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Dottrine

Note a sentenza
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  • Alcune questioni in tema di limiti all'autonomia privata nella predisposizione del piano di concordato: formazione obbligatoria delle classi e crediti postergati.

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  • Sommario

    1. Le due pronunce in commento offrono una prima risposta giurisprudenziale al delicato problema dell'(eventuale) obbligatorietà della formazione delle classi in presenza di interessi creditori molteplici ed eterogenei, con particolare riferimento al potere dell'autorità giudiziaria di sindacare il contenuto del piano di concordato e, correlativamente, alla discrezionalità riconosciuta al proponente nella predisposizione dello stesso.

    La questione dell'ampiezza del filtro giudiziario nella fase di accesso alla procedura è stata valutata dalla prima decisione in epigrafe, nella quale la Corte Costituzionale veniva chiamata a decidere sulla possibilità che il Tribunale — in presenza di interessi creditori disomogenei — potesse eccepire l'omesso classamento, in applicazione del potere di controllo sulla corretta formazione delle classi fissato dall'art. 163, 1º comma, l. fall.

    Il Tribunale di Biella ha, infatti, ritenuto non manifestamente infondata — per violazione dell'art. 3 Cost. — la questione di legittimità costituzionale dell'art. 163, 1º comma, nella parte in cui non stabilisce « che il Tribunale dichiara aperta la procedura di concordato preventivo previa valutazione anche della correttezza della mancata suddivisione dei creditori in classi secondo posizione giuridica e interessi economici omogenei »  (1). Si verificherebbe, in quest'ottica, un'irragionevole “asimmetria normativa” là dove il proponente, nel formulare l'offerta concordataria, non sia tenuto a suddividere i creditori in classi, nonostante l'evidente disomogeneità degli interessi dei creditori e, d'altro canto, il Tribunale, nella fase di ammissione alla procedura, non potrebbe imporre tale scelta sebbene questa « sia preordinata ad evitare che il voto contrario di una classe impedisca l'approvazione di detta proposta ».

    La Consulta, in linea con la propria costante giurisprudenza secondo cui la dichiarazione di incostituzionalità di una norma richiede che della stessa non possano darsi interpretazioni conformi alla Costituzione, dichiara la manifesta inammissibilità della questione sottoposta al suo vaglio, lasciando aperta la discussione circa l'ampiezza dei poteri di sindacato del Tribunale in sede di accesso al concordato e, quindi, ai limiti “esterni” all'autonomia negoziale del proponente. Limiti che — al ricorrere di determinate condizioni — potrebbero finanche vincolare direttamente quest'ultimo nella formulazione dell'offerta, qualora si ritenesse che, in tale caso, l'omesso classamento determini ipso iure la violazione del criterio della corretta formazione delle classi.

    E proprio la questione dei limiti all'autonomia privata fondati sulla presenza di (crediti caratterizzati da) determinate condizioni legali è stata di recente sottoposta al vaglio della Corte di legittimità, che nella seconda sentenza in commento ha valutato l'incidenza dei crediti postergati ai sensi degli artt. 2467 e 2497-quinquies c.c. sulla formazione delle classi di creditori in sede di ammissione dell'impresa ad un concordato preventivo.

    La questione sottoposta al vaglio della Suprema Corte trae, infatti, origine dall'opposizione all'omologazione promossa da taluni creditori che, nel rilevare l'appartenenza alle due classi previste dal piano di crediti vantati, rispettivamente, dai soci fideiussori escussi dalle banche e dai soci finanziatori, contestavano la legittimità dei criteri utilizzati per l'aggregazione dei creditori. In particolare, nel ricorso in Cassazione, gli opponenti lamentavano la palese violazione del regime di postergazione fissato dall'art. 2467 c.c., nonché, più a monte, la mancata verifica — in sede di Appello — delle condizioni richieste dalla norma per dar luogo alla regola della postergazione del credito.

    La Suprema Corte accoglie il ricorso e, nel rimettere la decisione della ricorrenza delle condizioni richieste dall'art. 2467 c.c. alla Corte di merito, stabilisce che i soci finanziatori non possono essere inseriti nel piano del quale facciano parte anche altri creditori chirografari, salvo il consenso della maggioranza di ciascuna classe di creditori e previa valutazione dell'omogeneità interna ad ogni gruppo.

