Estremi:
Cassazione civile, 2017,
  • Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. Nel 2009, S.A. convenne in giudizio l'Azienda Ospedaliera di (OMISSIS) - Istituti Ospedalieri di (OMISSIS), chiedendone, in via principale, la condanna al risarcimento del danno subito conseguentemente ad un'operazione chirurgica di sostituzione protesica, nonchè, in via subordinata, per l'ipotesi di mancato riconoscimento di responsabilità in capo ai sanitari dell'ospedale, al risarcimento del danno da mancanza del consenso informato.

    Si costituì in giudizio l'Azienda Ospedaliera, contestando le domande dell'attrice e chiedendone il rigetto.

    Il Tribunale di Verona, con la sentenza n. 2039 del 2013, rigettò la domanda proposta in via principale e accolse quella formulata in via subordinata, condannando per l'effetto l'Azienda Ospedaliera a versare all'attrice la somma di Euro 35.000 oltre interessi legali dalla pronuncia al saldo.

    2. La decisione è stata confermata dalla Corte d'Appello di Venezia con la sentenza n. 1619 del 13 luglio 2016.

    La Corte di Appello ha ritenuto infondati i motivi di gravame con i quali la signora S. lamentava il mancato riconoscimento della responsabilità dei sanitari per errore tecnico nell'esecuzione dell'intervento di sostituzione protesica rilevando che, dalle conclusioni della perizia medico legale svolta in primo grado, nonchè dalle argomentazioni scientifiche offerte a supporto delle medesime conclusioni, non confutate specificamente dalla S., emergeva che la frattura subita dalla ricorrente fosse riconducibile alle condizioni dell'osso e non ad un'errata manovra effettuata durante l'intervento.

    L'onere probatorio gravante sulla struttura ospedaliera (circa la mancanza di causalità della condotta dei sanitari rispetto alla frattura femorale e alla conseguente lesione del nervo sciatico e quindi circa l'assenza di colpa dei sanitari) sarebbe stato, pertanto, adempiuto all'esito dell'accertamento peritale di primo...

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    4.Con il primo motivo, la ricorrente principale lamenta "violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3, ed in particolare degli artt. 1218 e 2697 c.c., in punto di ripartizione degli oneri probatori in materia di responsabilità professionale medica e mancata prova dell'assenza di colpa della struttura sanitaria convenuta".

    Osserva che, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, in materia di responsabilità medica grava sul debitore convenuto l'onere di dimostrare, oltre all'assenza di nesso di causalità, l'esatto adempimento della prestazione dovuta, indicando positivamente quali specifici comportamenti diligenti, prudenti e periti abbia posto in essere nell'esecuzione della propria attività.

    Agli atti del giudizio non vi sarebbe una simile prova, poichè la CTU si limiterebbe ad evidenziare, in termini dubitativi, di non poter indicare con certezza nè con probabilità se nell'atto operatorio sia stata esercitata una forza eccessiva causando la rottura del femore. Tale rilievo, però, non consentirebbe nemmeno di escludere l'uso di forza eccessiva e quindi la colpa dei sanitari.

    La Corte di Venezia, quindi, avrebbe dovuto far ricadere il dubbio circa l'assenza della colpa del medico sulla struttura sanitaria.

    Inoltre, la sentenza di appello sarebbe illogica e contraddittoria laddove esclude non solo la colpa, ma pure la sussistenza del nesso causale tra l'intervento e il danno, riconosciuto invece dal CTU e dalla sentenza di primo grado, non impugnata al riguardo.

    Il motivo è inammissibile.

    La ricorrente, pur denunciando la violazione dei principi in tema di ripartizione dell'onere della prova, censura in realtà la lettura che il giudice di secondo grado dà alle conclusioni della consulenza tecnica.

    Al riguardo, si ricorda innanzitutto che il travisamento, da parte del giudice del merito, delle...

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