• Fatto

    IN FATTO

    F.R., G.G. e E.N. adivano la Corte d'appello di Perugia per ottenere la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento di un equo indennizzo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, in relazione all'art. 6, paragrafo 1 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata il 4.11.1950 e ratificata e resa esecutiva con L. n. 848 del 1955. Giudizio presupposto, di cui lamentavano la durata eccedente il limite di ragionevolezza, una causa di lavoro instaurata innanzi al Tribunale di Viterbo nel maggio 2000 e definita in secondo grado, con sentenza di rigetto della domanda, dalla Corte d'appello di Roma nel novembre 2009. Tale causa aveva ad oggetto il diritto all'indennità di vacanza contrattuale per il periodo 1.6.1998-1.3.2000, per un valore complessivo di L. 332.128, corrispondente a circa 170 Euro (s'intende, per ciascun ricorrente).

    Con decreto del 23.7.2012 la Corte perugina, pur ritenendo superato il limite di ragionevole durata della controversia, rigettava il ricorso. Ostava all'accoglimento della domanda la minima entità della posta in gioco, riguardante una pretesa economica da valere una tantum, non incidente nè sulla carriera, nè sulle condizioni del lavoro dipendente del ricorrente; e il fatto che la causa, non necessitando d'istruzione probatoria, non imponeva agli attori l'affanno di ricercare documenti, indicare testi e sottoporsi a più sessioni con il difensore, il quale, per di più, si era dichiarato antistatario. A conferma di ciò, il fatto che i ricorrenti non avevano notificato la decisione di primo grado (per loro favorevole) alla controparte, concedendole l'agio di proporre appello nel termine d'impugnazione c.d. lungo. Pertanto, concludeva la Corte territoriale, la presunzione relativa di ...

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. - Con l'unico motivo d'impugnazione è dedotta la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e degli artt. 6, 13 e 41 della Convenzione EDU, nonchè l'insufficienza e l'illogicità della motivazione.

    Parte ricorrente richiama la giurisprudenza di questa Corte secondo cui il giudice di merito, accertata la violazione del termine ragionevole di durata del processo, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale ogni qual volta non ricorrano circostanze particolari che lo facciano positivamente escludere, danno che, a sua volta, non è escluso dall'esito reiettivo della domanda, salvo l'ipotesi di lite temeraria. Quindi, sostiene che l'essere di stretto diritto la questione oggetto del giudizio presupposto e l'assenza di problemi d'istruzione probatoria, così come l'anticipazione delle spese da parte del difensore, non sono elementi idonei ad escludere il patema d'animo connesso alla pendenza del giudizio.

    Quanto alla posta in gioco, conclude, la sua modestia è idonea a incidere soltanto sulla misura e non anche sull'esistenza del diritto ad un equo indennizzo.

    2. - Il motivo è infondato.

    2.1. - Com'è noto, con la L. n. 89 del 2001 il legislatore ha inteso "nazionalizzare il procedimento per la tutela del diritto all'equa riparazione quando un giudizio non venga definito entro un termine ragionevole", creando un meccanismo interno tale da garantire al ricorrente una tutela analoga a quella assicurata dall'istanza internazionale (v. relazione seconda commissione permanente del Senato 3813-A del 16.2.1999; nella giurisprudenza di questa Corte, cfr. sentenza n. 14286/06). Da qui e dal nuovo dell'art. 117 Cost., comma 1, il corollario per cui...

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