    Prima di analizzare le questioni sollevate dalle due decisioni in epigrafe, va ricordato che l'intervento di riordino normativo delle procedure concorsuali, sulla scorta dell'esperienza maturata nell'ambito della disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese ex d.l. 347/03  (2), ha riconosciuto al proponente ampia discrezionalità nella formulazione dell'offerta concordataria ( (3), il cui contenuto può spaziare tra le numerose soluzioni previste dagli artt. 124 e 160 l. fall. ( (4). Tra queste, la previsione delle classi di creditori rappresenta uno dei nodi centrali dell'autonomia negoziale riconosciuta al proponente  (5), là dove la ripartizione del ceto creditorio in sottoinsiemi omogenei, destinatari di trattamenti economici differenziati, dovrebbe rappresentare il risultato delle trattative (intercorse tra proponente e creditori) avviate ben prima della presentazione della proposta ( (6).

    Eppure, lo spostamento del “baricentro” tra giurisdizione ed autonomia privata non sottrae il proponente dal rispetto di taluni vincoli nella formazione delle classi; vincoli, questi, fissati direttamente dalla legge  (7) ovvero da questa desumibili in via interpretativa: e tra questi ultimi, particolare rilievo assumono le questioni affrontate dalle decisioni in commento, giacché controversa è la possibilità che l'esistenza di particolari condizioni del ceto creditorio (eterogeneità degli interessi sottesi alla pretesa creditoria e, in particolare, presenza di creditori postergati) possa imporre al proponente la formulazione di un piano concordatario con classi di creditori.

    2. Il quesito da ultimo posto costituisce uno dei riflessi della stringatezza delle indicazioni normative sulle modalità di aggregazione dei creditori. Ed invero, queste si limitano ad individuare nell'omogeneità della posizione giuridica e degli interessi economici il criterio di formazione delle classi  (8), rimettendo poi al Tribunale il controllo sul corretto (e ragionevole) impiego dei criteri di ripartizione dei creditori alla stregua del contenuto e delle finalità della proposta ( (9).

    Nelle interpretazioni offerte, l'operatività congiunta dei due criteri consente di superare una classificazione fondata sulla sola omogeneità giuridica e, quindi, limitata essenzialmente a distinguere i creditori in base alle categorie legali di crediti fissati dal legislatore  (10). In questa prospettiva, in giurisprudenza si è osservato che la semplice suddivisione dei creditori in prededucibili, privilegiati (totalmente soddisfatti) e chirografari non configura un'effettiva divisione in classi dei titolari della pretesa, e non appare, quindi, idonea ad assicurare una corretta formulazione della proposta; ciò in quanto siffatta graduazione è una diretta conseguenza di disposizioni di legge e non esprime certo la volontà del proponente di discriminare il ceto creditorio sulla base di posizione giuridica ed interessi economici omogenei ( (11). La previsione delle classi sembra, quindi, preordinata a consentire il raggruppamento dei creditori di pari rango in base alla disomogeneità degli interessi economici di cui sono portatori  (12); si tratta, allora, di ripartire ulteriormente i crediti aventi la stessa posizione giuridica, in base al grado finale di soddisfazione derivante da una procedura di tipo liquidatorio (anche non concorsuale) ( (13).

    3. Sorge così il problema, affrontato dalla Corte Costituzionale, se la presenza di interessi creditori diversificati ed eterogenei dia luogo ad una limitazione esterna (derivante da un intervento giudiziario) ovvero anche interna (intesa come vincolo di redazione dell'offerta concordataria) all'autonomia negoziale del proponente.

    Al riguardo, la Corte, nel rigettare il dubbio di incostituzionalità dell'art. 163 l. fall., rimette la decisione circa l'interpretazione “costituzionalmente corretta” della norma al giudice a quo che dovrà quindi (continuare ad) esprimersi sul(l'eventuale) potere del Tribunale di verificare la corretta formazione delle classi e di eccepirne d'ufficio la mancata previsione qualora ravvisi la presenza di interessi economici eterogenei in un unico coacervo di creditori  (14).

