Estremi:
Cassazione penale, 2013,
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Con ordinanza del 5 novembre 2012 (depositata il 31.1. successivo) il Tribunale di Reggio Calabria, in funzione di giudice del riesame, rigettava l'istanza proposta da F.G., a mente dell'art. 309 c.p.p., avverso la misura cautelare in carcere in suo danno disposta dal GIP del Tribunale della stessa sede, il precedente 6 ottobre, perchè gravemente indiziato dei seguenti reati:

    associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.) finalizzata al controllo ed alla gestione di attività produttive ed economiche collegate a servizi pubblici, tanto in posizione apicale indiscussa Capo A); interposizione fittizia nella titolarità delle seguenti società (artt. 81 e 110 c.p., L. 7 agosto 1992, n. 256, art. 12, aggravati a sensi della L. n. 203 del 1991, art. 7) società SEMAC s.r.l. (capo B), Italservice s.r.l. (capo C), SI.CE s.r.l.

    (capo D).

    1.2 A sostegno della decisione, confermando analoga valutazione del giudice di prime cure, il tribunale richiamava: le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia V.C., M.R., L. G.A., Z.A.; le risultanze di altri procedimenti penali ancorchè non ancora definitivamente conclusi, come il processo c.d. "Olimpia" sulla operatività della cosca "FONTANA Saraceno" e le due condanne a carico dell'indagato per il reato di cui all'art. 416 bis c.p.; la documentazione contabile riferita alle società indicate nei capi di imputazione; diffuse e numerose intercettazioni telefoniche ed ambientali coinvolgenti l'indagato, i suoi familiari, persone vicine alla famiglia F. come D.C.B. ovvero a vario titolo coinvolte nelle complesse vicende di causa, poste sotto osservazione inquirente per un periodo pari a circa un ventennio.

    Sulla base ...

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