• Fatto

    FATTI DI CAUSA

    Con sentenza in data 13/12/2011 la Corte d'Appello di Brescia, a conferma della sentenza n. 87/2011 del Tribunale di Bergamo, rigettava il ricorso proposto dall'Ordine degli Avvocati di Bergamo dichiarando la radicale nullità per mancanza di forma scritta - del contratto di lavoro intercorso per diciotto mesi dall'1/04/2008 al 30/09/2009 tra il predetto Ordine professionale ed F.E., in sostituzione di un dipendente assente con diritto alla conservazione del posto.

    Il Tribunale aveva condannato l'Ordine degli Avvocati a risarcire alla lavoratrice un danno pari a sei mensilità della retribuzione, quale risarcimento per nullità della clausola appositiva del termine, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36.

    La Corte territoriale affermava, nell'accogliere l'appello dell'Ordine, che il risarcimento ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 quale causa di autonoma responsabilità per la pubblica amministrazione, indennizza il lavoratore rispetto all'impossibilità della conversione ope legis del rapporto a termine, inibita dal co. 2 della norma, ma che ciò non preclude che siffatta tutela concorra legittimamente con quella generale, e di minima garanzia, della corresponsione della retribuzione per lo svolgimento di prestazioni di fatto, applicata dall'art. 2126 c.c., a prescindere dall'invalidità del contratto e per la sola esecuzione di esso. Da ciò la conclusione secondo cui la tutela del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 si aggiungerebbe e non sarebbe assorbita dall'art. 2126 c.c., anzi, da essa conseguirebbe automaticamente.

    Avverso tale decisione interpone ricorso in Cassazione l'Ordine degli Avvocati di Bergamo, affidato a tre censure illustrate da memoria, mentre F.E. rimane intimata.

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. Il primo motivo di ricorso deduce insufficiente e contraddittoria motivazione circa il fatto controverso, decisivo per il giudizio consistente nell'aver fatto conseguire - il Giudice dell'appello - da un contratto inesistente per assoluta mancanza di forma scritta l'applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 considerando come tale anomalia costituisse il fondamento, in capo alla P.A., di un'autonoma responsabilità.

    Parte ricorrente ritiene che in caso di contratto privo della forma scritta l'unica tutela applicabile avrebbe potuto essere quella contemplata dall'art. 2126 c.c., che sancisce la temporanea inefficacia dell'invalidità negoziale nei casi in cui il rapporto abbia avuto esecuzione, del cui pregiudizio patrimoniale specifico, peraltro, sarebbe mancata la prova nel giudizio di merito.

    2. La seconda censura deduce falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 e altresì contraddittorietà della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

    Sotto il primo dei due profili, la censura contesta l'inadattabilità dell'art. 36, norma rivolta a prevenire l'abuso del contratto a termine, a un rapporto inesistente tout court per assenza di forma scritta.

    Sotto il secondo profilo, la sentenza cadrebbe in contraddizione là dove pretenderebbe di far conseguire, la tutela risarcitoria ex art. 36, "automaticamente", da un rapporto di lavoro di mero fatto.

    3. La terza censura deduce violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, in mancanza del presupposto per la sua applicazione, consistente nell'esigenza di restaurare l'ordine giuridico violato mediante il ripristino della situazione soggettiva lesa dall'abuso del termine.

    La sentenza gravata avrebbe inoltre disatteso gli ordinari principi in tema di onere probatorio di cui all'art. 2697 c.c., comma 1, ritenendo sussistente il danno in capo alla controricorrente,...

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