    Stante la mancanza di un univoco orientamento giurisprudenziale, diventa indispensabile valutare i percorsi interpretativi tracciati — sul punto — dalla dottrina. Nel tentativo di acuire il grado di tutela del ceto creditorio, una prima linea ricostruttiva riconosce particolare incisività al controllo del Tribunale sulla correttezza dei criteri di formazione delle classi fissato dagli artt. 125, comma 3º, e 163, comma 1º, l. fall., consentendo all'autorità giudiziaria di sindacare non solo la moltiplicazione artificiosa delle classi, ma anche la mancata creazione delle stesse, in presenza di evidenti eterogeneità degli interessi economici perseguiti  (15).

    L'opportunità che il Tribunale imponga (o, almeno, suggerisca) il classamento in presenza di interessi disomogenei dei creditori è peraltro riconosciuta (anche) al fine di evitare manovre abusive del proponente  (16), dal momento che la mancata predisposizione di classi di creditori comporta l'impossibilità di contestare la convenienza della proposta in sede di omologazione del concordato e, conseguentemente, la mancata attivazione del giudizio di merito da parte dell'autorità giudiziaria. Seguendo questa prospettiva, tanto la mancata costituzione delle classi, quanto — in caso di loro formazione — la (possibile) contestazione della convenienza della proposta ad opera dei soli creditori dissenzienti appartenenti ad una classe dissenziente, comporterebbe una deviazione dai principi costituzionali (art. 3 Cost.), evitabile solo con l'estensione a tutti i creditori “pregiudicati” della possibilità di sollecitare il controllo di convenienza da parte dell'autorità giudiziaria  (17).

    Tuttavia, la coerenza tra la contestazione della convenienza riservata al solo creditore dissenziente (appartenente a classe dissenziente) e l'applicazione del principio maggioritario in un gruppo discriminato sulla base della comunanza di interessi e di posizione giuridica rendono poco persuasiva questa ricostruzione. Di fatto, l'omogeneità interna a ciascuna classe legittima l'assoggettamento di tutti alla volontà dei “più”, e consente — di conseguenza — il superamento del vaglio di costituzionalità della norma, rendendo perfettamente legittima l'esclusione dei creditori dissenzienti (ma) appartenenti ad una classe consenziente dall'ambito applicativo del diritto di opposizione all'omologazione fondato sulla convenienza del concordato  (18). Una volta garantita l'effettiva omogeneità dei creditori componenti la classe, la volontà della maggioranza (per crediti) risulterà espressione della volontà dell'intera classe, data la comunanza degli interessi tra i suoi componenti; al contrario, ai sensi degli artt. 129, comma 5º, e 180, comma 4º, l. fall., solo quando il principio maggioritario subisce una (parziale) incrinatura — ossia quando, nonostante l'approvazione della maggioranza dei crediti e delle classi, vi sia almeno una classe che a maggioranza ha negato il consenso alla proposta — si ammette che il creditore dissenziente appartenente ad una classe parimenti dissenziente possa contestare la convenienza dell'offerta concordataria ed attivare il giudizio di merito del Tribunale  (19). E tanto basta ad escludere che, in presenza di interessi creditori divergenti ed eterogenei, il Tribunale possa imporre (o suggerire) il classamento dei creditori come “contrappeso” alla limitazione legale del loro potere di opposizione fondata sulla convenienza.

