Estremi:
Cassazione penale, 2017,
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    Con la sentenza impugnata il Giudice monocratico di Nola ha confermato la decisione di primo grado nei confronti dell'imputato D.B., che l'aveva condannato alla pena di giustizia ed al risarcimento dei danni per il reato di diffamazione, consistita nell'attribuire, nel corso di conversazioni con la moglie, all'avvocato di costei, C.P., comportamenti professionalmente scorretti, che l'avevano portato in carcere senza motivo e di aver organizzato una tresca insieme al Dr. C.. Epoca del fatto, (OMISSIS).

    1. Avverso la decisione ha proposto ricorso la difesa dell'imputato, che ha lamentato col primo motivo la violazione di legge per la tardività della querela. Il Giudice d'Appello aveva respinto l'analoga eccezione, ritenendo che l'avvocatessa C. avesse appreso i fatti ritenuti lesivi della sua reputazione solo dopo la chiusura delle indagini preliminari, non avendo partecipato alla redazione della querela nei confronti dell'imputato. Dagli allegati al ricorso, invece, emergerebbe che fin dal 29.7.09 la professionista era a conoscenza delle frasi pronunziate nei suoi confronti da D.B. ed aveva sporto querela contro l'imputato per il delitto di diffamazione solo nel (OMISSIS).

    1.1. Tramite il secondo motivo è stato dedotto il vizio di motivazione illogica per travisamento dei fatti,in quanto le parole di discredito riportate in imputazione non erano contenute nella trascrizione della conversazione registrata, cui l'imputazione stessa aveva fatto riferimento.

    1.2 Nel terzo motivo è stata dedotta l'errata applicazione dell'art. 595 c.p., poichè il Giudice di appello avrebbe ritenuto la comunicazione con più persone, mentre dagli atti era pacifico che i termini lesivi dell'onore della professionista erano stati pronunciati in una conversazione con la moglie, essendo, pertanto, unica la destinataria dei contenuti offensivi della comunicazione...

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    Il ricorso è fondato quanto al primo motivo.

    1. Deve premettersi "in fatto" che il Giudice d'Appello aveva respinto l'eccezione di tardività della querela, ritenendo, in base alla prove assunte in primo grado, riguardanti anche lo specifico tema dell'epoca di confezionamento della querela, che la persona offesa, avvocatessa C., avesse appreso i fatti ritenuti lesivi della sua reputazione solo dopo la chiusura delle fase delle indagini preliminari a seguito del relativo avviso ex art. 415 bis c.p.p. e della possibilità di prendere visione degli atti, non avendo partecipato alla redazione della querela sporta dalla sua assistita nei confronti dell'imputato per il reato di stalking, o non ricordando con precisione il fatto a causa del numero delle querele sporte dalla donna nei confronti dell'ex coniuge.

    2. L'esame degli atti allegati al ricorso, e già prodotti innanzi al Giudice monocratico all'udienza di decisione dell'11.5.2016, dimostra una situazione processuale diversa. Infatti - come segnalato dal ricorrente - in data 29.7.2009 la querelante S. aveva depositato al PM procedente una richiesta scritta su carta intestata all'avvocato C.P. di colloquio col magistrato che stava conducendo le indagini nate dalla sua denunzia del 3.7.09; l'istanza era stata sottoscritta dall'avvocatessa per autentica della firma e ad essa era stata allegata per pronto riferimento copia del medesimo atto di denunzia del 3.7.09; nel corpo della denunzia, alla pagina 2, sono riportate le stesse frasi oggetto dell'attuale imputazione, addebitate all'attuale ricorrente, nelle quali questi avrebbe esplicitamente affermato di essere stato vittima di una tresca tra l'avvocato C., il PM titolare delle indagini e la stessa S., che lo avevano fatto andare in galera per senza niente.

    2.1 Sulla base degli allegati deve, dunque, ritenersi che l'attuale parte civile, in virtù della...

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