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Tribunale Pavia, 26/01/2017, (ud. 20/01/2017, dep.26/01/2017),  n. 11 Vedi massime correlate
  • Intestazione

    
                                REPUBBLICA ITALIANA                      
                            IN NOME DEL POPOLO ITALIANO                  
                                 Tribunale di Pavia                      
                                Terza sezione civile                     
    Il Tribunale, nella persona del giudice unico Dott. Laura Cortellaro 
    ha pronunciato la seguente                                           
                         SENTENZA ex art. 281-quinquies c.p.c.           
    nella causa civile di I Grado iscritta al N. 1818/2011 R.G. promossa da:
    (omissis...)                                                              
                                                                   ATTORI
                                          contro:                        
    ALLIANZ SPA                                                          
                                                                CONVENUTO
    eredi (omissis...)                                                        
                                                      CONVENUTI CONTUMACI
                                        CONCLUSIONI                      
    (Omissis...)                                                         
    

  • Fatto

    Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

    Il contenuto della presente sentenza si adeguerà al canone normativo dettato dal n. 4) del secondo comma dell'art. 132 c.p.c. (e dalla norma attuativa contenuta nell'art. 118 delle disposizioni di attuazione del codice processuale), le quali oggi - a seguito dell'immediata entrata in vigore anche per i giudizi pendenti dell'art. 45 co. 17. della legge 18/6/2009 n. 69 1- dispongono in generale che la motivazione debba limitarsi ad una concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione; e specificano in particolare che tale esposizione, da riferirsi ai fatti rilevanti della causa ed alle ragioni giuridiche della decisione, debba altresì essere succinta e possa fondarsi su precedenti conformi.

    Ritiene questo giudice che le domande avanzate dagli attori siano fondate, nei limiti di seguito indicati.

    Preliminarmente, deve osservarsi come le parti abbiano riconosciuto, nei propri atti conclusivi, un concorso di colpa nella causazione del sinistro oggetto di causa, aderendo al riparto proposto dal CTU nominato, pari al 30% a carico di B. M. e al 70% a carico di M. R..

    Pacifici sono anche gli acconti corrisposti da Allianz agli attori, in fase ante causam, migliorati in corso di causa, nonchè il versamento da parte di INAIL a titolo di rendita dell'importo di € 163.070,44.

    Alla luce del concorde riparto di responsabilità, questo giudice ritiene superfluo soffermarsi sugli esiti della perizia cinematica esperita in corso di causa, nonchè dell'istruttoria orale in ordine al riparto di responsabilità nella causazione del sinistro, in quanto assorbiti dal "tacito" accordo delle parti sul punto.

    Non resta che determinare se, quanto già corrisposto, sia satisfattivo delle pretese risarcitone avanzate dagli attori.

    Quanto al danno iure proprio degli attori

    Dall'istruttoria orale esperita, nonchè dalle circostanze dedotte in causa, è emerso lo stretto legame che legava M. B. con la moglie, la figlia ed il fratello.

    In particolare, i testi escussi - ira cui si ricordano G. C., P. C., C. C. - hanno tutti confermato tali rapporti (con il fratello: "abitavano sullo stesso

    pianerottolo", "erano in ottimi rapporti" e ancora: "lui adorava sua figlia, l'ha educata benissimo " "era la base per tutti i famigliari, che ha sempre aiutato sia economicamente che moralmente").

    Di rilievo anche la testimonianza di B. N., parroco, laddove conferma i rapporti famigliari come indicati dagli attori ("era innamoratissimo di sua figlia, tra lui e i membri della famiglia c'era uno stretto rapporto e una comunanza di idee e intenti ").

    Da quanto esposto, emerge la prova del ed danno da perdita del rapporto parentale, che "vo al di là del crudo dolore che la morte in sè di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell'irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull'affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonchè nell'alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” (Cass. 9 maggio 2011, n. 10107).

    Come noto, anche il danno parentale, quale danno conseguenza, va allegato e provato, pur potendo essere riconosciuto anche in base a presunzione semplice, iuris tantum, a favore dei familiari della vittima, ma sempre previa allegazione dei pregiudizi lamentati. Ebbene, gli attori hanno fornito la prova dell'intimo e stretto rapporto stabilito con il marito, padre e fratello.