    A sostegno di questo orientamento va altresì rilevato, da un lato, che il dato letterale degli artt. 124, comma 2º, lett. a) e 160, comma 1º, lett. c), prevede espressamente una facoltà (e non un obbligo) del proponente di aggregare i creditori in classi omogenee  (20); dall'altro, che l'istituto delle classi creditorie risponde appieno alla ratio ed alle finalità perseguite dal legislatore con le recenti riforme di diritto societario e fallimentare ( (21). Non può infatti trascurarsi l'intenzione legislativa di consentire al proponente, con la suddivisione del ceto creditorio in classi, di avviare un “dialogo” con il ceto creditorio, al fine di tener conto degli interessi specifici di ciascun pretendente e (quantomeno tentare) di soddisfare in modo più adeguato (e rispondente alle singole aspettative) le pretese di ciascuno. E del resto, se è vero che lo strumento delle classi accentua il carattere negoziale della proposta di concordato, è altresì vero che il riconoscimento del potere di sindacato al Tribunale potrebbe svilire l'utilità dell'istituto. Il proponente conserva pertanto piena discrezionalità ed autonomia nella redazione della proposta (con o senza classi), che è pur sempre un atto “negoziale e non vincolato nelle forme” ( (22).

    La conclusione cui si è pervenuti trova conforto in una recente pronuncia della Corte di legittimità, che — sul punto — esclude espressamente l'obbligatorietà della formazione delle classi nell'ambito di un concordato (preventivo o fallimentare) in cui il proponente non intenda riservare ai creditori di pari rango trattamenti differenziati “sotto il profilo del quantum, del quando o del quomodo”  (23).

    Prendendo le mosse da considerazioni fondate sulla tecnica legislativa e sul contesto letterale del “nuovo” diritto fallimentare  (24), la Suprema Corte afferma, infatti, l'irrilevanza degli interessi soggettivi di cui è portatore il ceto creditorio allorquando si prospetti l'opportunità di una soluzione anticipata della crisi, alternativa rispetto alla liquidazione concorsuale. Ed infatti, solo se la proposta di concordato contempla espressamente differenti modalità satisfattive per creditori aventi la stessa posizione giuridica, la diversità degli interessi economici dei creditori di pari rango assurge a criterio discriminatorio della platea creditoria; al contrario, la previsione di trattamenti indifferenziati consente di prescindere dall'eterogeneità delle situazioni individuali dei singoli creditori, dal momento che il loro interesse risulta accomunato nel perseguimento del maggior grado di soddisfazione possibile della loro pretesa. E proprio l'unicità dell'interesse giustificherebbe « la riunificazione dei creditori in un unico corpo votante e la soggezione della minoranza alle decisioni della maggioranza » ( (25).

    4. Nell'ambito della tematica del classamento obbligatorio trattata dalla Corte Costituzionale si inserisce, poi, un ulteriore problema concernente il trattamento dei c.d. creditori postergati; è, infatti, dubbio se il prospettato principio della libera formazione delle classi subisca una deroga in presenza di crediti postergati ai sensi degli artt. 2467 c.c. e 2497-quinquies c.c.  (26), con conseguente obbligo per il proponente di costituire un'apposita classe di soci-finanziatori, distinta (ed inferiore) rispetto a quelle degli altri creditori (chirografari).

    La questione è affrontata nella seconda sentenza in commento, nella quale la Suprema Corte valuta la rilevanza dei crediti postergati ai sensi dell'art. 2467 c.c. nella formazione delle classi di creditori in un concordato preventivo, escludendo la possibilità « che i soci finanziatori possono essere inseriti nel piano del quale facciano parte anche altri creditori chirografari, sia per la loro diversa posizione nei confronti della società rispetto ai terzi sia, e soprattutto, in applicazione dell'art. 2467, comma 1º, c.c., che ha introdotto il principio della postergazione delle loro ragioni creditorie rispetto a quelle degli altri creditori, principio derogabile soltanto con il consenso della maggioranza di ciascuna classe di creditori ». Infatti — prosegue la Suprema Corte —, se è vero che solo l'estinzione dei crediti chirografari consente l'eventuale soddisfacimento dei soci finanziatori di cui all'art. 2467 c.c., è altresì vero che la suddivisione in classi del ceto creditorio consente, in astratto, di derogare il principio della postergazione, purché il piano che la prevede sia approvato dalla maggioranza dei creditori appartenenti a ciascuna classe  (27).

    La Corte ritiene, quindi, che la legittima costituzione di una classe di soci finanziatori dipenda, da un lato, dalla misura del consenso espresso dagli altri creditori a che i creditori postergati formino una classe del piano, cui riservare una pur parziale soddisfazione; dall'altro, dall'omogeneità interna alle classi, che impone di costituire una classe autonoma di creditori postergati, in ragione della diversità di interessi economici di cui sono portatori rispetto ai creditori chirografari.

