Estremi:
Cassazione civile, 2007,
  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    1. Z.R.H. nel 1998 chiedeva al Tribunale di Roma di pronunciare lo scioglimento del matrimonio da lui contratto con N.G.. In contraddittorio con la N. il Tribunale pronunciava lo scioglimento del matrimonio attribuendo alla ex moglie un assegno divorzile di L. 1.800.000, oltre un assegno di L. 3.000.000 per il mantenimento delle due figlie. Assegnava alla N. anche la casa coniugale. La N. proponeva appello, chiedendo per sè ed i figli un assegno complessivo di L. 10.000.000 mensili. L'appellato si costituiva chiedendo la conferma della sentenza di primo grado. Nel corso del giudizio, all'udienza del 10 ottobre 2002, i coniugi presentavano conclusioni congiunte, chiedendo che fosse disposto, a carico dello Z., per il mantenimento del figlio V. un assegno mensile di Euro 817,88, oltre al pagamento dell'università privata, e che fosse disposto, quale assegno di mantenimento per la moglie pagato in unica soluzione, il pagamento da parte dello Z. della somma di Euro 69.720,00.

    Successivamente, con atto depositato il 14 ottobre 2002, la N. dichiarava di volere mutare dette conclusioni, chiedendo alla Corte di rimettere la causa sul ruolo per tale ragione. La Corte, con sentenza non definitiva, riteneva improponibile l'istanza, accoglieva le conclusioni congiunte circa l'assegno per il figlio V., mentre riteneva non equa la somma determinata una tantum, per cui rimetteva la causa sul ruolo. Successivamente pronunciava sentenza definitiva, depositata il giorno 12 dicembre 2003, notificata il 15 gennaio 2004, attribuendo alla N. un assegno divorzile di Euro 2.000,00 mensili, confermando nel resto le precedenti statuizioni.

    Avverso tale sentenza lo Z. ha proposto ricorso a questa Corte con atto notificato il 13 marzo 2004 alla N., la quale resiste con controricorso notificato il 22 aprile 2004. Entrambe le parti hanno depositato memorie.

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1 Con il primo motivo si denuncia la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5. Si deduce che la Corte di Appello avrebbe omesso di accertare - ai fini dell'attribuzione e quantificazione dell'assegno di divorzio - previamente il tenore di vita goduto durante il matrimonio. A norma dell'art. 5 su detto, infatti, l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il Giudice è chiamato a verificare l'esistenza del diritto in astratto, in relazione all'inadeguatezza dei mezzi o all'impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio, e quindi procedere alla determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l'inadeguatezza dei mezzi, che costituiscono il massimo della misura dell'assegno. Nella seconda fase deve poi procedere alla determinazione in concreto dell'assegno, sulla base dei criteri all'uopo indicati dallo stesso art. 5. La Corte di Appello avrebbe, invece, liquidato l'assegno sulla base di un generico accertamento di una sperequazione fra i redditi dei coniugi.

    Si censura, altresì, che abbia preso in considerazione i redditi dell'obbligato al momento della sentenza e non al momento della domanda (1998) o della sentenza di primo grado (2000), nè abbia tenuto conto che la convivenza si era interrotta con la separazione, nel 1992, cosicchè il matrimonio, in effetti, era durato 17 anni e non 27. Si censura, ancora, che la Corte non abbia considerato il vantaggio economico derivante alla moglie dall'assegnazione della casa coniugale, non finalizzata esclusivamente a tutela dei figli, ormai entrambi maggiorenni, uno dei quali vive con il padre e l'altro studia all'estero, nè che la ex moglie avrebbe ereditato un immobile, venduto per Euro 100.000,00. ed...

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