    In ordine alla liquidazione del danno, occorre far riferimento ai parametri indicati dalle Tabelle del Tribunale di Milano, privilegiando, per la quantificazione in concreto, il legame familiare tra la vittima primaria e la vittima secondaria e tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto, la convivenza, l'intensità del vincolo familiare, la sopravvivenza o meno di altri congiunti.

    Tenuto conto dell'età di M. B. all'epoca del decesso, nonchè degli attori, del grado di parentela, delle allegazioni di parte in ordine all'intensità delle relazioni che legavano gli attori al de cuius, della convivenza e delle testimonianze sopra richiamate sul punto, il Tribunale stima equo liquidare per il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale la somma massima riportata nelle note Tabelle milanesi, già rivalutata, di € 327.999,00 per C. T. e B. L. nonchè € 142.420,00 in favore di B. L..

    Quanto al danno patrimoniale si osserva che le eredi – C. e B. L. chiedono il risarcimento delle spese funerarie - € 2.130,00 - ed € 114.004,80 a titolo di lucro cessante.

    Ebbene, ritiene questo giudice di non poter accogliere quest'ultima voce di danno, in considerazione del fatto che le superstiti hanno già ottenuto una rendita da INAIL pari ad € 163.070,44, come documentato dalla convenuta Al. (doc. 1) e non contestato dalle attrici.

    Ergo, in caso di ulteriore liquidazione a titolo di danno patrimoniale vi sarebbe un'indebita locupletazione in capo alle stesse.

    Tuttavia, poichè non è specificamente indicato il titolo in forza del quale INAIL ha corrisposto l'importo di cui sopra, nè tale Istituto è intervenuto in causa per far valere le proprie ragioni in manleva, questo giudice si limita a non liquidare alcuna somma a titolo di danno patrimoniale da lucro cessante.

    Diversamente, devono essere liquidate le spese funerarie, come documentate, per € 2.691,15 pari ad € 2.310,00 rivalutati ad oggi.

    In ordine alla domanda di danno iure hereditatis

    Dalla documentazione prodotta è emerso che il B. sia sopravvissuto 64 giorni dopo il sinistro e sia deceduto a causa dello stesso.

    Anche alla luce delle pronunce emesse in sede penale, ormai passate in giudicato, risulta pacifico che la causa esclusiva del decesso sia il sinistro e non anche, come prospettato inizialmente dai convenuti nelle proprie difese, la condotta omissiva dei medici o della moglie.

    In merito, si osserva come la stessa difesa della convenuta non abbia insistito sul punto in sede di precisazione delle conclusioni e di comparsa conclusionale, ergo non si ritiene di soffermarsi ulteriormente.

    In ordine alla richiesta di liquidazione del danno non patrimoniale terminale, si richiama l'orientamento giurisprudenziale ormai prevalente, in forza del quale, esclusa la risarcibilità del danno da morte, nel "caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità psicofisica patita dal danneggiato per il periodo di tempo indicato, e il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento del danno è trasmissibile agli eredi "iure hereditatis"; in questo caso, l'ammontare del danno biologico terminale sarà commisurato soltanto all'inabilità temporanea, e tuttavia la sua liquidazione dovrà tenere conto, nell'adeguare l'ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che, se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità e intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte" (Cass. civ., sez. III, 23 febbraio 2004, n. 3549, Cass. 9959/2006). Ebbene, nel caso in cui la morte sia conseguenza delle lesioni, come nel caso di specie, l'unico danno biologico risarcibile è quello correlato all'inabilità temporanea, in quanto, per definizione, non è possibile liquidare un danno da invalidità permanente, qualora i postumi non si siano ancora consolidati, se non nell'evento morte successivo. è, tuttavia, necessario procedere ad un'adeguata personalizzazione dell'importo relativo all'inabilità temporanea, che tenga conto dell'estrema intensità che il danno da inabilità assoluta presenta durante l'agonia che precede il decesso (v. Cass. n. 18173/2007). Di recente si è pronunciata la Suprema Corte Cass. 15395/2016, ribadendo che "nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni e la morte da esse determinata, "è configuratile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione dell'integrità fisica patita dal danneggiato sino al decesso", che è trasmissibile iure hereditatis e che va commisurato "soltanto alla inabilità temporanea, adeguando tuttavia la liquidazione alle circostanze del caso concreto, ossia al fatto che, se pur temporaneo, tale danno è massimo nella sua intensità ed entità, tanto che la lesione alla salute non è suscettibile di recupero ed esita, anzi, nella morte" (Cass. 15491/2014); tale danno biologico-terminale, che è sempre presente a prescindere dallo stato di coscienza del leso, va liquidato -quanto meno- negli importi previsti dalle tabelle relative alla invalidità temporanea assoluta, salvo il riconoscimento di un maggior risarcimento (da apprezzarsi con criterio equitativo puro) nel caso in cui alla gravità delle lesioni si accompagni la sofferenza psichica (danno catastrofico) determinata dalla coscienza della gravità delle infermità e dalla consapevolezza della propria fine imminente (cfr. Cass. n. 23183/2014)".