    In merito ai consensi richiesti per la valida formazione di una classe autonoma di soci-creditori  (28), la Corte di legittimità ritiene non sufficiente la maggioranza assoluta dei creditori ( (29), rendendosi necessario il consenso — sempre a maggioranza dei creditori — di ciascuna classe affinché l'articolazione delle classi possa derogare il principio della postergazione, consentendo la formazione di una classe di soci finanziatori nel piano di concordato. Solo nel caso in cui una classe abbia votato a maggioranza l'esclusione dei creditori postergati dal piano, si imporrà la puntuale applicazione del principio della postergazione e la conseguente impossibilità di inserimento dei soci finanziatori nell'apposita classe.

    La Corte individua quindi in questa parziale deroga al principio di maggioranza (maggioranza per crediti in ciascuna classe, anziché maggioranza per crediti nella maggior parte delle classi), il rimedio all'eventuale pregiudizio arrecato ai creditori dall'inserimento nel piano di una classe di creditori postergati.

    Soluzione, questa, che non sembra tuttavia tenere in giusta considerazione la circostanza che la proposta approvata dalla maggioranza (per crediti) in tutte le classi neutralizzerebbe la possibilità di proporre opposizione (fondata sulla convenienza) da parte dei creditori dissenzienti e, di conseguenza, anche l'esercizio del controllo di merito da parte del Tribunale. Un'effettiva tutela degli interessi dei creditori di “minoranza” potrebbe invece derivare dall'assoggettamento all'autonomia negoziale di ciascun creditore (e quindi al consenso di tutti) la decisione di derogare, in sede di concordato preventivo, il principio della postergazione fissato dall'art. 2467 c.c. E questo è quanto prevede una recente decisione di merito, secondo cui la regola della postergazione — finalizzata a porre rimedio alle operazioni anomale di finanziamento dei soci, non può essere derogata dalla sola maggioranza di ciascuna classi ma — impone l'approvazione di tutti i creditori in virtù del principio dell'autonomia privata posto alla base dei singoli rapporti obbligatori  (30).

    Ma vi è di più. Passando, infatti, all'ulteriore condizione della omogeneità interna richiesta per la corretta costituzione di una classe di creditori postergati, la Suprema Corte rileva che i crediti dei soci fideiussori escussi e dei soci finanziatori non si differenziano per natura giuridica dagli altri crediti chirografari nella cui classe sono stati inseriti, in quanto questo criterio consent(irebb)e la sola distinzione tra creditori privilegiati e creditori chirografari  (31). La discriminazione tra gli uni e gli altri crediti si ravvisa, piuttosto, nella divergenza di interessi economici. Di fatto, il presumibile grado finale di soddisfazione dei soci finanziatori si differenzia notevolmente da quello degli altri creditori chirografari, poiché (una volta accertata la ricorrenza dei presupposti della postergazione del credito prevista dall'art. 2467 c.c.) i crediti derivanti dai c.d. prestiti anomali potrebbero essere soddisfatti solo dopo il soddisfacimento integrale o la rinuncia alla pretesa degli altri creditori. Ne consegue che i creditori postergati, in sede di classamento, devono essere inseriti in una autonoma classe. A sostegno di questa soluzione interpretativa si rileva che la previsione dell'art. 160, comma 1º, lett. c) [come anche quella dell'art. 124, comma 2º, lett. a)], consente la suddivisione in classi omogenee di tutti i creditori, non limitando l'ambito applicativo dell'istituto ai soli creditori ammessi al concorso, nell'ipotesi di successiva dichiarazione di fallimento. E, poiché la postergazione non comporta la riqualificazione del credito in conferimento, ma più semplicemente la degradazione ex lege del socio finanziatore al rango di creditore subchirografario  (32), sarebbe legittima l'inclusione dei creditori postergati in una classe distinta da quella degli altri creditori.

