• Fatto

    Svolgimento del processo

    Con atto di citazione del 22 settembre 1984, Zappatore Carla convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Genova, l'Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato, della quale, invocandone l responsabilità ai sensi dell'art. 2051 c.c., chiese la condanna al risarcimento dei danni per le lesioni personali subite a seguito di una caduta cagionata da un improvviso "scossone" delle scale mobili, esistenti all'interno della stazione ferroviaria, da lei utilizzate per raggiungere la banchina ferroviaria.

    Costituitasi in giudizio, l'azienda convenuta chiese il rigetto della domanda attrice, deducendo il perfetto funzionamento dell'impianto della scala mobile.

    Con sentenza del 26 gennaio 1990, il Tribunale ritenne che l'azienda ferroviaria fosse responsabile dei danni subiti dalla Zappatore in base alle norme che regolano il contratto di trasporto, rilevando in particolare che la detta convenuta non aveva fornito la prova liberatoria di cui all'art. 1681 c.c.

    La Corte di appello di Genova, su impugnazione dell'Ente Ferrovie dello Stato, rilevò che il primo giudice era incorso nel vizio di extrapetizione avendo accolto la domanda attrice per un titolo (contratto di trasporto) completamente diverso da quello prospettato dalla parte (responsabilità per cose in custodia); nè d'altro canto la domanda poteva essere accolta in appello sotto il profilo originariamente prospettato, atteso che la Zappatore, nella comparsa di costituzione, si era limitata a richiedere la conferma della sentenza impugnata, senza riproporre, ai sensi dell'art. 346 c.p.c., la tesi della responsabilità ai sensi dell'art. 2051 c.c..

    Per la cassazione della suddetta sentenza la Zappatore ha proposto ricorso, al quale ha resistito con controricorso la s.p.a. Ferrovie dello Stato - Società di trasporti e servizi - che ha...

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  • Diritto

    Motivi della decisione

    Con unico motivo - denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. - la ricorrente deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di appello, la sentenza del Tribunale di Genova non era viziata da extrapetizione, poiché non le era stato concesso più di quanto essa aveva richiesto ed immutati erano rimasti fatti posti a base della pretesa, mentre il giudice si era limitato a dare ai fatti la qualificazione ritenuta corretta, anche se diversa da quella prospettata dalle parti.

    La censura è infondata.

    Se è vero, infatti, che il giudice di merito ha il potere di qualificare giuridicamente la domanda sulla base dei fatti prospettati dalla parte che la propone, prescindendo dalla denominazione, eventualmente errata, che sia stata usata nell'atto introduttivo del giudizio e nei successivi atti difensivi, e di definire il rapporto sul quale la domanda è fondata - indipendentemente dagli assunti delle parti, rettificando ogni loro possibile imprecisione terminologica, è altresì vero che questo potere incontra il limite della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato e del divieto di sostituire un'azione diversa a quella espressamente e formalmente proposta.

    Invero, ricorre il vizio di ultra o extra petizione quando il giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri qualcuno degli elementi obiettivi d'identificazione dell'azione (petitum o causa petendi), attribuendo o negando a taluna delle parti un bene diverso da quello richiesto e non compreso nemmeno virtualmente o implicitamente nella domanda, o sostituendo l'azione espressamente o formalmente proposta con una diversa, fondata su fatti diversi e su una diversa causa petendi, con la conseguente introduzione nel processo di un nuovo e diverso titolo, accanto a quello posto dalla parte a fondamento della...

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