputazione associativa, dalla quale è stato successivamente assolto.

    La Corte di appello di Reggio Calabria con decreto del 1 aprile 2016 ha parzialmente respinto l'appello proposto e, confermata l'imposizione della misura, ne ha ridotto la durata ad anni due.

    Richiamati i principi in tema di presupposti...

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. La questione di diritto per la cui soluzione il ricorso è stato rimesso alle Sezioni unite può essere così riassunta:

    "Se, nel procedimento applicativo delle misure di prevenzione personali nei confronti degli indiziati di appartenere ad una associazione di tipo mafioso, sia necessario accertare il requisito della attualità della pericolosità del proposto".

    2. Appare necessario premettere all'analisi della questione proposta che è del tutto pacifico che sia possibile svolgere in sede di legittimità il controllo inerente all'esatta applicazione della legge, sui provvedimenti applicativi della misura di prevenzione, ove si profila la totale esclusione di argomentazione su un elemento costitutivo della fattispecie che legittima l'applicazione della misura, configurandosi, in caso di radicale mancanza di argomentazione su punto essenziale, la nullità del provvedimento ai sensi delle disposizioni di cui all'art. 111 Cost., comma 6, art. 125 c.p.p., comma 3, D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, art. 7, comma 1, poichè l'apparato giustificativo costituisce l'essenza indefettibile del provvedimento giurisdizionale.

    Nella specie, come accennato in narrativa, il decreto impugnato argomenta in punto di valutazione di attualità della pericolosità con richiamo ai principi giurisprudenziali che, in tema di partecipazione associativa, ritengono la natura tendenzialmente stabile del vincolo che si crea, in particolare nella ‘ndrangheta, per i vincoli di coesione e solidarietà tra gli associati, ed espone che, in mancanza di qualsiasi emergenza concreta sullo scioglimento della compagine, o sul recesso dell'interessato dalla medesima, si possa trarre conferma dell'attualità e della persistenza della pericolosità sociale.

    L'opzione interpretativa posta a fondamento della decisione circoscrive l'ambito di argomentazione in ordine ad uno degli elementi legittimanti l'applicazione della misura....

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