    E del resto, la prospettata possibilità di raggruppare i soci finanziatori in un'autonoma classe del piano concordatario, cui eventualmente destinare un parziale soddisfacimento, sembra trovare un solido fondamento nell'ampia autonomia negoziale di graduazione e quantificazione del soddisfacimento dei creditori riconosciuta al proponente nell'ambito delle soluzioni concordate della crisi d'impresa. Autonomia che favorisce l'accordo tra debitore ed creditori e richiede, di conseguenza, l'approvazione del piano concordatario da parte dei creditori  (33). La formazione di una classe di postergati legali potrebbe, quindi, consentire di enucleare — dal coacervo del ceto creditorio — una particolare tipologia di creditori (i soci finanziatori), cui gli altri creditori potrebbero decidere di non negare una (parziale) soddisfazione, nell'esercizio dei propri diritti e prerogative. Ed invero, l'applicazione del principio della postergazione fissato dall'art. 2467 c.c. (non solo all'ipotesi di ripartizione dell'attivo fallimentare, ma) anche in sede concordataria non consente di escludere la possibilità di costituire una classe di soci finanziatori, ma solo (eventualmente) di condizionare la loro soddisfazione concordataria all'integrale pagamento degli altri creditori ( (34).

    Non decisivo sembra il rilievo critico che esclude la formazione di una classe di creditori postergati in ragione dell'evidente contrasto tra l'esonero dalla revocatoria dei pagamenti effettuati in esecuzione del concordato preventivo (nel caso che questo sfoci in fallimento) con la previsione dell'art. 2467 c.c., che impone la restituzione del rimborso (di tali finanziamenti) avvenuta nell'anno precedente la dichiarazione di fallimento  (35). Diversi sono, infatti, i percorsi interpretativi che consentono di escludere l'obbligo restitutorio fissato dall'art. 2467 c.c. dall'ambito applicativo dell'art. 67, comma 3º, l. fall. Da un lato si rileva che l'esenzione dalla revocatoria riguarda i soli atti o pagamenti revocabili ai sensi dell'art. 67 l. fall., restando inevitabilmente escluse dal relativo ambito le ipotesi di revocatoria di diritto disciplinate dall'art. 65 l. fall., la cui affinità con i rimborsi effettuati in favore dei soci finanziatori nell'anno precedente l'ammissione al fallimento è innegabile ( (36); dall'altro, si sostiene, invece, che gli artt. 2467 e 2497-quinquies c.c. rappresentano due norme speciali nella più ampia disciplina dell'adempimento delle obbligazioni societarie e, in quanto tali, prevalenti rispetto alla disciplina generale prevista dalle norme fallimentari  (37). Nella sentenza in commento, la Corte di legittimità giunge, in via incidentale, alla medesima conclusione, sulla constatazione che sia l'obbligo di restituzione del pagamento al creditore postergato avvenuto nell'anno precedente la dichiarazione di fallimento, sia la ratio della postergazione resterebbero evidentemente frustrati dall'esenzione da revocatoria prevista dall'art. 67, comma 3º, l. fall. ( (38).

    Dalle considerazioni svolte consegue che il proponente può decidere di formulare una proposta con classi qualora intenda modificare il trattamento dei creditori rispetto al loro rango di appartenenza, per dar conto alla eterogeneità della posizione giuridica e dell'interesse economico del ceto creditorio mediante l'offerta di trattamenti differenziati; ma non si comprende perché sia obbligato a farlo, nel caso in cui intenda semplicemente rispettare, per ciascun rango di creditori, la collocazione sul ricavato di liquidazione prevista dalla legge  (39). Si è detto, infatti, che, « in altri termini, è la legge a disporre che i creditori postergati siano soddisfatti dopo l'integrale pagamento delle passività non subordinate, e se la proposta intende semplicemente conformarsi a questo precetto, non vedo perché dovrebbe costruire un sistema di classi per farlo » ( (40).