    Nel caso di specie, è pacifico che il B. in seguito al sinistro del (omissis...)., sia rimasto lucido e presente sino al ricovero del 23.11.2005, ore 15.00 circa e successivo intervento.

    Dalla lettura della cartella clinica e della perizia depositata in sede penale (doc. 3-4 attori) è emerso che, in seguito all'intervento e sino al decesso (26.1.2006), il B. è rimasto in stato di coma, nonostante nel gennaio si siano registrati segnali di risposta alla chiamata (occhi, facciali e stretta della mano sinistra).

    La recente pronuncia richiamata ha stabilito che in fattispecie analoghe a quella oggetto di causa, debba essere liquidato un importo parametrato sulla Tabella Milanese relativa all'inabilità temporanea, "a prescindere dallo stato di coscienza".

    Ebbene, è pacifico che il B. sia rimasto per un intero giorno lucido e vigile, mentre per i successivi 63 giorni le attrici - su cui incombeva la relativa prova - non hanno fornito elementi per desumere una lucida agonia in capo alla vittima.

    Tuttavia, alla luce della recente sentenza richiamata (Cass. 15395/2016), ove si legge che il danno è presente a prescindere dallo stato di coscienza del soggetto leso, nonchè delle risultanze che si evincono dalla documentazione medica in atti (cartella clinica e della perizia depositata in sede penale), ritiene questo giudice che sussista una prova prudenziale della sussistenza di una - seppur debolissima — coscienza in capo al B., anche nel periodo di coma.

    Pare, pertanto, equo liquidare i successivi 63 giorni applicando il valore massimo previsto dalle note tabelle milanesi per l'inabilità temporanea.

    Invero, considerato che nel gennaio 2006 sono stati registrati segnali di risposta -benchè minimi - alle sollecitazioni esterne (con tentativi di apertura degli occhi, stretta della mano e mimica facciale), non può escludersi che il B. potesse, in qualche modo, percepire lo stato terminale in cui verteva.

    Al fine di procedere con una liquidazione del danno richiesto iure hereditatis avulsa da criteri meramente discrezionali, ritiene questo giudice di poter fare un breve cenno ai recenti studi effettuati dall'Osservatorio sulla Giustizia Tribunale di Milano, pervenuti all'elaborazione di una proposta tabellare per il danno terminale.

    In particolare, sebbene tale proposta attualmente non sia stata ancora definitivamente approvata, la stessa può essere utilmente richiamata quale parametro equitativo per la liquidazione del danno terminale.

    Si richiamano, sinteticamente, i principi su cui si fonda la liquidazione del danno terminale: unitarietà ed omnicomprensività del danno terminale - da intendersi comprensiva dei pregiudizi altrove definiti come danno biologico terminale, da lucida agonia o morale catastrofale - (Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972-3-4-5, Cass. n. 15350/2015); della temporaneità del danno - convenzionalmente limitata ad un periodo inferiore ai 100 giorni, ricadendo per i periodi superiori nel danno biologico "ordinario"; della coscienza del danno, ovvero della prova - anche presuntiva - della percezione in capo all'interessato della fine imminente, che deve essere fornita dall'attore; dall'intensità decrescente del danno, parametrata al passare del tempo -considerato che nel periodo immediatamente successivo all'evento lesivo, la sofferenza è massima e tende a diminuire nella fase successiva, intervenendo eventualmente anche una rinnovata speranza di sopravvivere. Tutto ciò salvo diversa prova contraria.

