• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. La Corte di Appello di Torino, pronunciando nei c6nfronti di B.K., con sentenza del 16.6.2016, in riforma della sentenza del GUP del Tribunale di Aosta del 19.11.2015 appellata dall'imputata, riconosciuta la circostanza attenuante di cui all'art. 62 c.p., n. 6, e valutata detta attenuante e le già riconosciute circostanze attenuanti generiche come prevalenti sulla contestata aggravante, rideterminava la pena in mesi 5 di reclusione; eliminava le statuizioni in favore delle parti civili costituite S.S. e F.M.L.; confermava nel resto la sentenza appellata.

    La B. era stata sottoposta a giudizio per il reato di cui all'art. 589 c.p., commi 1 e 2, per avere cagionato, per colpa, la morte di S.N.. L'imputata, nel mentre stava percorrendo la Strada Statale n. (OMISSIS), con direzione nord, a bordo della sua autovettura "Fiat multipla" targata (OMISSIS), procedendo il motociclo "Suzuki GSX" targato (OMISSIS), quando, all'altezza del km (OMISSIS), in corrispondenza dell'incrocio con la strada di accesso alla s.r. n. (OMISSIS), si accingeva a effettuare una svolta a sinistra, impegnando la corsia di sinistra nonostante la striscia longitudinale continua e durante tale manovra il S., dopo aver superato un altro motociclista e un'autovettura, impattava contro la parte anteriore sinistra dell'autoveicolo condotto dalla B. dopo che questa aveva invaso per circa 75 cm la semicarreggiata sinistra, collidendo successivamente contro il guard rail e uscendo di strada. Alla stessa veniva mosso un addebito di colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia e inoltre nella violazione del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 7, commi 1 e 14, per non avere rispettato le prescrizioni della segnaletica verticale violando il segnale di "direzione obbligatoria dritta" effettuando una svolta a sinistra, nella violazione del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 40, per non avere...

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. I motivi di impugnazione sopra illustrati sono tutti infondati e, pertanto, i ricorsi vanno rigettati.

    2. In primo luogo va rilevato che, condivisibilmente, la Corte territoriale ha ritenuto che, essendosi proceduto ex art. 438 c.p.p. e ss., la parte civile, per provare l'esistenza di quel diretto e significativo rapporto tra il defunto e gli zii, che costituirebbe presupposto del diritto al risarcimento, preso atto della scelta deflattiva formulata dall'imputata e dell'assenza, tra gli atti di indagine, di elementi di prova favorevoli alla dimostrazione del proprio assunto, avrebbe dovuto non accettare il rito e far valere le proprie pretese nella competente sede civile, fornendo quella prova che in sede penale il rito prescelto dalla B. non le consentiva. Certamente, infatti, non è attraverso atti o documenti allegati alla costituzione di parte civile, che possono introdursi agli atti elementi probanti la propria pretesa risarcitoria.

    In ogni caso, con motivazione logica e congrua, la sentenza oggi impugnata dà atto che, ancorchè venissero ritenuti utilizzabili i documenti in questione, la pretesa risarcitoria non appare provata.

    Ed invero, l'art. 74 c.p.p., stabilisce che l'azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno, di cui all'art. 185 c.p., può essere esercitata nel processo penale nei confronti dell'imputato e del responsabile civile dal soggetto al quale il reato ha recato danno, ovvero dai suoi successori universali. Secondo quanto osservato dalla giurisprudenza di questa Corte, tale norma distingue il diritto al risarcimento "iure proprio", che è il diritto del soggetto al quale il reato ha direttamente recato danno, dal diritto al risarcimento "iure successionis", che spetta solo ai successori universali e che sorge quando si sia verificato un depauperamento del patrimonio della vittima in conseguenza dell'accadimento. Ne...

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