    Non sembra contrastare i risultati fin qui raggiunti, la nuova regola introdotta dall'art. 182-quater l. fall., il cui comma terzo estende il beneficio della prededucibilità (riconosciuto — dai precedenti commi — ai crediti derivanti da finanziamenti, in qualsiasi forma effettuati, da banche ed intermediari finanziari abilitati, purché la prededuzione sia espressamente disposta nel provvedimento con cui il Tribunale accoglie la domanda di ammissione al concordato preventivo ovvero l'accordo sia omologato,) anche ai finanziamenti concessi dai soci in esecuzione o in funzione di un concordato preventivo ovvero di un accordo di ristrutturazione omologato, fino alla concorrenza dell'ottanta per cento del loro ammontare  (41). La ratio di questa dispo-sizione, espressamente derogatoria rispetto alle previsioni dell'art. 2467 c.c. ed ispirata al Sanierungsprivileg tedesco, sembra consistere nell'agevolare il ricorso a nuovi finanziamenti da parte delle imprese in crisi, mediante l'ingresso dei finanziatori nel capitale della società (c.d. prestiti ponte), con il duplice vantaggio, per il socio-finanziatore, di vedere i propri crediti “parificati ai prededucibili” una volta riconosciuto il beneficio della prededucibilità dal provvedimento giudiziario di ammissione al concordato preventivo ovvero qualora l'accordo sia stato omologato; per i creditori, di godere di nuova finanza strumentale al raggiungimento dell'accordo ( (42).

    Orbene, il riconoscimento della natura prededucibile ai finanziamenti funzionali alla realizzazione del piano comporta la loro esclusione dal voto ai fini dell'approvazione dell'accordo « dal momento che sono notoriamente privi di voto i creditori privilegiati e quindi, a fortiori, quelli da soddisfarsi in prededuzione »  (43); e, seguendo lo stesso ragionamento, non può sottacersi l'insussistenza di un obbligo di formazione di una classe di soci-finanziatori, quantomeno per la parte di credito dichiarata prededucibile ai sensi del 3º comma dell'art. 182-quater, l. fall. ( (44).

    Quanto, poi, alla restante parte del credito, che — esclusa dalla prededucibilità — ricadrebbe sotto la scure della postergazione legale di cui agli artt. 2467 e 2497-quinquies c.c., resta fermo il risultato cui si è già approdati: ossia, la mera possibilità che il proponente decida di formulare il piano prevedendo la formazione di una classe ad hoc di creditori postergati ai sensi dell'art. 2467 c.c., la cui approvazione dovrà constare del consenso unanime degli altri creditori  (45).

  • 1. Le due pronunce in commento offrono una prima risposta giurisprudenziale al delicato problema dell'(eventuale) obbligatorietà della formazione delle classi in presenza di interessi creditori molteplici ed eterogenei, con particolare riferimento al potere dell'autorità giudiziaria di sindacare il contenuto del piano di concordato e, correlativamente, alla discrezionalità riconosciuta al proponente nella predisposizione dello stesso.

    La questione dell'ampiezza del filtro giudiziario nella fase di accesso alla procedura è stata valutata dalla prima decisione in epigrafe, nella quale la Corte Costituzionale veniva chiamata a decidere sulla possibilità che il Tribunale — in presenza di interessi creditori disomogenei — potesse eccepire l'omesso classamento, in applicazione del potere di controllo sulla corretta formazione delle classi fissato dall'art. 163, 1º comma, l. fall.

    Il Tribunale di Biella ha, infatti, ritenuto non manifestamente infondata — per violazione dell'art. 3 Cost. — la questione di legittimità costituzionale dell'art. 163, 1º comma, nella parte in cui non stabilisce « che il Tribunale dichiara aperta la procedura di concordato preventivo previa valutazione anche della correttezza della mancata suddivisione dei creditori in classi secondo posizione giuridica e interessi economici omogenei »  (1). Si verificherebbe, in quest'ottica, un'irragionevole “asimmetria normativa” là dove il proponente, nel formulare l'offerta concordataria, non sia tenuto a suddividere i creditori in classi, nonostante l'evidente disomogeneità degli interessi dei creditori e, d'altro canto, il Tribunale, nella fase di ammissione alla procedura, non potrebbe imporre tale scelta sebbene questa « sia preordinata ad evitare che il voto contrario di una classe impedisca l'approvazione di detta proposta ».

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