Estremi:
Cassazione civile, 2017,
  • Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. La Corte di appello di Trieste, pronunziando sull'impugnazione di G.M., originaria ricorrente, ha confermato la sentenza di primo grado la quale aveva respinto la domanda intesa all'accertamento della illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato in data 22 marzo 2002 e, in parziale accoglimento della domanda relativa all'illegittimo demansionamento, condannato la convenuta Azienda Pubblica Servizi alla Persona "Daniele Moro" (già Ente di assistenza "Daniele Moro") al risarcimento del solo danno biologico con esclusione del danno alla professionalità.

    2. La sentenza impugnata, per quel che ancora rileva, premesso che il danno alla professionalità, come quello biologico ed esistenziale, non si configura quale conseguenza automatica dell'inadempimento datoriale, ha ritenuto che, correttamente, il primo giudice aveva escluso il diritto a tale ristoro, sul rilievo, non adeguatamente contrastato nell'atto di gravame, che la lavoratrice, in relazione all'accertato demansionamento, nulla aveva allegato in ordine al concreto pregiudizio sofferto, in termini di prospettive occupazionali o di carriera. Quanto al licenziamento, la sentenza di secondo grado ha condiviso la valutazione del primo giudice rilevando che correttamente questi aveva ritenuto la responsabilità della G. per le condotte oggetto di addebito (costituite dall'effettuazione da apparecchio telefonico aziendale nella disponibilità della lavoratrice di una notevolissima quantità di telefonate dirette ad utenze estranee all'ambito lavorativo) sulla base della sentenza di patteggiamento ex art. 444 cod. proc. pen. e dell'esame diretto del fascicolo penale acquisito al giudizio di primo grado, ha, inoltre, evidenziato che la G. neppure aveva inteso allegare le eventuali ragioni che l'avrebbero, in tesi, indotta, pur sapendosi innocente, ad accedere al patteggiamento. Ha quindi ritenuto che la mancata previsione del fatto oggetto...

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. Con il primo motivo ricorso parte ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2 Cost. e degli artt. 2103, 1218, 1226, 2043, 2697 e 2698 cod. civ. censurando la sentenza impugnata per avere escluso che il danno alla professionalità ed alla carriera costituisse conseguenza automatica della violazione da parte datoriale degli obblighi di cui all'art. 2103 cod. civ., violazione integrante altresì lesione di interessi costituzionalmente garantiti e protetti dagli artt. 1 e 2 Cost..

    2. Con il secondo motivo ha dedotto violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2 Cost., degli artt. 2103, 2727 e 2729 cod. civ., dell'art. 115 cod. proc. civ. nonchè vizio di motivazione per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti. Ha censurato la decisione per avere ritenuto non assolto l'onere di puntuale allegazione e prova del danno professionale ed a tal fine ha richiamato il ricorso di primo grado nei brani di pertinenza; si è quindi doluta della mancata utilizzazione di elementi presuntivi al fine della ricostruzione del pregiudizio sofferto.

    3. Con il terzo motivo di ricorso ha dedotto violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di accordi collettivi nazionali di lavoro e in particolare degli artt. 2118 e 1375 cod. civ., della L. n. 604 del 1966, art. 3, della L. n. 300 del 1970, art. 7, degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., dell'art. 29 ccnl applicabile nonchè vizio di motivazione per omesso esame di fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione fra le parti. Ha censurato la decisione per omessa pronunzia sulle censure intese a far valere la pretestuosità del licenziamento il quale, come confermato dalla prova orale, rappresentava il momento finale di una complessiva condotta vessatoria posta in essere dall'ente datore di lavoro e finalizzata all'allontanamento della lavoratrice in un'ottica di riduzione dei costi....

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