• Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    1. - Con ricorso depositato il 3 dicembre 2001, P.T. propose appello nei confronti della sentenza del Tribunale di Palermo del 25 luglio 2001, resa su domanda di M.S., con la quale era stata pronunciata la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dai due il (OMISSIS), ed era stata respinta la domanda di assegno divorzile presentata dalla P..

    L'appellante chiese che venisse rigettata la domanda di divorzio del M., deducendo la mancanza dei relativi presupposti, per non essere mai cessata la comunione materiale e spirituale dei coniugi, i quali, sia pure non coabitando, avevano di fatto continuato a vivere more uxorio -, e, in subordine, che le venisse riconosciuto il diritto a percepire un adeguato assegno divorzile.

    il M. resistette all'appello, assumendo, per un verso, che, dopo la separazione, non era mai ripresa la convivenza tra i coniugi;

    per l'altro, che i redditi di controparte erano adeguati, sicchè non sarebbe stata giustificata la imposizione di un assegno a suo carico in favore della P..

    2. - L'adita Corte d'Appello di Roma ritenne che tra le parti non era intervenuta una reale riconciliazione, che postula il completo ripristino della convivenza coniugale mediante la ripresa di quei rapporti materiali e spirituali che caratterizzano il vincolo matrimoniale, non integrando piena riconciliazione la circostanza che un coniuge si riunisca all'altro unicamente allo scopo di sperimentare per un tempo determinato se il consorte si sia ravveduto. Ciò posto, la Corte di merito, valutata comparativamente la condizione reddituale delle parti, e ritenuto, in particolare, che le dichiarazioni fiscali prodotte dal M., medico chirurgo convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, munito di due specializzazioni e con due studi professionali, erano scarsamente attendibili, in quanto attestanti una redditività non correlata con l'attività lavorativa svolta nella pienezza dell'età...

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. - Con il primo motivo di ricorso, si lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia, ed inoltre violazione dell'art. 132 cod. proc. civ. e art. 118 disp. att. cod. proc. civ., e motivazione apparente. Nel riconoscere la sussistenza in capo alla P. del diritto a percepire l'assegno divorzile, la Corte d'Appello aveva omesso l'accertamento dell'unico elemento condizionante, a norma della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, l'attribuzione della misura assistenziale di cui si tratta - e cioè la mancanza di mezzi adeguati a consentire all'ex coniuge beneficiario il mantenimento di un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e la impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive -, giustificando la imposizione dell'assegno a carico del M. alla stregua della considerazione della esistenza di un apprezzabile divario reddituale tra gli ex coniugi, elemento incidente, invece, sul solo quantum dell'assegno. Per contro, nessuna valutazione aveva operato il giudice di seconde cure dei parametri dettati dalla citata norma per la determinazione della misura dell'assegno stesso, e a nessun elemento di prova aveva ancorato la propria decisione.

    2.1. - La censura non merita accoglimento.

    2.2. - Giova, al riguardo, precisare che il Giudice di merito investito della domanda di attribuzione dell'assegno di divorzio del tutto correttamente procede a verificare, sulla base degli elementi acquisiti, la sussistenza nel richiedente del requisito della mancanza di mezzi adeguati alla conservazione del tenore di vita precedente, implicitamente affermando siffatta inadeguatezza attraverso l'apprezzamento di un rilevante divario nelle rispettive potenzialità reddituali e patrimoniali dei coniugi (v., sul punto, ...

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