Estremi:
Cassazione civile, 27/11/2017, (ud. 09/11/2017, dep.27/11/2017),  n. 28312 Vedi massime correlate
  • Intestazione

                        LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                            SEZIONE SESTA CIVILE                         
                                SOTTOSEZIONE T                           
                  Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:              
    Dott. CIRILLO    Ettore                           -  Presidente   -  
    Dott. MANZON     Enrico                      -  rel. Consigliere  -  
    Dott. NAPOLITANO Lucio                            -  Consigliere  -  
    Dott. LUCIOTTI   Lucio                            -  Consigliere  -  
    Dott. SOLAINI    Luca                             -  Consigliere  -  
    ha pronunciato la seguente:                                          
                         ORDINANZA                                       
    sul ricorso 22023-2016 proposto da: 
               V.P.,              V.R., SANTA MARTA SNC DI            
    V.P. E C, in persona del legale rappresentante pro tempore, 
    elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ALESSANDRO FARNESE 7, presso 
    lo studio dell'avvocato CLAUDIO BERLIRI, che li rappresenta e 
    difende unitamente all'avvocato MAURO BUSSANI; 
    - ricorrenti - 
    contro 
    AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro 
    tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, 
    presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e 
    difende ope legis; 
    - controricorrente - 
    avverso la sentenza n. 958/42/2016 della COMMISSIONE TRIBUTARIA 
    REGIONALE di MILANO, depositata il 22/02/2016; 
    udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non 
    partecipata del 09/11/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO MANZON. 
    Disposta la motivazione semplificata su concorde indicazione del 
    Presidente e del Relatore. 
                     

  • Fatto

    FATTO E DIRITTO

    Rilevato che:

    Con sentenza in data 17 febbraio 2016 la Commissione tributaria regionale della Lombardia accoglieva parzialmente l'appello proposto dalla Santa Marta snc di V.P. & C., V.P. e V.R. avverso la sentenza n. 54/1/15 della Commissione tributaria provinciale di Lecco che ne aveva respinto i ricorsi contro gli avvisi di accertamento IRAP, IVA ed altro, IRPEF ed altro loro rispettivamente notificati per l'annualità fiscale 2008. La Commissione tributaria regionale, per la parte che qui rileva, osservava in particolare che non sussisteva la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, eccepita con specifico riguardo al mancato rispetto del termine dilatorio in tale disposizione legislativa previsto, trattandosi di accertamento c.d. "a tavolino"; che il gravame risultava parzialmente infondato nel merito con riguardo alla ripresa fiscale fondata sulla presunzione di ricavi correlativa ai prelevamenti sui conti societari fatti dalle due socie.

    Avverso la decisione hanno proposto ricorso per cassazione le contribuenti deducendo tre motivi.

    Resiste con controricorso l'Agenzia delle entrate.

    Le contribuenti hanno depositato una memoria.

    Considerato che:

    Con il primo motivo -ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, - le ricorrenti lamentano la violazione/falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, poichè la CTR ne ha affermato l'inapplicabilità, trattandosi di accertamento societario c.d. "a tavolino" ossia senza accesso presso i locali della società verificata.

    La censura è fondata.

    Va ribadito che:

    -"La garanzia di cui alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, comma 7, si applica a qualsiasi atto di accertamento o controllo con accesso o ispezione nei locali dell'impresa, ivi compresi gli atti di accesso istantanei finalizzati all'acquisizione di documentazione, in quanto la citata disposizione non prevede alcuna distinzione ed è, comunque, necessario redigere un verbale di chiusura delle operazioni anche in quest'ultimo caso, come prescrive il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, comma 6" (Sez. 5, Sentenza n. 15624 del 09/07/2014, Rv. 631980 - 01);

    -"In materia di garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, impone la redazione del processo verbale di chiusura delle operazioni in ogni caso di accesso o ispezione nei locali dell'impresa, ivi compresi gli atti di accesso finalizzati alla raccolta di documentazione, e solo dal rilascio di copia del predetto verbale decorre il termine di sessanta giorni trascorso il quale può essere emesso l'avviso di accertamento ai sensi della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, comma 7" (Sez. 5, Sentenza n. 7843 del 17/04/2015, Rv. 635300 - 01).

    La sentenza impugnata collide con entrambi i principi di diritto espressi in tali arresti giurisprudenziali.

    La CTR infatti non ha correttamente qualificato la fattispecie procedimentale concreta come verifica "a tavolino", trattandosi di contro all'evidenza di un accesso presso la sede della società contribuente specificamente finalizzato alla verifica della "..regolare emissione dello scontrino e/o ricevuta.." (v. PVC allegato al ricorso); conseguentemente ha falsamente (non)applicato la L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, come appunto interpretato dai citati precedenti di questa Corte.

    Dovendosi di contro farsene applicazione, pacifico che non è mai stato redatto e rilasciato il processo verbale di chiusura delle operazioni di verifica, non essendo quindi stato concretamente attuato l'obbligatorio contraddittorio endoprocedimentale, l'atto impositivo impugnato deve considerarsi illegittimo per il denunciato vizio procedimentale.

    Il ricorso va dunque accolto in relazione al primo motivo, assorbiti il secondo ed il terzo motivo, la sentenza impugnata va cassata e, decidendosi nel merito non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, va accolto il ricorso originario delle contribuenti.

    Stante l' alterno esito dei giudizi di merito, le spese processuali correlative possono esserne compensate.

    Le spese del giudizio di legittimità vanno invece ascritte all'Agenzia delle entrate secondo il generale principio della soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

  • PQM

    P.Q.M.

    La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti il secondo ed il terzo motivo, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito accoglie i ricorsi originari delle contribuenti; compensa le spese dei gradi di merito; condanna l'Agenzia delle entrate al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 4.100 oltre Euro 200 per esborsi, 15% per contributo spese generali ed accessori di legge.

    Così deciso in Roma, il 9 novembre 2017.

    Depositato in Cancelleria il 27 novembre 2017

Correlazioni:

Note a sentenza (1)

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