Estremi:
Cassazione civile, 1998,
  • Fatto

    Svolgimento del processo

    I coniugi O. B. e M. R. contrassero matrimonio nel 1948 ed ebbero un figlio, ormai da tempo indipendente ed autosufficiente.

    Nel 1956 si separarono e la separazione fu addebitata a colpa del B. che fu condannato a corrispondere un assegno di mantenimento di lire 20.000 mensili a favore della moglie.

    In sede di divorzio, nel 1973, la Corte d'appello di Cagliari fissò l'assegno in favore della R. di lire 40.000 mensili, tenuto conto del fatto che il B. godeva di uno stipendio quale funzionario del comune di Carloforte e di due pensioni di guerra e di invalidità, per un totale di lire 200.000 mensili, mentre la R. che gestiva un'attività artigianale come parrucchiera con annessa rivendita di articoli per profumeria, essendo ammalata ed invalida, era costretta ad avvalersi di personale dipendente e quindi disponeva di un reddito di lire 100.000 mensili.

    Nel 1980 la R. chiese al Tribunale di Cagliari una prima modifica dell'assegno di divorzio fissato in suo favore, sostenendo che il suo ex coniuge aveva conferito alla società Immobiliare Agricola S.r.l. una importante azienda agricola di cui era proprietario Carloforte, per un valore di lire 123.000.000 e disponeva inoltre di redditi da lavoro e da pensione, mentre essa ricorrente era costretta a cessare la propria attività lavorativa a causa delle sue condizioni di salute, che si erano ulteriormente aggravate.

    Il Tribunale, con decreto 23 dicembre 1980, preso atto delle mutate condizioni economiche dei coniugi e ritenuto di mantenere fermo il criterio già determinato dalla Corte d'appello di Cagliari in sede di divorzio, per cui l'assegno in favore della ex moglie, ai sensi dell'art. 5 della legge 898 del 1970, era stato determinato in misura pari al 40% della differenza di reddito fra i due coniugi, aumentò l'assegno in favore della R. a lire 183.400 mensili. La misura dell'assegno, con il passare degli anni, fu poi aumentata spontaneamente dal...

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  • Diritto

    Motivi della decisione

    Con il primo motivo di ricorso il sig. B. deduce violazione e-o falsa applicazione di norme di diritto: art. 360 n. 3 c.p.c. in relazione all'art. 113 c.p.c., ed agli artt. 5 comma 6, e 9 della legge 1 dicembre 1970 come sostituiti dagli art. 10 e 13 della legge 6 marzo 1987 n. 74. Nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia: art. 360 n. 5 c.p.c..

    Con il secondo motivo di ricorso il sig. B. deduce violazione e-o falsa applicazione di norme di diritto: artt. 113 e 115 c.p.c. in relazione all'art. 2697 c.c. ed all'art. 5 comma 6 della legge 1 dicembre 1970 come sostituiti dall'art. 10 della legge 6 marzo 1987 n. 74. Nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia: art. 360 n. 5 c.p.c..

    Con il terzo motivo di ricorso il sig. B. deduce violazione e-o falsa applicazione di norme di diritto: artt. 113 e 115 c.p.c. in relazione agli artt. 2697, 2727, c.c.. Nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia: art. 360 n. 5 c.p.c..

    In primo luogo il ricorrente lamenta che nella valutazione della sussistenza o meno di "redditi adeguati" nella disponibilità della Sig.ra B. il giudice di merito non abbia tenuto conto di una casa di abitazione, concessa in uso gratuito al figlio della coppia.

    L'argomentazione appare fondata, perché questa Corte afferma, con giurisprudenza ormai costante (si veda da ultimo la sentenza n. 2955 del 20 marzo 1998), che "ai fini dell'attribuzione e della determinazione dell'assegno divorzile deve tenersi conto della valutazione delle condizioni economiche dei coniugi non solo dei redditi veri e propri, ma anche di tutti i cespiti patrimoniali compresi quelli immobiliari e temporaneamente improduttivi, perché tali cespiti oltre ad essere idonei ad assicurare benefici di rilevanza economica la loro titolare, rappresentano comunque una entità che...

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