    L'Osservatorio ha, pertanto proposto una liquidazione equitativa del danno terminale limitata ai primi tre giorni, entro il tetto convenzionalmente stabilito in 30.000 €, non ulteriormente personalizzabile.

    A partire dal quarto giorno, in considerazione delle circostanze del caso concreto, dovrà operarsi una personalizzazione del danno e, convenzionalmente, l'Osservatorio ha individuato come valore del danno subito dal quarto l'importo di 1.000 €, con progressiva diminuzione giornaliera fino al centesimo giorno.

    Ebbene, richiamati ed applicati alla fattispecie oggetto di causa tali criteri, ritenuti utili al fine di scongiurare un'arbitraria e disomogenea liquidazione del danno ed terminale in ipotesi omogenee, tenuto conto di tutto quanto sopra esposto, dell'età della vittima (61 anni), questo giudice ritiene congruo liquidare, per il danno terminale in capo al B. M.,., avuto riguardo alle Tabelle di Milano, aggiornate al 2014, l'importo di € 10.000,00 per il primo giorno di lucida agonia ed € 9.135,00 per i 63 giorni successivi in stato di coma (calcolati moltiplicando il valore di inabilità massima giornaliera 145 X 63), per complessivi € 19.135,00.

    Il valore massimo di € 145, previsto dalla Tabella milanese, pare satisfattivo della pretesa risarcitoria, considerato che gli attori non hanno fornito ulteriori elementi – oltre alle circostanze, anche presuntive, sopra richiamate, fra cui assume rilievo la flebile capacità percettiva della vittima - da cui desumere un danno maggiore in capo al B.; Ta. importo, liquidato a titolo di danno terminale, trasmissibile jure hereditario, va riconosciuto alla moglie e alla figlia, in parti uguali.

    Ergo il danno liquidato in favore delle eredi ammonta a complessivi € 677.824,15 (così calcolati: 327.999 X 2, + 19.135,00 + 2691,15).

    Tale importo deve essere ridotto in ragione del concorso di colpa di M. B. riconosciuto dalle parti nella misura del 30% a suo carico.

    Trova applicazione la disposizione normativa prevista dall'art. 1227 del codice civile, nella parte in cui regolamenta le conseguenze per l'ipotesi in cui la condotta colposa del danneggiato abbia spiegato efficacia causale concorrente ovvero esclusiva nella produzione del danno che il medesimo lamenti. A tal fine, la norma dedica la previsione del primo comma all'ipotesi in cui il soggetto che si assuma creditore abbia concorso a produrre il danno, sanzionandolo con una riduzione dell'eventuale risarcimento che viene determinata alla luce di due parametri, quali la gravità di tale colposa concorrente, nonchè la entità delle conseguenze dannose lamentate. In tal modo, viene cristallizzato un rapporto di proporzionalità inversa tra il risarcimento eventualmente riconosciuto e tali elementi, di guisa che tanto più rilevanti risulteranno questi ultimi, tanto minore dovrà essere il risarcimento, in quanto in una simile ipotesi il danno de quo agitur risulterà essere conseguenza prevalente della condotta colposa concorrente del preteso creditore, ed in parte minore e/o meno rilevante del debitore-danneggiante.

    L'esposizione volontaria ad un rischio, o, comunque, la consapevolezza di porsi in una situazione da cui consegua la probabilità che si produca a proprio danno un evento pregiudizievole, è infatti idonea ad integrare una corresponsabilità del danneggiato e a ridurre, proporzionalmente, la responsabilità del danneggiante, in quanto viene a costituire un antecedente causale necessario del verificarsi dell'evento, ai sensi dell'art. 1227, co. 1 c.c., e, a livello costituzionale, risponde al principio di solidarietà sociale di cui all'art. 2 Cost. avuto riguardo alle esigenze di allocazione dei rischi (riferibili, nella specie, all'ambito della circolazione stradale) secondo una finalità comune di prevenzione, nonchè al correlato obbligo di ciascuno di essere responsabile delle conseguenze dei propri atti (cfr ex multis Cass. n. 11698/2014).

