• Fatto

    Svolgimento del processo

    Elisabetta e Palma Romano, nel febbraio 1986, hanno citato il Comune di Santa Maria Capua Vetere dinanzi al Tribunale della stessa città, per ottenere il risarcimento del danno subito in dipendenza dell'irreversibile perdita di un fondo, occupato dall'Istituto autonomo per le case popolari di Caserta, nell'ambito di un programma di edilizia residenziale pubblica, e poi definitivamente acquisito, senza l'emanazione di decreto espropriativo.

    Il Tribunale ha respinto la domanda, sul rilievo che avrebbe dovuto essere proposta nei confronti di detto Istituto.

    La pronuncia è stata confermata dalla Corte d'appello di Napoli, la quale, disattendendo il gravame proposto dalle Romano, ha osservato:

    - che l'Istituto, in forza di delegazione amministrativa intersoggettiva, deliberata dal Comune ai sensi dell'art. 60 della legge 22 ottobre 1971 n. 865, aveva ricevuto anche l'incarico di promuovere gli atti d'espropriazione, in nome proprio;

    - che l'occupazione legittima del fondo era cessata il 18 marzo 1978, e che le opere erano state completate nel mese successivo, durante l'illegittimo protrarsi dell'occupazione stessa;

    - che, in tale situazione, il fatto illecito era da ritenersi posto in essere dall'Istituto, non dal Comune;

    - che la tesi della responsabilità del Comune in concorso con l'Istituto era stata per la prima volta avanzata in fase di gravame, ed integrava domanda nuova, preclusa dall'art. 345 primo comma cod. proc. civ., perché aveva una "causa petendi" diversa rispetto alla deduzione della responsabilità esclusiva dell'Ente territoriale.

    Elisabetta e Palma Romano, con ricorso notificato il 2 novembre 1995, hanno chiesto la cassazione della sentenza della Corte di Napoli, formulando quattro censure.

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  • Diritto

    Motivi della decisione

    Ha natura prioritaria la questione sollevata dal quarto motivo del ricorso, con cui si contesta la qualificazione come domanda nuova in appello dell'affermazione della corresponsabilità solidale del Comune, osservandosi che il relativo assunto lasciava inalterato tanto l'oggetto quanto il titolo della pretesa risarcitoria.

    Il motivo è fondato.

    Nell'azione di risarcimento del anno "ex" art. 2043 cod. civ. la "causa petendi" è rappresentata dall'illiceità del fatto allegato e dall'imputabilità del medesimo alla parte evocata in giudizio.

    La prospettazione dell'eventualità che il fatto stesso sia ascrivibile pure a soggetti diversi, e che quindi l'obbligazione risarcitoria del convenuto discenda da responsabilità solidale ai sensi dell'art. 2055 cod. civ., non solo non tocca il "petitum", dato che la qualità di unico obbligato o di coobbligato non incide sulla debenza dell'intera prestazione, ma nemmeno interferisce sulla "causa petendi", tenendosi conto che la posizione debitoria del convenuto stesso rimane ancorata alla sua veste di autore (con dolo o colpa) dell'illecito, indipendentemente dalla circostanza che questo sia causalmente riferibile anche al comportamento di altre persone.

    La suddetta prospettazione, pertanto, non ricade nel divieto di cui all'art. 345 primo comma cod. proc. civ., ma rimane sul piano dell'argomentazione difensiva, ovvero della replica all'eccezione della controparte di estraneità al fatto, rivolta ad evidenziare la consistenza della domanda, pure in ipotesi di corresponsabilità di persone estranee al dibattito processuale.

    Con i primi tre motivi del ricorso, nel riproporre la tesi della responsabilità o corresponsabilità del Comune per la subita "espropriazione sostanziale" le Romano criticano la sentenza impugnata per non aver...

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