• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Milano, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Busto Arsizio in data 13/11/201, con cui S.A.G. era stata assolta dai delitti a lei ascritti, la dichiarava colpevole del solo reato di cui al capo A) e la condannava a pena di giustizia.

    I capi di imputazione recano la seguente formulazione: A) art. 81 c.p., comma 1, art. 615 ter c.p., comma 1 e comma 2, n. 2 - perchè, con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, essendo autorizzata nella propria qualità di cancelliere in servizio presso la Procura della Repubblica di (OMISSIS) ad accedere al registro delle notizie di reato RE.GE., vi si manteneva in violazione dei limiti e delle condizioni risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema, in particolare accedendo alle informazioni inerenti il procedimento penale nr. (OMISSIS) mod. 21 a carico di C.C., assegnato ad un sostituto procuratore diverso da quello presso cui ella prestava servizio, e relativo ad un suo conoscente, nelle seguenti date ed orari: alle ore 13,37.13 del (OMISSIS); alle ore 16.43.23 del (OMISSIS), con l'aggravante dell'essere stato commesso il fatto da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti la funzione o il servizio - B) art. 326 cod. pen. perchè, nella qualità di cancelliere in servizio presso la Procura della Repubblica di (OMISSIS), violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, avendo acquisito con le modalità meglio indicate nel capo che precede informazioni inerenti il procedimento nr. (OMISSIS) mod. 21, destinate a rimanere segrete, ne rivelava il contenuto a C.C., in particolare informandolo dell'esistenza del procedimento a suo carico; in (OMISSIS), il (OMISSIS).

    2. Con ricorso depositato il 22/03/2016 l'imputata, a mezzo del difensore di fiducia Avv.to Dario Celiento, ricorre per...

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    Il ricorso va rimesso alle Sezioni Unite, atteso che questo Collegio ritiene, avendo rimeditato lo specifico aspetto evidenziato dal caso in esame, di doversi discostare dal dictum delle Sezioni Unite, sentenza n. 4649 del 27/10/2011, dep. il 07/02/2012, Casani ed altri, Rv. 251269, con cui è stato affermato, come è noto, che "Integra il delitto previsto dall'art. 615 ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto, violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l'ingresso nel sistema".

    1. Il contrasto rilevato, su cui sono intervenute le Sezioni Unite nel 2011, si fondava su due orientamenti contrapposti, che possono delinearsi in base agli inquadramenti di seguito descritti.

    Secondo un primo orientamento di legittimità, risalente a Sez. 5, sentenza n. 12732 del 07/11/2000, dep. 06/12/2000, Zara A., Rv. 217743, si riteneva che il reato di cui all'art. 615 ter cod. pen. potesse essere integrato dalla condotta del soggetto che, essendo abilitato ad accedere al sistema informatico o telematico, lo utilizzasse per finalità diverse da quelle consentite; detta soluzione era motivata in base alla constatata analogia con la fattispecie della violazione di domicilio, per cui si era affermato che la fattispecie criminosa fosse integrata anche dalla condotta di chi, autorizzato all'accesso al sistema informatico per una determinata finalità, utilizzasse il titolo di legittimazione per una finalità diversa e, quindi, non rispettasse le condizioni alle quali era subordinato l'accesso; ne conseguiva, secondo detto orientamento, che se l'accesso richiedeva un'autorizzazione e questa era...

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