• Fatto

    I FATTI

    Nel gennaio del 2003 D.C. convenne dinanzi al Tribunale di Venezia il Dott. D.B.E., specialista in dermatologia, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito dell'erronea diagnosi di una malattia (psoriasi a chiazze del glande) diversa da quella da cui esso esponente era in realtà affetto (una semplice micosi), con conseguente prescrizione di cure del tutto inadeguate in relazione alla patologia sofferta, poi rapidamente risoltasi a seguito dell'intervento di un altro medico.

    Il giudice di primo grado respinse la domanda, ritenendo che le carenze della documentazione prodotta non consentissero di stabilire la patologia dalla quale l'attore era realmente affetto al momento dell'intervento del D.B..

    La corte di appello di Venezia, investita dell'impugnazione proposta dal D., la rigettò, ritenendo che la disposta CTU non avesse potuto accertare "nulla di rilevante, essendo il paziente ormai guarito senza postumi", e che "nessuna certezza fosse stata acquisita in ordine all'ipotizzato errore diagnostico", la cui esistenza avrebbe comunque "reso inconsistente la pretesa risarcitoria", che appariva "carente di prova di danni di contenuto sia patrimoniale che non patrimoniale".

    Per la cassazione della sentenza della Corte veneziana D. C. ha proposto ricorso sulla base di 2 motivi di censura.

    Resistono D.B.E. e la Axa Assicurazioni (chiamata in causa dal primo nel giudizio di merito) con controricorso.

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  • Diritto

    LE RAGIONI DELLA DECISIONE

    Il ricorso è fondato.

    Con il primo motivo, si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia.

    Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1176 c.c., comma 2; omessa motivazione sul punto.

    Le censure, da esaminarsi congiuntamente attesane la intrinseca connessione, sono nel loro complesso fondate.

    Lamenta il ricorrente, da un canto, la insanabile contrarietà e contraddittorietà della motivazione adottata dalla Corte lagunare rispetto alla realtà processuale così come emersa in sede di merito; dall'altro, l'erroneo rigetto delle pretese risarcitorie, arbitrariamente ritenute non provate nè nell'an nè nel quantum. Le censure meritano accoglimento.

    Va premesso come sia ormai principio di diritto del tutto consolidato presso questa Corte regolatrice quello secondo il quale, in presenza di interventi sanitari c.d. "routinari", quale quello di specie, sia onere del professionista provare l'assenza di colpa in relazione alla condotta tenuta - i.e. che la prova che l'insuccesso dell'intervento (nella specie, di tipo diagnostico-terapeutico) sia dipeso da fattori indipendenti dal proprio comportamento - dimostrando di aver osservato, nell'esecuzione della prestazione sanitaria, la diligenza normalmente richiesta ad uno specialista, ed esigibile in capo ad un medico in possesso del medesimo grado di specializzazione.

    Mentre il D., nell'allegare l'esistenza di un (non contestato) rapporto contrattuale con il medico ed il mancato miglioramento della patologia da cui era affetto - specificando altresì che la corretta diagnosi della sua patologia era stata compiuta ictu oculi da altro specialista - aveva adempiuto tout court al proprio onere probatorio, nessuna...

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