• Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    Con ricorso notificato in data 14 ottobre 2003 i due genitori, i fratelli, la zia e la nonna del defunto D.B.N. hanno proposto ricorso per cassazione avverso la decisione della Corte d'Appello dell'Aquila che, in relazione all'incidente stradale avvenuto in data (OMISSIS) ed alla domanda di risarcimento dei danni dagli stessi avanzata, aveva riconosciuto un concorso di colpa del 25% del loro congiunto, trasportato sulla vettura condotta da S.P., di proprietà del padre Pi., ponendo a carico di P.S. il residuo 75%.

    Con la stessa decisione i Giudici di appello avevano proporzionalmente ridotto la liquidazione dei danni operata dal primo Giudice, fissando il risarcimento per danni morale per il padre in L. 60.000.000, in L. 75.000.000 per la madre, in L. 11.250.000 per il fratello convivente, in L. 7.500.000 per ciascuno dei fratelli non conviventi e per la nonna ed in L. 3.750.000 per la zia.

    Gli stessi Giudici, in conformità di quanto già deciso dal primo Giudice, escludevano l'esistensa di un danno patrimoniale economico, dopo aver posto in luce che il figlio era uno studente e che lo stesso solo occasionalmente coadiuvava nell'attività aziendale della famiglia.

    Quanto al possibile apporto che il giovane avrebbe potuto arrecare in un prossimo futuro, la Corte precisava che nessun elemento lasciava presumere che il defunto avrebbe continuato a collaborare in azienda.

    Al contrario gli studi intrapresi lasciavano supporre che egli intendesse dedicarsi ad altra attività lavorativa.

    Quanto al danno biologico, gli stessi Giudici ne hanno escluso la sussistenza nel caso di specie "essendo la morte sopraggiunta senza alcuna aspettativa di vita residua e senza il riscontro di una soggettivazione afflittiva del periodo di coma".

    Con quattro distinti motivi di ricorso, i congiunti di D.B.N. ripropongono le eccezioni già formulate in grado di appello.

    Il ricorso è stato illustrato da...

  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    Con il primo motivo i ricorrenti deducono vizio di motivazione, riferito a quella parte della decisione che ha ritenuto l'esistenza di un concorso di colpa del trasportato D.B., per non avere allacciato la cintura di sicurezza.

    Nessuna prova di tale circostanza, rilevano i ricorrenti, era stata raggiunta nel caso concreto. Inoltre non era neppure certo che la vettura in questione fosse dotata di cinture di sicurezza nè che le stesse fossero funzionanti.

    In ogni caso, la maggiore responsabilità dell'incidente ricadrebbe sul conducente della vettura, sul quale incombe l'obbligo di controllare che il passeggero allaccia la cintura, rifiutando il trasporto in caso negativo.

    Il motivo ripropone in modo inammissibile alcune questioni in ordine alle quali i giudici di appello hanno già compiuto il loro accertamento.

    Il teste sentito ha confermato che il D.B. non indossava le cinture di sicurezza.

    I Giudici di appello hanno poi rilevato che la statura del D.B., peraltro non provata, non avrebbe comunque escluso l'obbligo di un utilizzo della cintura.

    In ordine a tale affermazione non è stata proposta alcuna censura da parte dei ricorrenti.

    La Corte dell'Aquila ha rilevato che non vi era alcuna prova che l'auto fosse sprovvista delle cinture di sicurezza precisando che l'affermazione del teste (circa il mancato uso di queste) lasciava ragionevolmente presumere che le stesse fossero regolarmente in dotazione nell'automezzo.

    Si richiama la costante giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la mancata adozione di misure di sicurezza da parte del passeggero può costituire una ipotesi di cooperazione colposa, con conseguente riduzione proporzionale del risarcimento del danno: Cass. n. 4993 del 2004.

    I giudici di appello si sono attenuti ai principi più volte affermati da questa Corte, secondo i quali la quantificazione del danno morale viene effettuata sulla base...

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