• Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    I coniugi C.S. e S.S., in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale, sul figlio M.S., conveniva in giudizio la USL n. 22 Vittoria. Esponevano che dopo regolare gravidanza la S. aveva partorito presso il reparto ostetrico-ginecologico dell'Ospedale civile di Vittoria il figlio S. ed era stata dimessa senza diagnosi e prescrizioni particolari. Il bambino sin dai primo mesi di vita aveva presentato chiari segni di ritardo nello sviluppo psicomotorio e, infine, gli era stata diagnosticata un'affezione da fenilchetonuria classica che poteva essere fronteggiata unicamente con l'uso di prodotti dietetici a basso tenore di aminoacidi. La totale invalidità del minore era stata confermata dalla Commissione sanitaria provinciale che aveva riconosciuto a S.S. il diritto all'assegno di accompagnamento. Ciò premesso gli attori, ritenuta la responsabilità dell'ente in ordine alla mancata esecuzione di indagini specifiche, chiedevano il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. La Usl, costituitasi in giudizio, contestava il fondamento della domanda.

    Il Tribunale di Ragusa riteneva la convenuta responsabile e la condannava al risarcimento dei danni che determinava in lire 1.580.118.000 per S.S. e in lire 15.000.000 per i genitori in proprio.

    L'Azienda Unità Sanitaria Locale n. 7 di Ragusa proponeva appello. La Corte d'appello di Catania rigettava l'appello e rivalutava le somme rispettivamente in lire 1.690.726.000 e in lire 16.050.000.

    Avverso questa sentenza la Azienda Unità Sanitaria Locale n. 7 di Ragusa propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi ai quali resistono con controricorso C.S. e S.S., in proprio ed il primo anche nella qualità di tutore provvisorio del figlio convivente S.. Le parti hanno presentato memoria.

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. L'Azienda ricorrente con il primo motivo lamenta la «violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 163, terzo comma n. 3 e 167 c.p.c. e insufficiente, errata e contraddittoria motivazione, in relazione all'art. 360, n. 3 e 5 c.p.c.», deducendo che erroneamente la Corte d'appello aveva rigettato il motivo d'appello riguardante il vizio di ultrapetizione in ordine alla causa petendi. Oggetto della domanda era la responsabilità dell'Azienda per omessa applicazione di precise disposizioni di legge e non per negligenza, imprudenza o imperizia dei sanitari, mai allegata dagli attori che, anzi, non avevano mosso alcuna contestazione ai sanitari, riconoscendo la regolarità dell'operato degli stessi. La domanda sulla quale i giudici di merito dovevano pronunziare era quella riguardante «la grave negligenza imputabile all'ente ospedaliero per omissione delle "misure di prevenzione disposte con legge regionale n. 68 del 1981 ed aventi carattere di screening di massa"». L'errore dei giudici di merito consisteva in ciò che, pur avendo escluso l'obbligatorietà di effettuare gli esami in questione, avevano oltrepassato i confini posti dalla causa pretendi, pronunziando circa la responsabilità dei dipendenti ospedalieri.

    1.1. Il motivo è infondato.

    La Corte d'appello ha rigettato il motivo d'impugnazione concernente la violazione dell'art. 112 c.p.c. deducendo che non poteva distinguersi tra colpa dell'Ente ospedaliero e colpa dei sanitari dipendenti, poiché l'ente deve rispondere della condotta colposa di questi ultimi. Ha ulteriormente precisato che, indipendentemente dal riferimento fatto dai ricorrenti alla legge regionale 18 aprile 1081, n. 68 (che non faceva specifico riferimento alla fenilchetonuria), «la causa pretendi dedotta (era) pur sempre la colpa professionale e la negligenza dei sanitari, consistenti nell'omissione...

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