Estremi:
Cassazione civile, 2017,
  • Fatto

    FATTI DI CAUSA

    La Corte d'Appello di Perugia con sentenza del 30/9/2013 riformava la sentenza del Tribunale di Perugia del 13/12/2010 che aveva parzialmente accolto la domanda di risarcimento del danno formulata da GIO & GI sas di P.D. nei confronti del notaio B., ritenuto responsabile di aver pubblicato illegittimamente un protesto, relativo ad operazioni effettuate dalla società, nel bollettino dei protesti anzichè in quello delle cambiali tratte.

    La Corte d'Appello, in sintesi, riconosceva che la mera illegittimità del protesto non poteva determinare una responsabilità risarcitoria del notaio, costituendo un mero indizio del danno, superabile attraverso prove presuntive, dovendo invece essere dimostrata la gravità della lesione e la non futilità del pregiudizio conseguente.

    Nella fattispecie, ad avviso della Corte d'Appello, il protesto non era illegittimo, in assenza di accettazione del pagamento della tratta, ma era frutto di un mero errore materiale che aveva determinato la pubblicazione nel bollettino dei vaglia cambiari anzichè in quello delle tratte. Nè vi era la prova della lesione alla reputazione della società: e ciò perchè la conoscenza della pubblicazione del protesto era avvenuta in epoca successiva alla rettifica sicchè non si erano verificati i pregiudizi normalmente legati alla sua pubblicazione. Il Giudice riteneva di conformare la propria decisione alla giurisprudenza consolidata di questa Corte secondo la quale il danno cagionato dall'illegittima pubblicazione del protesto deve essere non soltanto allegato ma anche provato, eventualmente attraverso presunzioni, specie quando, come nel caso in esame, il soggetto era già protestato sicchè aveva l'onere di provare che il protesto in oggetto, benchè illegittimamente elevato, aveva leso la sua reputazione professionale, procurandogli un danno sul piano dell'affidabilità commerciale e dell'immagine sociale ulteriore,...

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    Con il primo motivo la società ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2727, 2729 e 2697 c.c., dell'art. 2 Cost., degli artt. 2043 e 2059 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in merito alla prova del danno all'immagine commerciale derivante dall'illegittima pubblicazione del protesto.

    Censura l'impugnata sentenza per avere fatto malgoverno delle norme relative all'acquisizione delle prove in genere e delle prove presuntive in particolare, laddove ha escluso che la pubblicazione del protesto potesse determinare un danno in re ipsa al diritto alla reputazione ed ha invece illegittimamente fatto ricorso a presunzioni per desumere, da precedenti protesti, una prova della già prodotta lesione della reputazione commerciale della società, sicchè l'erronea pubblicazione del protesto non avrebbe di per sè capacità lesiva.

    L'argomentare del Giudice - secondo tale tesi - sarebbe esso stesso affidato a mere congetture e presunzioni in violazione della cd. praesumptio de praesumpto e sarebbe contrastante con la giurisprudenza di questa Corte che riconoscerebbe il danno in re ipsa.

    Il motivo è inammissibile sotto diversi profili: 1) involge apprezzamenti riservati al giudice del merito non censurabili in questa sede; 2) ancorchè dedotto come violazione di legge esso propone una interpretazione diversa degli elementi di prova forniti nel corso dei gradi di merito e non conduce, come avrebbe dovuto, una critica vincolata alla sentenza impugnata.

    Peraltro la giurisprudenza di questa Corte invocata dalla ricorrente non è conferente in quanto la stessa, nel riconoscere all'epoca il danno in re ipsa derivante dalla pubblicazione del protesto richiede la mancata rettifica; un elemento di fatto che invece nel caso in esame è intervenuto tempestivamente sì da escludere la potenzialità dannosa dell'erronea pubblicazione.

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