• Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    Con citazione notificata il 15.3.1991, P.A., premesso che in data 15.3.1991 era stata sottoposta ad intervento chirurgico dal Dr. L.G. nella casa di cura Villa Tiberia con enucleazione di adenoma mammario ed esecuzione di mastoplastica riduttiva bilaterale e che per l'errata tecnica operatoria e l'insufficiente assistenza postoperatoria aveva riportato gravi inestetismi, con conseguente stato depressivo ansioso, conveniva davanti al tribunale di Roma il Dr. L. e la casa di cura Villa Tiberia s.r.l., per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni.

    Si costituiva il L., che chiamava in garanzia la propria assicurazione UAP Assicurazioni s.p.a. (poi Axa Assicurazioni).

    Si costituiva quest'ultima, che si associava alle difese del suo assicurato.

    Si costituiva anche la casa di cura, che assumeva che il L. non era suo dipendente.

    Il tribunale di Roma condannava il Dr. L. al risarcimento dei danni in favore dell'attrice, per Euro 53.951,89, nonchè agli interessi dalla data di pubblicazione della sentenza ed alle spese legali; condannava, altresì, l'AXA Assicurazioni a tener indenne il proprio assicurato. Il tribunale rigettava la domanda nei confronti della casa di cura Villa Tiberia. Avverso questa sentenza proponevano appello l'attrice ed appelli incidentali il L. e la Axa Assicurazioni. La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 2094 del 2005, in parziale riforma della sentenza di primo grado, condannava la casa di cura Tiberia in solido con L.G. al risarcimento dei danni.

    Riteneva il giudice di appello che era ravvisabile un collegamento tra il contratto stipulato tra la paziente ed il medico e quello tra la paziente e la casa di cura, avente quest'ultimo ad oggetto la prestazione dei servizi accessori alla prestazione del medico, anche se non suo dipendente, per cui la casa di cura rispondeva a...

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi, a norma dell'art. 335 c.p.c..

    Con il primo motivo di ricorso la ricorrente principale, P. A., lamenta la violazione dell'art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1218, 1223, 1226 e 2056 c.c..

    Lamenta la ricorrente che la sentenza impugnata, pur avendo liquidato il danno biologico ed il danno morale, non le ha liquidato il danno esistenziale, conseguente alla menomazione subita nel contesto sociale nelle principali forme caratterizzanti soggettive (famiglia, lavoro, attività sociali ecc.), come pure era dovuto a seguito delle sentenze n. 8827 ed 8828/2003, ai sensi dell'art. 2059 c.c., avendo subito essa attrice, di anni 25, una lesione deturpante.

    2.1. Il motivo è infondato e va rigettato.

    Come questa Corte ha osservato (Cass. 31.5.2 003, n. 8828; Cass. 31.5.2003, n. 8827; cfr. anche Cass. 16525/2003; Cass. 10482/04) nel vigente assetto ordinamentale (nel quale assume posizione preminente la Costituzione, che all'art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo), il danno non patrimoniale di cui all'art. 2059 c.c., non può più essere identificato (secondo la tradizionale, restrittiva lettura dell'art. 2059 c.c. in relazione all'art. 185 c.p.) soltanto con il danno morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento dell'animo transeunte, determinati da fatto illecito integrante reato. A...

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