    Ergo, l'importo complessivo liquidato in favore di T. C. e L. B. ammonta ad € 474.476,90, mentre l'importo in favore di L. B. ad € 99.694,00, pari al 70% delle somme sopra liquidate.

    Poichè è pacifico che le attrici abbiano ricevuto ante causam e in corso di causa acconti da Allianz, gli stessi, rivalutati ad oggi, devono essere dedotti dalle somme dovute:

    - € 50.000,00 a C. T. e 50.000,00 a B. L., in data 10.6.2008 (rivalutato ad oggi: 54.700,00 x 2);

    - € 115.000,00 C. T. e 115.000,00 a B. L., in data 18.11.2013 (rivalutato ad oggi:

    115.690,00 x 2);

    - € 30.000,00 in data 10.6.2008 ed 6 22.800,00 in data 18.11.2013 in favore del fratello L. B. (rivalutati ad oggi in 32.820,00 + 22.936,80, pari a € 55.756,80)

    totale ricevuto da C. T. e B. L. € 340.780,00 (somma rivalutata ad oggi).

    Pertanto il residuo credito delle attrici è pari ad € 133.696,90 ovvero € 66.848,45 in favore di ciascuna e di € 43.937,20 in favore di L. B..

    Su tali importi devono essere riconosciuti gli interessi compensativi del danno derivante dal mancato tempestivo godimento dell'equivalente pecuniario del bene perduto. Gli interessi compensativi - secondo l'ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) - decorrono dalla produzione dell'evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato sul danno rivalutato.

    Tale tasso di interesse è ottenuto "ponderando" l'interesse legale sulla somma sopra liquidata, che - "devalutata" alla data del fatto illecito, in base agli indici I.S.T.A.T. costo vita - si incrementa mese per mese, mediante gli stessi indici di rivalutazione, sino alla data della presente sentenza.

    Da oggi, giorno della liquidazione, all'effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata.

    Pertanto, alla luce degli esposti criteri, i convenuti, in solido, devono essere condannati al pagamento, in favore degli attori, delle somme di € 133.696,90 in favore di C. T. e B. L., nonchè di € 43.937,20 in favore di L. B. liquidata

    in moneta attuale, oltre:

    - interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato del 1 %, su detti importi dalla data del 18.11.2013 ad oggi;

    - interessi, al tasso legale, sempre su dette somme dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

    Quanto alle spese di lite, consegue alla soccombenza dei convenuti condanna degli stessi a rifondere a parte attrice le spese processuali, liquidate con i nuovi parametri ministeriali ex D.M. Ministero Giustizia 55/2014 sulla base del valore della domanda effettivamente accolta per la fase decisoria, maggiorata degli acconti versati in corso di causa per le prime tre fasi, per complessivi € 19.567,00 per compensi, € 1.796,46 per esborsi, il tutto oltre 15 % rimborso forfettario e accessori di legge.

    Le spese di CTU precedentemente liquidate, seguono la soccombenza, così come le spese per il CTP documentate per € 2.516,80.

    La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

  • PQM

    P.Q.M.

    Il Tribunale di Pavia, definitivamente pronunciando, così provvede:

    - Accerta la responsabilità concorsuale di M. B. nella causazione del sinistro oggetto di causa, nella quota del 30% e in capo a R. M.,., del 70%;

    - condanna i convenuti in via solidale fra loro a corrispondere agli attori gli importi di € 133.696,90 (€ 66.848,45 in favore di ciascuna) in favore di C. T. e B. L., nonchè di € 43.937,20 in favore di L. B. liquidata in moneta attuale, oltre interessi come indicati in parte motiva;

    - condanna i convenuti in via solidale a corrispondere all'attore le spese di lite liquidate in € 19.567,00 per compensi, € 1.796,46 per esborsi, il tutto oltre 15 % rimborso forfettario e accessori di legge;

    - Pone definitivamente a carico delle parti convenute le spese di Consulenza tecnica già liquidate con precedente decreto nonchè le spese del CTP di parte attrice, per € 2.516,80;

    - dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

    Così deciso in Pavia, il 20 gennaio 2017

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