• Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con sentenza del 20 giugno 2013 il Tribunale di Roma ha dichiarato F.P. colpevole del reato di cui all'art. 660 cod. pen., ascrittogli per avere recato molestia a S.E., in relazione alle condotte del (OMISSIS), e, concesse le attenuanti generiche, lo ha condannato alla pena di Euro cinquecento di ammenda, oltre al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile da liquidarsi in separata sede e al pagamento di una provvisionale di Euro millecinquecento.

    Con la stessa sentenza l'imputato è stato, invece, assolto dall'indicato reato limitatamente ai fatti accaduti nel (OMISSIS) "perchè il fatto non sussiste".

    1.1. Il Tribunale, che premetteva considerazioni di carattere giuridico-sistematico in ordine alla indagine da compiersi sull'attendibilità-credibilità delle dichiarazioni rese dal teste- persona offesa e illustrava gli estremi della fattispecie penale contestata con richiamo ai relativi principi di diritto, rilevava che:

    - la parte lesa S.E., escussa quale teste all'udienza del 15 maggio 2012, aveva reso una narrazione dei fatti assolutamente coerente e verosimile quanto alla condotta tenuta il (OMISSIS) dall'imputato, dal quale era divorziata da circa un decennio, riferendo che lo stesso, recatosi da (OMISSIS), dove viveva con la sua famiglia, a (OMISSIS) presso la sua abitazione, il primo giorno, dapprima suonando al campanello della porta del suo appartamento e poi al citofono, aveva avanzato ripetitive richieste di poter vedere la figlia e di apertura della porta, allontanandosi solo alla sua minaccia di chiamare la polizia, e il secondo giorno aveva fatto numerose insistenti telefonate per circa quindici minuti dopo la prima da essa stessa interrotta, dicendogli che non voleva discorrere con lui;

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Il primo motivo del ricorso, che attiene alla dedotta violazione dell'art. 420-ter cod. proc. pen., in cui sono incorse le ordinanze dibattimentali del 15 maggio 2012 e del 20 giugno 2013, è manifestamente infondato.

    2. Con la prima ordinanza il Tribunale ha rigettato la richiesta del difensore di rinvio dell'udienza per "legittimo impedimento", correlato a concomitante impegno professionale dinanzi al Tribunale penale di Larino, sotto il profilo della tardività della sua proposizione, effettuata il giorno prima dell'udienza nonostante l'antecedenza del disposto rinvio a detta udienza di questo procedimento rispetto a quello disposto nel diverso procedimento.

    Tali rilievi, contrariamente all'assunto difensivo, che, senza contestarli in fatto, ha opposto l'omessa considerazione del prevalente criterio di giudizio, rappresentato dalla gravità e dalla delicatezza delle accuse oggetto dei due procedimenti, sono conformi in diritto ai condivisi principi fissati dalla costante giurisprudenza di questa Corte.

    2.1. Si è, invero, più volte affermato che l'impedimento del difensore di fiducia idoneo a far sospendere ovvero rinviare il dibattimento, quando è motivato con il contemporaneo impegno presso altra autorità giudiziaria per espletamento di mandato professionale fiduciario, deve essere sottoposto con congruo anticipo al giudice, intendendosi come tempestiva l'istanza avanzata in prossimità della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni professionali (tra le altre, Sez. 1, n. 6234 del 18/04/1994, dep. 27/05/1994, Guastalegname, Rv. 198869, che ha ritenuto non tempestiva un'istanza di differimento del dibattimento per contemporaneità di impegni professionali avanzata oltre un mese dalla ...

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Correlazioni:

Note a sentenza (1)

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