Estremi:
Cassazione penale, 2017,
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. C.G., ritenuto responsabile con doppia sentenza conforme dei reati di ingiuria, minaccia e lesioni personali e condannato, concesse generiche prevalenti sulle aggravanti e ritenuta la continuazione, alla pena di mesi tre di reclusione e al risarcimento del danno liquidato in Euro 1000 in favore di T.V. (p.o. di ingiuria e minaccia) e in Euro 1.800 in favore di T.E.M. (p.o. di ingiuria, minaccia e lesioni personali), ha proposto personalmente ricorso avverso la sentenza di secondo grado articolando quattro motivi.

    1. Si tratta di una lite tra vicini per una questione di parcheggio nello spazio condominale nel corso della quale l'imputato, oltre ad aver offeso e minacciato le due pp.oo., aveva pure colpito la T., che si trovava all'interno di una finestra della sua abitazione, con una mazza di scopa ( C. si trovava su un vicino balcone).

    2. Con il primo si deduce nullità delle ordinanze con la quali era stata rigettata la richiesta di esame dell'imputato e di escussione, ex art. 507 c.p.p., di To.Am., ex moglie dell'imputato che aveva assistito ai fatti.

    3. Con il secondo violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla valutazione delle prove di responsabilità (giudizio di attendibilità delle pp.oo. nonostante la contraddittorietà delle loro dichiarazioni) e alla mancata considerazione della testimonianza a discarico e dell'impossibilità, dato lo stato dei luoghi, di commissione del reato di lesioni.

    4. Il terzo motivo lamenta mancata rideterminazione della pena a seguito dell'abrogazione dell'art. 594 c.p..

    5. Il quarto investe le statuizioni civili sia sotto il profilo della mancata riduzione dell'importo per effetto della depenalizzazione sia sotto quello della mancata prova del quantum debeatur, tale da non giustificare neppure l'assegnazione di una provvisionale.

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Il ricorso è fondato quanto al terzo motivo e, in parte, quanto al quarto.

    2. In primo luogo l'intervenuta abrogazione dell'art. 594 c.p., di cui la stessa sentenza impugnata dà sostanzialmente atto, pur senza trarne le dovute conseguenze, deve comportare l'annullamento senza rinvio della pronuncia relativamente all'affermazione di responsabilità per tale fatto, non più previsto dalla legge come reato, con conseguente necessità, essendo nel resto il ricorso inammissibile, di rideterminazione sia del trattamento sanzionatorio che delle statuizioni civili.

    3. Infatti, in caso di sentenza di condanna relativa a un reato successivamente abrogato e qualificato come illecito civile ai sensi del D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, il giudice dell' impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, deve revocare anche i capi della sentenza che concernono gli interessi civili, fermo restando il diritto della parte civile di agire "ex novo" nella sede naturale, per il risarcimento del danno e l'eventuale irrogazione della sanzione pecuniaria civile (Sez. U, n. 46688 del 29/09/2016, Schirru, Rv. 267884).

    4. Il primo motivo di ricorso è manifestamente privo di fondamento considerato che, come osservato nella sentenza, il tribunale aveva motivato tanto la carenza dell'assoluta necessarietà dell'escussione di To.Am., che tra l'altro ben avrebbe potuto essere inserita nella lista testi, quanto la non provata assolutezza dell'impedimento lavorativo dell'imputato (che comunque aveva poi reso spontanee dichiarazioni) per l'udienza fissata per l'esame.

    5. Il secondo motivo è del tutto generico mancando della precisazione delle ragioni per le quali il giudizio di attendibilità delle persone offese (il cui portato dichiarativo è tra l'altro confermato dalle dichiarazioni del nipote e dal referto medico) sarebbe viziato e perfino dell'indicazione della...

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