Estremi:
Cassazione civile, 2017,
  • Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. Con sentenza n. 2198, depositata il 31.01.2014, la Corte di cassazione, in accoglimento del ricorso dell'Agenzia delle entrate, ha cassato la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio n. 325/1/09 e, con decisione nel merito, ha confermato la ripresa fiscale per IRPEG, IRAP e IVA operata dall'Ufficio sul presupposto che talune fatture rimesse alla contribuente riguardano operazioni soggettivamente inesistenti.

    La suddetta sentenza n. 2198/14 ha ritenuto accertato che le prestazioni fatturate alla contribuente fossero state erogate da soggetto diverso da quello che aveva emesso la fattura e percepito VIVA in rivalsa; conseguentemente, oltre che aver ritenuto non detraibile l'IVA, ha statuito la non deducibilità dei costi sostenuti in misura del corrispettivo versato, in ragione della implicita prova dell'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero, desunta dalle deposizioni rese in sede penale da terzi.

    2. A seguito di ricorso per revocazione proposto dalla società contribuente, al quale l'Agenzia ha resistito con controricorso, con ordinanza interlocutoria n.1443/2016 la Corte di cassazione, sezione sesta civile tributaria, ha rimesso il ricorso alla sezione quinta per la trattazione in pubblica udienza, ritenendolo ammissibile.

    3. Il ricorso, articolato su un'unica doglianza e corroborato da memoria ex art. 378 c.p.c., è stato fissato all'odierna udienza pubblica. L'Agenzia delle entrate ha presentato controricorso e partecipato alla discussione in pubblica udienza.

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1.1. La ricorrente propone ricorso con riferimento alla questione della denegata deducibilità dei corrispettivi esposti nelle fatture attestanti le operazioni soggettivamente inesistenti.

    La censura riguarda la affermazione contenuta nella sentenza n. 2198/14 - dopo la testuale trascrizione della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4 bis, come modificato dal D.L. n. 16 del 2012, art. 8, comma 1 ("Nella determinazione dei redditi di cui al testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 6, comma 1, non sono ammessi in deduzione i costi e le spese dei beni o delle prestazioni di servizio direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo per il quale il pubblico ministero abbia esercitato l'azione penale. Qualora intervenga una sentenza definitiva di assoluzione, compete il rimborso delle maggiori imposte versate in relazione alla non ammissibilità in deduzione prevista dal periodo precedente e dei relativi interessi") - della suddetta indeducibilità, argomentata sulla considerazione che, nella specie, vi era implicitamente prova che il pubblico ministero avesse esercitato l'azione penale "come desumibile dalle deposizioni di terzi rese in sede penale"; in proposito la Corte ha stabilito: "non sono deducibili per l'acquirente dei beni i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti, fatto salvo, qualora intervenga una sentenza definitiva di assoluzione, il rimborso delle maggiori imposte versate in relazione alla non ammissibilità in deduzione dei costi e dei relativi interessi".

    Secondo la ricorrente, la statuizione della Corte sarebbe affetta da vizio revocatorio consistente nella mancata percezione del fatto che il procedimento penale conseguente all'esercizio dell'azione penale a cui si fa riferimento nella sentenza qui gravata si era definito con l'assoluzione dei legali rappresentanti della...

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