• Fatto

    Svolgimento del processo

    Con sentenza depositata il 27 marzo 1997 il Tribunale di Ancona dichiarò la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato in data 8 dicembre 1952 in Sassoferrato tra V. G. e A. G.; pose a carico del G. l'obbligo di somministrare mensilmente alla G. lire 2.500.000 (rivalutabili), e condannò lo stesso G. al pagamento delle spese processuali e di quelle relative alla consulenza tecnica di ufficio, che liquidò in complessive lire 10.282.450, oltre agli accessori.

    Il Tribunale rilevò, da un lato, che la G. percepiva una pensione di lire 8.000.000 annue ed era titolare dell'abitazione coniugale, attribuitale in sede di separazione consensuale, omologata il 19 novembre 1976; dall'altro, che il G., nel 1995 aveva un reddito imponibile di lire 70.858.000, era titolare di un patrimonio mobiliare di lire 335.450.676 (costituito dalla partecipazione al 45,5% nella S.r.l. I.C.R.E.). e di un patrimonio immobiliare stimato in lire 3.092.125.000; osservò, inoltre, che al consulente di ufficio, in favore del quale era già stato liquidato dal giudice istruttore il compenso di lire 5.202.450, doveva essere liquidato l'ulteriore compenso di lire 5.180.000.

    La Corte d'appello di Ancona, adita in sede di impugnazione dal G., con sentenza 7 maggio 1978 confermò la pronuncia di primo grado, osservando:

    - sulla quantificazione dell'assegno messa in discussione dall'appellante, che la misura determinata dal Tribunale era congrua ed ispirata ai criteri fissati dalla legge, avendo i primi giudici tenuto conto della durata del matrimonio, dell'apporto ad esso dato e del livello di agiatezza goduto in costanza di matrimonio dalla G., nonché dell'esigenza di ripristinare in suo favore un tenore di vita prossimo a quello goduto durante il matrimonio; e risultando, delle stime operate dal consulente di ufficio, che il G., presidente del consiglio di amministrazione della s.r.

    I.C.R.E. e titolare di una...

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  • Diritto

    Motivi della decisione

    1. Col primo motivo il ricorrente, denunciando la violazione dell'art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, deduce che la sentenza impugnata si è pronunciata sul quantum debeatur, stabilendo l'ammontare dell'assegno in base alla sommatoria delle condizioni economiche dei coniugi in modo ritenuto congruo a ripristinare un tenore di vita analogo a quello tenuto durante il matrimonio, senza aver prima affrontato la questione ("presupposto") del tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio. Si risolverebbe pertanto in una motivazione apodittica l'affermazione della Corte d'appello, secondo cui la concessione dell'assegno tendeva a ripristinare la situazione economica goduta in costanza di matrimonio.

    Col secondo motivo si denuncia la violazione dell'art. 2697 c.c. in ordine al presupposto per la concessione dell'assegno divorzile, nonché carenza di motivazione in ordine alla misura dell'assegno stesso. Il ricorrente lamenta, sostanzialmente, che il diritto all'assegno, nonché la sua determinazione, siano stati stabiliti, senza che la parte interessata, cui spettava il relativo onere, avesse dimostrato (ed anche semplicemente allegato) il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

    I due motivi, prospettando la insussistenza della inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, e la carenza, quindi, del presupposto per la concessione dell'assegno divorzile, sono inammissibili, perché tendono a riproporre in questa sede un accertamento non oggetto di censura in appello e divenuto, pertanto, incontestabile tra le parti.

    Come risulta dal diretto esame degli atti processuali, il Tribunale, infatti, con la sentenza 27 marzo 1997 aveva stabilito che la G. non disponeva di mezzi adeguati al fine di conservare il livello di vita assicuratole dal matrimonio ("...come può desumersi dal cospicuo patrimonio...

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