• Fatto

    Svolgimento del processo

    Con ricorso depositato il 13.10.1989, P. M. F. chiedeva al Tribunale di Bergamo che fosse dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto il 30.5.1973 con F. E. B. e che fosse posto a carico di quest'ultimo un assegno di divorzio di ammontare pari a lire 700.000 mensili.

    Si costituiva in giudizio il B., il quale, non opponendosi alla domanda principale, contestava il diritto della ricorrente a vedersi riconoscere il predetto assegno.

    Il giudice adito, in data 19.12.1991, pronunciava sentenza non definitiva ai sensi dell'art. 4, nono comma, della legge n. 898 del 1970 e successive modifiche; quindi, con sentenza definitiva del 26.6-9.9.1995, respingeva la domanda di assegno proposta dalla F..

    Assumeva il Tribunale che quest'ultima, percependo uno stipendio di lire 1.500.000 mensili e non dovendo provvedere al mantenimento del figlio D. il quale, divenuto maggiorenne, si era stabilito presso il padre, versasse in situazione molto simile a quella dell'ex coniuge che, con uno stipendio di lire 2.500.000 mensili, doveva provvedere al pagamento di un canone di locazione e all'intero mantenimento del figlio seco convivente.

    Avverso detta sentenza proponeva appello la F. deducendo: a) che l'istruttoria esperita in prime cure aveva dimostrato un notevole divario reddituale tra le parti; b) che la propria situazione economica era ulteriormente aggravata dal fatto di dover provvedere al mantenimento di altri due figli in tenera età avuti dall'attuale convivente.

    Resisteva nel grado il B., contrastando l'avversa richiesta di attribuzione di un assegno di divorzio e deducendo in particolare sia che l'appellante disponeva di mezzi adeguati sia che la stessa non godeva di un tenore di vita inferiore a quello goduto in costanza di matrimonio.

    La Corte di Appello di Brescia, con sentenza del 23.12.1998-27.1.1999, accoglieva l'appello e, in parziale riforma della...

  • Diritto

    Motivi della decisione

    Con il primo motivo di impugnazione lamenta il ricorrente violazione e falsa applicazione dell'art. 5, comma sesto, ultima parte, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall'art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74, in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c., deducendo che la Corte territoriale abbia fondato la sua decisione su due presupposti, rispettivamente costituiti da un indubbio divario tra le capacità reddituali degli ex coniugi e dal peggioramento del tenore di vita dell'appellante a seguito del divorzio, laddove, quanto al primo, le condizioni economiche dei predetti, cessata la convivenza, sono risultate molto simili e, quanto al secondo, il tenore di vita della F. è attualmente addirittura superiore a quello goduto in costanza di matrimonio.

    Con il secondo motivo di impugnazione, di cui si palesa l'opportunità di un esame congiunto rispetto al primo per evidenti ragioni di connessione, lamenta poi il ricorrente violazione e falsa applicazione dell'art. 5, comma sesto, della legge n. 898 del 1970, come modificato dall'art. 10 della legge n. 74 del 1987, in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c., deducendo che la Corte territoriale abbia omesso di prendere in considerazione la convivenza intrapresa dall'appellante con un'altra persona, dalla quale ha avuto due figli e che ha determinato un miglioramento del suo tenore di vita, sul rilievo che l'appellato non abbia fornito prova alcuna delle caratteristiche di continuità e regolarità di siffatta convivenza, laddove risulterebbe provato che quest'ultima, iniziata nel lontano 1983 e protrattasi nel tempo sino ad oggi, abbia inciso sulla reale situazione della F. implicando per la medesima un'entrata caratterizzata da una sostanziale stabilità e da una relativa sicurezza.

    I due motivi non sono fondati.

    Conviene premettere come il giudice di merito, sulla base dell'incensurato apprezzamento di fatto circa il possesso, da...

  • Note redazionali:
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